Per i mercati delle soft commodity come cacao, caffè e zucchero il 2019 potrebbe segnare “la fine della loro tendenza orso del lungo termine”, secondo il più recente outlook formulato dagli esperti della banca d’investimenti inglese Schroder. I prezzi del caffè e dello zucchero, crollati dal 2011, dovrebbero avere ormai un limitato rischio di downside e, sebbene manchi ancora un catalizzatore per una loro decisa ripresa, “rappresentano un’interessante opportunità di investimento di lungo termine” secondo gli esperti britannici.

Sarà un caso o forse no, ma in questi giorni proprio i grandi nomi del caffè italiano sono tornati sotto i riflettori, dopo l’annunciato completamento dell’acquisizione del business caffè di Mars da parte del gruppo Lavazza che a seguito di quest’operazione ha acquisito le attività legate al caffè del gruppo americano in Nord America, Germania, Regno Unito, Francia, Canada e Giappone, oltre ai relativi sistemi e agli stabilimenti di produzione nel Regno Unito e negli Usa.
Le attività sono state ritargate Lavazza Professional e comprendono i business delle macchine tabletop Flavia e dei distributori automatici Klix, che vantano un parco macchine installate capillarmente nei mercati di riferimento e un ampio portafoglio di caffè e altre bevande commercializzate sia con marchi di proprietà come Alterra sia con marchi in licenza.

Nel complesso le attività rilevate da Lavazza (che negli scorsi anni aveva già rilevato Carte Noire ed Esp in Francia, Merrild in Danimarca, Kicking Horse Coffee in Canada, Nims in Italia e Blue Pod Coffee in Australia) per milioni di euro hanno generato nel 2017 un fatturato di circa 350 milioni di dollari e si avvalgono di circa 900 collaboratori.
Che il caffè piaccia sempre di più (soprattutto in cialde, meno quello in polvere, come dimostra la chiusura decisa lo scorso settembre da parte del gruppo Jde del sito produttivo di Andezeno, vicino a Torino, dove dal primo gennaio prossimo cesserà completamente la produzione di caffè Hag e Splendid, col licenziamento degli ultimi 57 dipendenti) lo confermano del resto acquisizioni fatte da tutte le principali multinazionali del settore in questi anni.

Se Coca-Cola ha sborsato senza batter ciglio 5,1 miliardi di dollari per rilevare la catena di caffeterie britanniche Costa Coffee, Nestlé (già presente col marchio Nespresso) ha staccato un assegno da 500 milioni per rilevare Blue Bottle Coffee, mentre Starbucks ha fatto parlare di sé aprendo a Milano, assieme a Percassi, la più grande roastery d’Europa, un locale dove oltre a servirvi il caffè lo stesso viene tostato per essere poi distribuito agli altri negozi Starbucks a Milano e oltre. Così ben pochi si sono sorpresi nel vedere anche i Pesenti, tramite la holding d’investimento Italmobiliare, buttarsi nella mischia acquistando per 140 milioni il 60% di Caffè Borbone, per il quale si parla di un ambizioso programma di espansione all’estero che prevede anche lo sbarco negli Stati Uniti.

Se Lavazza deve ancora quotarsi in borsa (ipotesi più volte circolata ma finora mai concretizzatasi vista l’abbondante liquidità di cui dispone la famiglia per continuare a finanziare l’espansione) e Caffè Borbone è una scommessa che un privato può pensare di fare solo indirettamente, attraverso appunto Italmobiliare, chi è presente da tempo in borsa dei “signori del caffè” italiano è Massimo Zanetti Beverage Group, proprietario del marchio Segafredo e forte di quasi 200 milioni di capitalizzazione a fronte di oltre 900 milioni di fatturato.
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Anche Zanetti sta puntando molto sulla crescita all’estero, avendo tra l’altro aperto ulteriori caffè Segafredo Zanetti Espresso presso gli aeroporti internazionali del Cairo, di Changchun (Cina), di Phon Penh (Cambogia), a Pattaya (Thailandia) e a Jakarta (Indonesia).

Da qualche tempo Zanetti oltre a guardare ad Asia e Africa come mercati di espansione sta provando a sfruttare un trend relativamente nuovo, quello del caffè come bevanda fredda (“cold brew”), da bere allungata con ghiaccio. La mania, che potrebbe fare orrore ad un consumatore-tipo italiano, è in decisa crescita negli Usa e sembra essere una delle opzioni strategiche su cui anche Illy (terzo produttore italiano dopo Lavazza e Segafredo con 467 milioni di fatturato lo scorso anno e un utile di 15,4 milioni) vuole puntare. Illy però, dopo aver resistito alle avances di Nestle e Jab, dovrà prima portare a termine una riorganizzazione che permetterà una separazione più netta delle attività che fanno capo ad Andrea (il business del caffè) da quelle guidate dal fratello Riccardo (tutte le altre attività diversificate, dai vini Mastrojanni, al cioccolato Domori fino al te Dammann).
Attività, queste ultime, che potrebbero sbarcare in borsa, a differenza di quelle più strettamente legate al caffè, per le quali si starebbe semmai guardando ad un’apertura a Milano di un grande bar-caffeteria. Insomma: il settore del caffè dopo alcuni anni di consolidamento è in pieno fermento e anche se la concorrenza è destinata a rimanere alta, potrebbe rivelarsi una delle scommesse vincenti del 2019. Resta solo da capire chi tra i “signori del caffè” tricolore saprà approfittarne maggiormente.
Luca Spoldi
