La sentenza della Corte Costituzionale numero 70 del 30 aprile scorso che ha dichiarato illegittimo il blocco dell’adeguamento al costo della vita delle pensioni ha offerto l’occasione fin troppo ghiotta, dato anche il periodo elettorale, per tornare a vedere contrapposti due schieramenti, favorevoli e contrari alla riforma Fornero e più in generale all’attuale sistema previdenziale italiano e ad eventuali suoi correttivi. Come spesso capita quando il tifo prevale sul ragionamento poco si è detto dei numeri sottostanti, delle prospettive per il futuro e di come si sia originata la vicenda ed è forse il caso di fare chiarezza. Partiamo anzitutto dai fatti: la sentenza della Corte Costituzionale impone al governo di restituire, con gli interessi, le somme non erogate ai pensionati, in virtù dell’obbligo di rivalutazione, per gli anni 2012 e 2013.
Oggetto del contendere è in particolare il meccanismo di perequazione automatica impiantato originariamente nel nostro sistema previdenziale a partire dal 1965. Il fine era nobile, fronteggiare la svalutazione all’epoca galoppante, ma successive modifiche hanno reso il meccanismo alquanto bizzarro. Nel 1969 si decise infatti di legare, in percentuale, gli aumenti delle pensioni all’indice del costo della vita calcolato dall’Istat, ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria. Questo regime andò avanti fino al 1992 quando la periodicità degli adeguamenti perequativi divenne annuale e si stabilì che gli stessi fossero calcolati sul valore medio dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, sganciando così la perequazione delle pensioni alla dinamica salariale e ricollegandola al livello medio dell’inflazione. Tutto bene? Non proprio perché allo stesso tempo si stabilì che ulteriori aumenti “potessero essere stabiliti con legge finanziaria, in relazione all’andamento dell’economia”.
Nel 1998, dunque dopo il varo della Riforma Dini (che è del 1995) si pensò “bene” (col senno di poi male, anzi malissimo) di tutelare i trattamenti pensionistici “dalla erosione del potere di acquisto della moneta, che tende a colpire le prestazioni previdenziali anche in assenza di inflazione”. In assenza di inflazione? Cosa volesse dire la norma non è chiaro ancora oggi, ma gli effetti furono chiarissimi: le pensioni potevano (e dovevano a quanto pare) rivalutarsi anche a prescindere da una reale perdita di potere d’acquisto dovuto all’inflazione. Due anni dopo, nel 2000, si mise una pezza e si decise che la rivalutazione automatica spettasse per intero solo “per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici fino a tre volte il trattamento minimo Inps”, mentre spettava per il 90% “per le fasce di importo da tre a cinque volte il minimo” e per il 75% “per i trattamenti eccedenti il quintuplo del minimo”.
Tanta “severità” non durò a lungo: già nel 2007 per tutti gli importi fino a cinque volte il trattamento minimo venne adottata una rivalutazione automatica al 100% per il triennio 2008-2010. Infine nel 2014 si è introdotta una nuova “scaletta”: perequazione automatica al 100% fino a 3 volte il minimo; al 95% tra 3 e 4 volte il minimo; al 75% tra 4 e 5 volte il minimo; al 50% tra 5 e 6 volte il minimo; al 45% oltre 6 volte il minimo. Da tutto questo la Corte ha dedotto che “soltanto le fasce più basse siano integralmente tutelate dall’erosione indotta dalle dinamiche inflazionistiche o, in generale, dal ridotto potere di acquisto delle pensioni”, dove per “fasce più basse” si intendono pensioni sino a cinque volte il minimo ed appare dunque incostituzionale bloccare per due anni (come fece il governo Monti nel 2011 col decreto “Salva Italia”) la rivalutazione di pensioni superiori a tre volte il minimo (limite adottato per l’applicazione del 100% della perequazione automatica). Il governo Renzi cerca ora ripari per evitare l’ennesimo “buco” nei conti pubblici, ma la verità è che la debolezza del nostro sistema previdenziale è insita ed è scritta nella storia.
Paghiamo dunque l’eccessiva generosità concessa dai governi tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso, quando con un quadro macroeconomico profondamente differente il problema sembrava solo garantire che l’inflazione non finisse con lo svuotare le pensioni, per rimpolpare le quali c’erano ben altri flussi di contributi prelevati dai lavoratori in attività. Ora che il quadro è mutato (drasticamente: per la prima volta dal 1995 il tasso di rivalutazione del montante retributivo nel 2014, che si utilizza per il calcolo delle pensioni di vecchiaia col metodo retributivo, ha avuto un segno negativo, -0,1927%), gli anziani sono sempre più numerosi (i 65enni rappresentano circa il 21% della popolazione italiana e nel 2040 saliranno al 30% secondo le stime Eurostat), la spesa per pensioni pubbliche è passata, a valori correnti, dai 274 miliardi del 1955 ai 275-280 miliardi attuali, però di euro ed è dunque aumentata quasi di 2 mila volte, ben più del costo della vita pur tenendo conto dell’inflazione galoppante degli anni Settanta e Ottanta.
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Il meccanismo ha dunque funzionato fin troppo bene per difendere gli interessi dei pensionati italiani e fortunatamente è intervenuta la Riforma Dini (e poi la Riforma Fornero) per traghettare il sistema da un ormai insostenibile (con questo quadro demografico e macroeconomico) sistema retributivo al sistema contributivo. Viste le dichiarazioni del ministro Poletti che auspica una riforma della riforme (Fornero) per consentire una maggiore flessibilità in uscita dei pensionandi purché ciò possa avvenire in maniera “economicamente sostenibile” (il che suona più o meno come: compensando la spesa con nuove entrate fiscali) il rischio che a pagare le “incertezze di diritto” siano i contribuenti italiani è elavata, ma all’estero come sono messi? In Germania la previdenza si articola su cinque “pilastri”: assistenza sociale, invalidità, pensioni propriamente dette, disoccupazione e infortuni sul lavoro.
Le imprese pagano le assicurazioni per gli infortuni sul lavoro, per il resto i contributi sono divisi equamente tra impresa e lavoratore (come in Italia) ma ancora si calcolano in percentuale sullo stipendio lordo arrivando al 40% complessivo dello stipendio lordo (i contributi versati dai lavoratori vengono dedotti direttamente dal salario). Il sistema è dunque “ante riforma Dini” e appare sostenibile solo e finché la popolazione (che ha già smesso di crescere) e l’economia non rallenteranno. In Francia le pensioni sono ugualmente calcolate in base a un sistema retributivo, sulla base della retribuzione media annua di ciascun lavoratore (dal 2008, per tutti gli assicurati nati dopo il 1947, la retribuzione media annua è calcolata sulla base dei 25 anni migliori), con un’anzianità assicurativa tra i 62 e i 67 anni per gli assicurati nati dopo il primo gennaio 1955 che garantisce un’aliquota di liquidazione della pensione piena.
Anche in questo caso i pensionati francesi possono sorridere rispetto ai loro colleghi italiani, i lavoratori meno e in un futuro non troppo lontano è prevedibile si dovrà mettere mano ad una riforma. Nel bene e nel male, il sistema italiano appare dunque in sostanziale equilibro proprio grazie a quelle riforme che qualcuno giudica troppo severe e vorrebbe smantellare, anche a colpi di ricorsi in tribunale. Forse sarebbe il caso di pensarci prima, per non piangere dopo.
Luca Spoldi
