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Culture
A spasso per Locarno con Emmanuel Carrère

di Antonello Catacchio

Quattro giorni con Emmanuel Carrère. Questa la proposta vincente di L'immagine e la parola, lo spinoff del festival di Locarno appena concluso. Una carta bianca affidata allo scrittore (per Adelphi è appena uscito il suo nuovo romanzo Il regno, il cui incipit è stato letto da Carrère in francese e da Valeria Golino in italiano) ma anche regista cinematografico (dell'inquietante documentario Retour a Kotelnich e del meno riuscito film, lo dice lui stesso, L'amore sospetto, tratto da un suo vecchio romanzo), sceneggiatore di serie tv (Les Revenants, premiato con l'Emmy, è solo l'ultimo esempio). Carrère aveva cominciato non ancora ventenne a scrivere di cinema come critico della prestigiosa rivista Positif, negli anni 80 molto più "curiosa" dei paludati Cahiers du Cinéma, e scorrendo i suoi scritti sul volumetto che Carlo Chatrian (direttore artistico del festival di Locarno) e Daniela Persico hanno realizzato per l'occasione Emmanuel Carrère - tra cinema e letteratura (pubblicato da Bietti), si scopre il suo precoce talento nello spaziare con piglio sicuro e straordinaria argomentazione tra Herzog e Skolimowski, Wenders e Tarkovskij. A Locarno, oltre all'entusiasmante workshop sul rapporto tra finzione e documentario, seguitissimo e apprezzato dagli studenti di cinema, l'altro momento forte è stato l'incontro con Pawel Pawlikowski, fresco di Oscar come miglior film straniero per Ida, ma ad onor del vero Carrère lo aveva designato come complice e interlocutore prima della consacrazione dell'Academy. Tra i due c'è un rapporto di stima e collaborazione che dura da qualche tempo, come spiega lo stesso Carrère nell'introdurre Pawel Pawlikowski nel volume per questa "sua" edizione dell'Immagine e la parola.

Quattro passi nel cinema a Locarno di Emmanuel Carrère
È su Positif che ho sentito parlare per la prima volta del lavoro di Pawel Pawlikowski, è grazie a Positif che ho visto il suo primo film di finzione, My summer of love (2004). Dieci anni più tardi, lavorando a un libro sullo scrittore e avventuriero russo Eduard Limonov, ho cercato di visionare il documentario della BBC che ha così drammaticamente alterato l'immagine del mio eroe agli occhi dei suoi ammiratori occidentali.
Siamo su una collina di fronte a Sarajevo: Limonov spara con la mitragliatrice sulla città assediata, sotto lo sguardo benevolo di Radovan Karadži?. Una scena terribile, una condanna per Limonov e per me un tale colpo che per più di un anno ho abbandonato il libro in corso. Quanto al film si chiama Serbian Epics, un'opera straordinaria che mi ha spinto a interessarmi al regista, Pawlikowski. Quando mi sono rimesso al lavoro su Limonov, mi sono accorto che le nostre strade - quella di Pawel e la mia - continuavano a incrociarsi, che lui, come me, era affascinato dalle zone grigie dell'Europa orientale e dal caos del postcomunismo. Bastava che mi interessassi a Venedikt Erofeev, mitica figura dell'underground brezneviano e autore del suo libro-manifesto, quel poema della sbornia e dello sbando intitolato Mosca- Petushki (Mosca sulla Vodka ndr) per scoprire che questo famoso Erofeev, ritenuto morto o comunque scomparso dalla circolazione, Pawel l'aveva ritrovato all'inizio degli anni Novanta e gli aveva dedicato un documentario sconvolgente. Bastava che mi interessassi al fascista russo Žirinovskij per scoprire che Pawel aveva seguito, sempre per la BBC, una delle sue pittoresche campagne elettorali. Interessandoci continuamente alle stesse cose, e spesso dallo stesso punto di vista, era più che naturale che ci incontrassimo. L'amicizia è stata immediata, credo per entrambi, e ci siamo visti parecchio qualche anno fa a Parigi, dove lui stava girando l'adattamento di un romanzo di Douglas Kennedy. A Pawel Parigi non è piaciuta un granché, né gli è riuscita granché bene (dire che quello non è il suo film migliore sarebbe un eufemismo). Tornato in Polonia ha realizzato, in condizioni particolarmente "acrobatiche", quell'opera di finzione radicale in bianco e nero intitolata  Ida (2013) che, contro ogni aspettativa, ha sedotto i cinefili del mondo intero e ottenuto il premio come miglior film agli European Film Award. Più di una buona ragione, dunque, per desiderare che Pawel onorasse il nostro laboratorio locarnese con la sua presenza: l'amicizia, l'impressione di esplorare gli stessi territori, una tensione costante tra finzione e documentario. Serbian Epics è un documentario, Ida una finzione, Dostoevsky's Travels un oggetto bizzarro a metà tra i due, e mi fa piacere che sia presente a Locarno, insieme al mio documentario su un villaggio sperduto della Russia profonda, Retour a Kotelnich.

 

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