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Economia

di Andrea Deugeni
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@andreadeugeni

Renzi tira dritto sull'alleggerimento del prelievo fiscale sulla casa mentre per Bruxelles è meglio ridurre le tasse sul lavoro, trasferendo il peso dei tributi dai fattori produttivi a quelli improduttivi. Chi ha ragione? Quali saranno gli effetti sulla crescita del Pil? Affaritaliani.it lo ha chiesto all'economista della Bocconi Carlo Alberto Carnevale Maffè (nella foto in alto).

Nonostante lo scetticismo dell'Unione europea, il premier Matteo Renzi tira dritto sull'abolizione delle imposte sulla casa. Bruxelles invece denuncia l'onere fiscale eccessivo che penalizza i fattori produttivi rispetto alla tassazione dei consumi e del patrimonio e chiede a Roma meno tasse sul lavoro e di più su Iva e casa. Chi ha ragione su come bisogna intervenire sulle tasse?
"In teoria, l'Europa. La teoria economica dice che, in una situazione di crisi economica e di necessità di ripresa, le tasse sul lavoro sono più inefficienti. Da questo punto di vista, se bisogna ridurre le tasse, ha ragione Bruxelles nel dire che la priorità dev'esserre quella di dare una sforbiciata ai tributi growth-oriented, quindi le tasse sul lavoro e sul capitale per incentivare gli investimenti. Ma anche Renzi non ha torto".

Perché?
"E' un politico e conosce bene l'Italia: ha capito che 220 euro di tasse in meno sulla casa psicologicamente valgono molto di più di 220 euro di tasse in meno sulla previdenza o sull'Irpef. In un Paese che possiede la più alta percentuale di proprietari di case, se bilanciata correttamente, la tassazione sugli immobili è psicologicamente percepita in maniera più che proporzionale dai contribuenti. Dal punto di vista dell'economia comportamentale e moderna, quindi, Renzi legge nella pancia degli italiani e non ha torto nel procedere nel modo annunciato. Al contrario, il modello neoclassico, razionale e mainstream, dell'Ue è corretto: non ci sono strumenti per negarlo, ma è anche vero che le tasse sono per gli uomini e gli uomini per le tasse e non sono per i modelli econometrici. Quindi, come Berlusconi prima di lui, il premier ha capito che se c'è una tassa tanto odiata degli italiani in maniera irrazionale è quella sugli immobili: Imu e Tasi. Da togliere. C'è un'altra considerazione da fare, poi".

Prego?
"Quello di Renzi, che sta cercando modalità per diffondere positività, è un segnale politico e come tale va giudicato. E' corretto che il Governo rivendichi  nei confronti dell'Ue la propria autonomia all'interno di un quadro di ribilanciamento fiscale. La tassa sulla casa è percepita dagli italiani in maniera non corretta, ma reale, come un impoverimento. Così, abolendola, Renzi innesca due effetti".

Quali?
"Da una parte dà agli italiani la percezione che il Paese sta superando la crisi. Dall'altra, elimina dalla testa dei contribuenti l'incertezza del valore della tassa sulla casa. Mi spiego: molte famiglie, soprattutto quelle dei lavoratori dipendenti, hanno la certezza del netto, perché le tasse le vedono a monte. Quello su cui non hanno la certezza è la tassa sulla casa, perché non ne conoscono l'ammontare di anno in anno, in quanto varia. Situazione che produce un eccesso di risparmio a fronte di una incapacità strutturale a valutare il reale impatto fiscale di ciò che bisogna pagare. Così, Renzi ha capito che l'unico modo per eliminare questa incertezza è quello di togliere le tasse sulla casa. Magari, poi, avendo la percezione di un netto maggiore in tasca, gli italiani potranno tornare a spendere, anche gli 80 euro del bonus Irpef, mettendolo in circolo. Soldi che fino ad ora, in alcuni casi, sono stati risparimiati". 

Quale intervento produce il maggiore effetto netto sulla crescita, la strategia disegnata da Renzi o le raccomandazioni di Bruxelles?
"Nel breve, in maniera irrazionale, fuori cioè dai modelli economici classici, ha ragione Renzi, perché così agendo dà due segnali  psicologiamente più apprezzati dagli italiani. Il primo è la fine di un'incertezza. Il secondo è la sensazione di non essere più allo stesso livello di crisi d prima. Mentre  l'impostazione europea, contraria però alle logiche prevalenti che muovono la classe politica, è più corretta nel lungo periodo, visto che nel nostro Paese il costo dei fattori produttivi è ancora troppo elevato rispetto alla media Ue".

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