Chiunque sia appassionato di romanzi storici avrà letto almeno un libro di Carla Maria Russo, se non addirittura tutti (come me). Ha raccontato le vicende di Costanza d’Altavilla, madre di Federico II di Svevia, ne La sposa normanna; la vita turbolenta di Caterina Dolfin ne L’amante del doge e ultimamente si è interessata alle vicende della famiglia Sforza, concentrando la sua attenzione su Caterina, La bastarda degli Sforza.
Il successo eclatante di quest’ultima opera è stato complice nella stesura del nuovo romanzo, I venturieri. La travolgente ascesa degli Sforza, che Carla Maria Russo ha appena pubblicato per Piemme e già sta riscuotendo un certo interesse. Questa volta si entra nel vivo delle avventure – ma anche degli intrighi e delle crudeltà – che hanno interessato la loro storia, consegnandoci un capitolo fondamentale del Rinascimento italiano. Affaritaliani.it ne ha parlato con l’autrice per saperne di più.
Torna a parlare degli Sforza dopo essersi concentrata sulla figura di Caterina. Come mai questa famiglia la affascina così tanto?
L’interesse per gli Sforza è sorto allorché sono stata attratta dalla vicenda umana di Caterina Sforza. Per comprendere la storia di Caterina e per delineare con precisione la complessa personalità e psicologia di questa donna così insolita per tempra, coraggio e interessi, ho dovuto ricostruire con cura l’ambiente familiare in cui è cresciuta. Questo mi ha portato a studiare in modo approfondito la corte milanese e la seconda generazione degli Sforza, ovvero Galeazzo Maria Sforza, suo figlio Gian Galeazzo e suo fratello Ludovico.
A quel punto, il passo successivo è stato incuriosirmi sulle origini di questa famiglia e sulla loro ascesa al potere. Una curiosità premiata dall’incontro con una storia molto avvincente, avventurosa e dalle forti passioni: il genere che ha grande presa su di me.
Per descrivere gli Sforza in due parole, direi che sono stati soldati di ventura dotati di grandi capacità, non solo militari – furono abilissimi strateghi – ma anche politiche per così dire, ovvero l’acume e la lungimiranza. Sono vissuti in un’epoca che poteva offrire grandi opportunità ad avventurieri come loro, dotati di coraggio, intelligenza, determinazione e una certa spregiudicatezza. Muzio, e ancor di più Francesco, hanno saputo intravederle e coglierle. Peccato che i figli non siano stati all’altezza dei padri. Solo Caterina mostrò di possedere tutte le doti del nonno Francesco.
In questo romanzo i protagonisti sono Muzio Sforza e suo figlio Francesco, poi Bianca e Galeazzo. Potrebbe delinearci brevemente le personalità di questi celebri personaggi e i rapporti tra loro?
Il rapporto padre/figlio è uno dei temi principali del libro, insieme ad altri a me cari e presenti in tutti i miei libri: la famiglia con i suoi nodi irrisolti, i rapporti di coppia, la posizione della donna. Molto interessante il legame fra Muzio e Francesco, fatto di affetto e stima reciproca, ma anche di attriti e punzecchiature, soprattutto da parte di Francesco, insofferente all’autorità paterna e persuaso di essere più bravo e dotato di Muzio. E con qualche ragione, va detto: mentre Muzio, nonostante le sue notevoli doti, era un contadino quasi analfabeta, Francesco poté studiare nelle corti più colte ed eleganti dell’epoca, Ferrara e Napoli. Ovvio, dunque, che possedesse strumenti culturali molto più solidi e sofisticati del padre, grazie ai quali poté notevolmente affinare le sue capacità innate. Di questa superiorità il giovanotto era del tutto consapevole, tanto da cedere spesso ad atteggiamenti alquanto supponenti e irriguardosi verso il padre.
Molto diverso fu invece il rapporto di Galeazzo con i genitori, che assunsero nei confronti di quel figlio difficile, indisciplinato, dal carattere instabile e umorale (un Visconti, ahimé, in questo senso) un atteggiamento differente: piuttosto severo da parte della madre, che riconosceva le tendenze viziose e persino depravate di suo figlio e temeva la loro degenerazione una volta che fosse divenuto duca; tollerante e indulgente da parte del padre, che invece lo viziava e perdonava o giustificava tutti i suoi eccessi, forse perché consapevole di avere lui per primo molti “peccati” da farsi perdonare.
*BRPAGE*
Che cosa significava essere un venturiero nel Rinascimento italiano?
Significava innanzitutto essere un soldato mercenario, le cui braccia erano al servizio del miglior offerente e dell’opportunità più vantaggiosa. I signori italiani, sempre in guerra fra loro, utilizzavano a tale scopo non truppe cittadine ma compagnie di ventura, ovvero militari di professione, che combattevano solo per il soldo, sempre pronti a tradire e a passare da un fronte all’altro dello schieramento.
La maggior parte di loro restava un soldato di ventura più o meno per tutta la vita. I più bravi, quelli che si dimostravano non solo ottimi combattenti ma anche abili strateghi, diventavano capitani di una loro compagnia. Quelli ancora più bravi potevano ambire a costituirsi, con la forza delle armi, una loro signoria.
Qual è l’idea generale che si è fatta della famiglia Sforza, dopo tante ricerche?
Gli Sforza hanno governato bene, gettando le basi per un forte sviluppo economico della piccola e media borghesia e potenziando settori dell’economia lombarda che sarebbero diventati fondamentali nei secoli successivi, fino ai nostri giorni: solo per citare qualche esempio, la coltivazione del riso a scopo alimentare e non solo medico, la diffusione del gelso, e quindi la nascita della manifattura lombarda della seta, il potenziamento di tutto il settore tessile, che avrebbe reso Milano anche un importante centro di moda.
Francesco voleva essere ricordato non per essere stato un grande condottiero, ma per aver assicurato la pace e il benessere al suo popolo. Una delle opere di cui andava più orgoglioso è stata la Ca’ Granda, oggi sede dell’università, allora un ospedale pubblico quanto mai all’avanguardia, non solo in Italia ma direi in tutta Europa per le concezioni e soluzioni innovative con cui venne costruito.
Certo, suo figlio Galeazzo Maria non fu all’altezza dei suoi inarrivabili genitori, ma suo zio Ludovico ha operato con apprezzabile saggezza e abilità. Purtroppo Ludovico era molto più uomo di pace che di guerra (nessuno dei maschi Sforza ereditò le doti del padre e del nonno), motivo per cui uscì sconfitto dal confronto con la Francia, nazione potente con cui le piccole e fragili signorie italiane, per molte ragioni, non erano assolutamente in grado di competere.
La sua carriera come scrittrice di romanzi storici è ormai ampiamente riconosciuta e io stessa ho letto quasi tutti i suoi libri. Come mai ha scelto di specializzarsi in questo genere e quanta ricerca è necessaria per scrivere, ad esempio, un romanzo come questo?
Non è mai stata mia intenzione specializzarmi in un genere. Io, per scrivere, ho bisogno di storie molto intense sul piano emotivo, storie in cui i sentimenti umani giochino un ruolo fondamentale, perché è questo che rende una storia davvero “contemporanea”, ovvero perennemente moderna, capace di parlare all’essere umano di ogni epoca.
L’Iliade, scritta decine di secoli fa, ci commuove e ci emoziona sempre perché è “contemporanea”, ovvero una sorta di palcoscenico di tutte le passioni umane, nessuna esclusa, nel quale l’uomo di ogni epoca storica si può riconoscere. Lo stesso vale per la Divina Commedia, ad esempio. Quando incontro una storia con queste caratteristiche la racconto, indipendentemente dal periodo storico in cui è accaduta. Infatti, ho attraversato ogni epoca, dal Medioevo (La sposa normanna, Il cavaliere del giglio, La regina irriverente) al Rinascimento (il ciclo sugli Sforza e Le Nemiche), al Settecento (L’amante del doge), all’Ottocento (L’acquaiola), al Novecento (Lola nascerà a diciott’anni), fino ai giorni nostri (Una storia privata). Quale poi sia il genere nel quale vengono inseriti i miei romanzi per me ha poca importanza.
Concludiamo con una domanda in merito alle donne: Bianca Maria Visconti è una delle protagoniste femminili del libro. In che cosa assomiglia a Caterina Sforza e verso quale delle due nutre una predilezione?
Hanno moltissimi tratti in comune, soprattutto sul piano della personalità e dei tratti psicologici. Entrambe donne dal carattere forte e determinato, dotate di grandi capacità innate, che sono state coltivate e affinate dallo studio, pienamente coscienti e consapevoli del loro valore e, per questo, insofferenti a essere confinate nel ruolo subordinato in cui, in tutte le epoche, si è cercato di relegare la donna. A questo stereotipo si sono entrambe ribellate, pretendendo rispetto e mai accettando di stare “un passo indietro” agli uomini, soprattutto al proprio marito. Francesco, che apprezzava molto le doti di Bianca e il suo fiuto politico, l’ha sempre voluta accanto a sé nella gestione del potere. Bianca, tuttavia, non avrebbe mai accettato soluzione diversa.
Amo moltissimo entrambe perché sono una conferma di quanto dicevo prima: una vicenda umana, quando è “contemporanea”, contiene in sé tematiche e messaggi che sono sempre attuali. Caterina Sforza, Bianca Maria – ma anche Caterina Dolfin, Alìenore, Isabella d’Este – rappresentano modelli in cui possono riconoscersi le donne di ogni epoca, anzi, spesso diventano un paradigma, un motivo di ispirazione per tutte noi.


