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Esteri
Meloni dialettica con l'Ue ma 100% atlantista: allineamento totale sulla Cina

Perché la politica estera di Meloni non dispiacerà agli Usa. Anzi...

Estrema destra. Con questa formula viene bollato il futuro governo che ogni probabilità avrà Giorgia Meloni come suo primo ministro. Sulla maggior parte dei media internazionali si usano proprio le definizioni "hard-right" e "far-right" e, in molti casi, si implica un possibile effetto distruttivo sulle relazioni tra Italia e Unione europea, talvolta si avanzano dubbi anche sui rapporti tra Italia e Stati Uniti soprattutto a causa delle sbandate filorusse degli alleati di Fratelli d'Italia.

A di là delle questioni identitarie di quello che è diventato il primo partito italiano, i suoi rapporti e la sua possibile politica interna, sul fronte della politica estera può però forse cambiare meno di quanto non ci si aspetti. A leggere i quotidiani internazionali, si vede che a celebrare sono soprattutto quelli che un tempo venivano chiamati "euroscettici" e oggi sono definiti "sovranisti" come Viktor Orban, Marine Le Pen, il partito spagnolo Vox o il premier polacco Mateusz Jakub Morawiecki.

Ma questo non significa in alcun modo che il probabile governo Meloni non sarà su posizioni euroatlantiche, con la seconda parte della parola che avrà un ruolo certamente preponderante. Anzi. Se Morawiecki e Varsavia sono spesso dei "problemi" per l'Unione europea, come dimostrano i tanti scontri degli ultimi anni con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyern, per Washington sono forse il più prezioso alleato europeo sulla questione ucraina. 

La Polonia e la cintura dei paesi nord-centro-orientali è quella più decisa nel seguire la linea statunitense sulla Russia e su Kiev, come da tradizione. Quelli noti per essere i paesi di Visegrad sono da sempre in ottimi rapporti con la Casa Bianca. Persino l'Ungheria di Orban è stata definita un alleato in ambito Nato dagli Usa, nonostante il filo diretto aperto tra Budapest e il Cremlino.

Fratelli d'Italia, peraltro, al parlamento europeo fa parte el gruppo dei conservatori dove proprio i polacchi e i partiti dell'Europa centro-orientale hanno un peso notevole. Insomma, nessuna compromissione sul fronte russo, al contrario di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Di certo il governo Meloni avvierà una dialettica che talvolta potrà anche essere dura con Bruxelles, ma chi immagina scenari da "Brexit italiana" sembra essere piuttosto lontano dalla realtà.

L'influsso di Draghi e Mattarella

Durante tutta la sua campagna elettorale, Meloni ha peraltro mostrato di volersi far considerare affidabile. Sia da Mario Draghi, che potrebbe peraltro essere spinto verso la poltrona di segretario generale della Nato nel 2023 visto che Jens Stoltenberg è stato rinnovato fino al 2023. Una mossa, arrivata negli scorsi mesi e che è arrivata invece della nomina di un successore, che consente a Draghi di puntare alla successione vera e propria. 

Per non parlare di Sergio Mattarella, che farà sentire la sua voce sulla nomina di tutti i ministri più critici in materia di relazioni internazionali. Dall'Economia alla Difesa, dagli Interni agli Esteri, è lecito aspettarsi nomi di livello e magari senza una connotazione forte a livello partitico. Cosa che per il Quirinale garantirebbe una certa continuità sui fondamentali della postura internazionale dell'Italia.

Ecco che per esempio si fa il nome di Elisabetta Belloni per la Farnesina, dopo che era già stata in lizza proprio per il Quirinale. Un nome "tecnico" ed esperto che assicurerebbe il radicamento su una posizione saldamente atlantista ma senza neppure colpi di testa estremi o "trumpiani", scenari ai quali aprirebbe la nomina di altri nomi circolati nelle scorse settimane.

Le posizioni di Meloni su Russia e Cina

D'altronde, sull'altro grande tema della politica internazionale che sta a cuore a Washington, Meloni non ha mai mostrato tentennamenti. Stiamo parlando della Cina, divenuta da tempo la vera priorità degli Stati Uniti. Ancora di più in Italia, dove dal 2019 i fari americani sono accesi con gli abbaglianti dopo la decisione del governo gialloverde di firmare il memorandum of understaning di adesione alla Belt and Road Initiative. 

Allora il contropiede durò pochissimo. Matteo Salvini, passato all'opposizione dopo il Papeete, si reinventò anti cinese e persino il Movimento Cinque Stelle allora guidato da Luigi Di Maio fece retromarcia e tornò sui consueti lidi euroatlantici. L'ex ministro degli Esteri passò dai gilet gialli di Emmanuel Macron ad accogliere con il tappeto rosso Mike Pompeo, allora segretario di stato a Roma.

Ecco, con Meloni non ci sono dubbi. Tantomeno sulla Cina, dove Meloni è da sempre stata molto critica e ha affermato più volte durante la campagna elettorale che non avrebbe intenzione di rinnovare l'accordo sulla Belt and Road. Sul tema è del tutto atlantista e vicina agli Stati Uniti, soprattutto di marca repubblicana questo è chiaro, ma d'altronde tra un paio d'anni potrebbero tornare proprio i repubblicani alla Casa Bianca. E nelle scorse settimane anche oltreoceano hanno chiarito che Joe Biden non considerava la probabile vittoria di Meloni come "la fine del mondo". Anzi, sarebbe pronto a collaborare. D'altronde anche Hillary Clinton ha dato il suo placet al governo meloniano.

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