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Economia

di Sergio Luciano

E' una disdetta che l'inchiesta pubblicata oggi dal Sole 24 Ore contro il ministro dell'Economia Vittorio Grilli trasferisca questo personaggio - che Affaritaliani definì a febbraio “petit commis” - nel foltissimo novero dei politici e dei dirigenti pubblici sospetti di comportamenti illeciti. Perchè questi comportamenti che gli addebita la documentatissima inchiesta, ammesso che conducano a istruttorie giudiziarie e non concesso che una sentenza li dimostri effettivamente illeciti, rischiano di far archiviare Grilli come un bravo ministro economico con l'unico vizietto tutto italiano di non pagare le tasse per intero, usare denaro in nero, dire bugie al fisco e insomma fare il furbetto.

La verità è diversa e per certi versi è molto peggio. Grilli potrà anche dimostrare di essere stato un contribuente onesto, ma è stato un cattivo ministro dell'Economia com'era stato un modesto dirigente del Tesoro. Zero fervore ideale, zero fantasia, zero coraggio. Pedissequa applicazione dei dettati europei e soprattutto tedeschi, automatica attitudine esecutiva della linea di un premier ancor più accondiscendente di lui, nessuna visione strategica nella gestione di una finanza pubblica che è chiaramente un'ammalata terminale.

Tutto questo non costituisce reato, ma certamente non illustra lui nè chi l'ha scelto. E le circostanziatissime contestazioni che Claudio Gatti del Sole 24 Ore ha trovano su Grilli si aggiungono alla valutazione politica, non la scavalcano. Riguardano – per la cronaca - i costi sostenuti per comprare e ristrutturare una casa ai Parioli, si incrociano con le vicende processuali del divorzio del ministro e con una storia professionale condotta in parte all'estero, con prevedibile condimento di conti correnti in paradisi fiscali. Ma la valutazione politica e professionale deve prescindere dalla suggestione che può derivare dal fatto di aver scoperto che Grilli ha acquistato una casa dichiarando la metà del prezzo vero per ridurre le tasse o di aver pagato in nero i lavori di ristrutturazione, colpe di cui si macchia la maggior parte dei contribuenti perchè “gli italiani siamo” un popolo di evasori, perchè le leggi tributarie sono scritte da dementi, i regolamenti da sadici e le aliquote fiscali da torturatori.

Che la stoffa dell'uomo fosse umanamente modesta e vacillante sul piano dei valori, lo hanno dimostrato vari episodi emersi recentemente. Nell'inchiesta sulla Banca popolare di Milano, è agli atti una sua piagnucolata al telefono con un amico di gioventù, Massimo Ponzellini, allora presidente dell'istituto, per farsi raccomandare presso il vertice del Pd nella sua disperata corsa al vertice della Banca d'Italia, sospinta solo da un già declinante Giulio Tremonti; in altri fascicoli risulterebbero perorazioni presso amici importanti per far dare un aiutino alla ex, e si suppone petulante, moglie Lisa Rowental, alle prese con un buco di bilancio più grande del fatturato nella sua società. Tutti comportamenti comprensibili, debolezze su cui chiudere un occhio perchè possono capitare, o sono capitate, a tanti di noi, forse a tutti. Ma stonano in un personaggio di tanto potere e di tanta severità.

La parabola di Vittorio Grilli si sta consumata, buon per lui, alla vigilia di una naturale uscita di scena già programmata verso qualche grande banca d'affari internazionale. Ma non deve essere sottovalutata perché rappresenta chiaramente la grande differenza che c'è tra “tecnocrazia” e “senso dello Stato”. Si può anche arrivare ai vertici, com'è capitato a lui, senza dover superare la trafila della politica “dal basso”, senza umiliarsi a compiacere segretari di sezione, cittadini, provinciali e di partito; si può anche costruire il proprio successo sulle conoscenze tecniche, l'ottimo pluri-linguismo e lo stile internazionale. Ma se si è uomini di modesta levatura, si resta sempre tali.

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grilligovernoevasione fiscale
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