L’economia statunitense è tornata in carreggiata. Nel secondo trimestre il PIL ha registrato un rimbalzo superiore alle attese e dovrebbe attestarsi a un livello del 3%, grazie soprattutto al recupero della spesa per investimenti, al calo del tasso di disoccupazione e al netto miglioramento nel real estate. Questo farà incrementare ulteriormente la fiducia dei consumatori, che è già al livello più alto da sette anni a questa parte.
Per gli USA, sottolineano gli analisti finanziari di Union Bancaire Privée (Ubp), tutte le pedine sembrano essere al loro posto: il dollaro è ancora conveniente e il primato del settore tecnologico dà al Paese un forte vantaggio nell’ambito della rivoluzione digitale. Inoltre, gli Stati Uniti guidano il processo di cambiamento energetico, che sta dando benefici in termini di costi più bassi e di minor dipendenza dalle importazioni di petrolio.
La Federal Reserve, peraltro, vuole mantenere un approccio molto accomodante. L’Istituto centrale ha infatti manifestato l’intenzione di concludere il programma di Quantitative Easing (QE) a ottobre, ma chi avrebbe mai sognato una banca centrale che stampa ancora moneta dopo cinque anni dall’inizio della ripresa? Inoltre, la Fed sta guardando con attenzione il processo di normalizzazione della curva dei rendimenti e non permetterà che si verifichi uno shock tale da far innescare un aumento improvviso e brusco dei tassi. Quindi il costo del capitale rimarrà il più basso possibile per un lungo periodo di tempo, il che dovrebbe incoraggiare sempre più imprese a investire e a continuare ad assumere, al fine di trarre beneficio dalla crescita economica.
Il sentiment del mercato azionario statunitense probabilmente rimarrà positivo, nonostante alcune correzioni minori. Questo perché le società stanno performando abbastanza bene e la crescita degli utili è quasi doppia rispetto a quella del PIL nominale, specialmente grazie alle operazioni di buyback. Inoltre, grazie anche a una vivace attività di M&A, sembra che il comparto azionario possa continuare a crescere, con qualche ulteriore espansione in termini di P/E – specialmente perché le obbligazioni sono ancora molto costose rispetto ai titoli azionari. Gli investitori continueranno, quindi, a privilegiare società con alto potenziale, dato l’attuale tasso di crescita inferiore rispetto alla norma. In tale contesto, le imprese in grado di monetizzare il traffico sui propri siti web continueranno a prosperare.
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Al contrario, l’Europa sembra aver perso slancio e rappresenta ancora un punto debole. Il rischio di una “giapponesizzazione” sta aumentando, in quanto l’Eurozona sta lottando contro una crescita lenta e contro la minaccia di deflazione. Nonostante la nuova politica di vigilanza della BCE sui bond delle grandi banche e la forte volontà politica, la governance dell’area euro è ancora debole e i limiti restano più numerosi dei vantaggi. I deficit fiscali continuano a peggiorare e la crescita a ristagnare; la BCE sembra non essere in grado di rilanciare il credito e di aumentare la fiducia dei consumatori. Con la crisi ucraina che ancora pesa sull’economia dell’Eurozona, abbiamo una posizione ribassista sull’euro – in particolare da quando, il 4 settembre, il presidente dell’Eurotower, Mario Draghi, ha annunciato il programma di acquisto di Asset-Backed Securities (ABS), insieme all’inaspettato taglio dei tassi. Tali misure di emergenza puntano a contrastare il deterioramento dell’attività economica e il crollo delle aspettative inflazionistiche e mirano a sostenere la domanda e la spesa per gli investimenti. Resta da vedere se ci riusciranno.

