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Tim, in 10 anni si salva solo Patuano. I conti in tasca ai Ceo

Con l’uscita di Genish si riapre lo scontro Elliott-Vivendi. La perdita di valore del titolo Tim non ha aiutato la coabitazione dei due azionisti

Tim, in 10 anni si salva solo Patuano. I conti in tasca ai Ceo

Franco Bernabè (2008-2011), Marco Patuano (2011-2016), Flavio Cattaneo (2016-2017), Amos Genish (dal luglio 2017 a ieri): negli ultimi 10 anni non si può dire che al capezzale di Telecom Italia non si siano avvicendati manager di notevole profilo (tra l’altro quasi sempre con presidenti altrettanto “di sostanza”, nell’ordine: Gabriele Galateri di Genola, Franco Bernabè, Giuseppe Recchi, Arnaud de Puyfontaine e Fulvio Conti).

Amos Genish ape
 

Eppure le quotazioni del titolo in borsa non sono mai riuscite a invertire la rotta: se il 14 aprile 2008, quando Bernabè e Galateri di Genola arrivarono sul ponte di comando, il titolo valeva attorno agli 1,45 euro (il 63% in più dei valori attuali), poco più di cinque anni dopo, con Bernabè dal 2011 presidente esecutivo e Patuano nuovo amministratore delegato, il titolo toccava il suo minimo storico a 0,4886 euro (il 23 settembre 2013), con la successiva uscita di Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo da Telco, holding che controllava l’ex monopolista telefonico italiano col 22,4% del capitale e nella quale la spagnola Telefonica si trovò così a salire dal 46% al 66%.

Patuano
 

Nel quinquennio di gestione Bernabè (dimessosi il 13 ottobre 2013) – Patuano il debito di Tim (ultima eredità dei tempi delle scalate dei “capitalisti di ventura” Colaninno-Gnutti) venne ridotto da 35,7 a 26,8 miliardi netti, ma anche il fatturato calò sensibilmente (da 31,3 a 22,4 miliardi) come pure il risultato netto (da 2,455 miliardi di utile a 238 milioni di perdita), mentre gli azionisti vedevano evaporare oltre il 50% del valore di borsa del titolo.

Nei cinque anni seguenti Patuano assistette a un cambio di azionisti di riferimento, con Telefonica che optò per uscire gradualmente dal gruppo italiano (controllante di Tim Brasil, secondo gestore mobile del paese latinoamericano) per poter conservare il controllo di Vivo (primo gestore mobile brasiliano).

Cattaneo TIM
 

Oltre all’azionariato stava cambiando anche il perimetro di riferimento del gruppo (con la fusione per incorporazione di TI Media in Telecom Italia e lo scorporo e quotazione di Inwit) e il business, sempre più focalizzato sulle nuove infrastrutture di rete (in particolare 4G e fibra ottica).

Tuttavia quando il 22 marzo 2016 Patuano lasciò il comando, il titolo valeva ancora 1,046 euro contro gli 1,075 euro del 51 aprile 2011, al momento della sua nomina, nonostante un fatturato calato a fine 2015 (l’ultimo risultato pienamente collegabile a Patuano) a poco più di 19,7 miliardi e un debito netto risalito a 28,5 miliardi (ma anche con un utile netto tornato sui 657 milioni).

Cernobbio Workshop Ambrosetti  Franco Bernabè video
 

Nel suo breve regno Flavio Cattaneo, nominato il 30 marzo 2016 quando Vivendi era ormai l’azionista principale di Tim col 24,9% e dimessosi il 21 luglio dell’anno scorso, ha visto il titolo calare da 0,954 ai 0,8325 euro (-12%), mentre il suo successore, Amos Genish, lascia il titolo nuovamente vicino ai minimi assoluti a 0,538 euro ossia il 35% al di sotto del livello al suo arrivo.

Su quattro Ceo, insomma, uno (Patuano) può dire di aver traghettato la barca senza troppi danni durante una navigazione tempestosa, gli altri tre hanno chi più chi meno “fatto danni” almeno borsisticamente, dimostrando di non aver saputo trovare una rotta convincente per gli investitori.

C’è da dire che questo decennio non è stato semplice per Piazza Affari, ossia per i vertici del sistema economico-finanziario italiano. Il 14 aprile 2008 il Ftse Mib si trovava a quota 32.803, contro i 19.226 punti della chiusura di stasera, registrando dunque un calo medio superiore al 40%. Alcune delle blue chip hanno fatto come o peggio di Tim: Unicredit ad esempio, complice gli aumenti di capitali degli anni seguenti, si trovava ad un livello equivalente a 132 euro per azione contro gli 11,24 euro odierni (-90% abbondante), mentre degli ex azionisti Telco Intesa Sanpaolo dai 4,4 euro è calata a 2 euro (-55%), Generali era attorno ai 29 euro ora è sui 14,3 euro (-50%), mentre Mediobanca è passata da 12,25 a 7,86 euro, perdendo “solo” il 35% e facendo così anche meglio del mercato.

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Mercato che se è riuscito a limitare i danni, si fa per dire, lo deve ad alcuni titoli industriali e del lusso come Fca o Luxottica: la gestione dello scomparso Marchionne ha regalato al titolo un decennio stellare con quotazioni volate da poco più di 5,6 a un massimo di 20 euro prima di ridiscendere sugli attuali 14,76 euro (comunque pari ad un +163%), mentre Luxottica nello stesso periodo è andata da circa 25 a 54,9 euro (+120%). Guarda caso due società che sono riuscite a espandere il proprio business all’estero, limitando l’esposizione a un mercato, quello italiano, sempre più gracile.

Chi non è riuscito a seguire questa strada ed è rimasto esposto in maniera preponderante alla domanda interna, come Mediaset, ne ha pagato le conseguenze in modo pesante: il titolo dell’ex premier italiano Silvio Berlusconi è passato da 8,3 a 2,66 euro per azione (- 68%), nonostante nel frattempo abbia subito un tentativo di scalata ostile da parte di Vivendi, scalata partita da quotazioni attorno a 2,4 euro nel novembre 2016 e che risospinse le quotazioni fino a un picco di 4,26 euro nel gennaio dello scorso anno.

Luca Spoldi