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La frode fiscale dello StatoTartassati milioni di autonomi

Ci sono voluti 10 anni per dichiarare incostituzionale una norma che ha fruttato alle casse del fisco non pochi milioni. 10 anni fa venne promulgata una legge che, aggiungendo il termine “compensi” al già presente termine “ricavi”, ha consentito di contestare una maggior capacità contributiva ai lavoratori autonomi, per il solo fatto che effettuavano dei prelevamenti dal proprio conto corrente senza saper spiegare come erano stati utilizzati i fondi prelevati

di Guido Beltrame

Ci sono voluti 10 anni (dieci), non 10 mesi, per dichiarare incostituzionale una norma che, in questo lungo lasso di tempo, ha fruttato, alle sempre assetate casse del fisco, non sappiamo esattamente quanti, ma di certo non pochi milioni. 10 anni fa, infatti, con Ministro dell’Economia e delle Finanze Siniscalco, Presidente della Repubblica Ciampi (perché ricordiamolo che le leggi le promulga il Capo dello Stato), tutti ben circondati dai loro consiglieri con lauti stipendi, venne promulgata una legge (L. 311/2004) che, aggiungendo il termine “compensi” al già presente termine “ricavi”, all’interno di un articolo (art. 32 comma 1 del DPR 600/73), ha consentito in tutti questi anni di contestare una maggior capacità contributiva ai lavoratori autonomi, per il solo fatto che effettuavano dei prelevamenti dal proprio conto corrente, regolarmente tenuto, senza saper spiegare (a distanza di anni), come erano stati utilizzati i fondi prelevati. In sostanza, qualsiasi lavoratore autonomo (che solo per essere autonomo per lo Stato è sinonimo di evasore), che non era in grado di dimostrare come aveva utilizzato i prelevamenti in contanti fatti dal proprio conto corrente, vedeva trasformarsi, per il fisco, quei prelevamenti in maggiori compensi non dichiarati e, come tali, oggetto di maggior imponibile accertato sul quale calcolare, imposte, sanzioni e interessi. Una mostruosità tutta italica.

Ma come, i soldi erano arrivati sul conto corrente regolarmente, come proventi di attività fatturate e già esposte a tassazione, se poi una persona li preleva e li spende per fare la spesa, pagarsi un week end di svago o comprare un regalo per l’amante non saranno fatti suoi? Al limite, nel caso dell’amante, suoi e della moglie? No, il fisco ci vedeva l’inganno, l’evasione e, grazie alla connivenza dei soliti grigi burocrati, di Siniscalco e Ciampi, arraffava tutto il possibile anche oltre il lecito. Finalmente la Corte Costituzionale, con la sentenza 228 del 6 ottobre scorso, ha dichiarato che tale norma “è lesiva del principio di ragionevolezza e di capacità contributiva” del cittadino e, quindi, lesiva di un principio costituzionale e, come tale, incostituzionale appunto.

Ora, tutti i lavoratori autonomi che in questi 10 anni (dieci) sono stati condannati a pagare imposte e sanzioni su compensi mai percepiti, per il solo fatto che, ad anni di distanza non ricordavano come avevano speso i loro denari regolarmente detenuti, da chi saranno risarciti? Perché, tutti voi ricordate e potete dimostrare (il ricordo non basta servono le prove…) come avete speso, ad esempio, i 500 euro frutto di due prelevamenti fatti nel mese di luglio del 2013… per non parlare di quei prelevamenti del dicembre 2012! Tutti i fondi raccolti attraverso una legge incostituzionale sono stati divorati dai grigi burocrati che l’hanno scritta, e dai grigi funzionari che l’hanno applicata con ferocia, personaggi che continuano a ingrassarsi nei meandri dei ministeri e uffici pubblici; i contribuenti tartassati e, a questo punto si può dire, depredati, ringraziano sentitamente la scorrettezza della Stato che, pur di far cassa, è disposto a calpestare la Costituzione dimostrando come, in fondo, evasori e legislatori siano figure che, purtroppo, talvolta coincidono, basta cambiare il punto di osservazione, tutto dipende su quale sponda del fiume uno si siede.