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Milano
Covid19: pratiche yoga per imparare a rallentare nella città che si è fermata
(Celeste Valenti, insegnanti yoga)

Milano e il Covid: pratiche yoga per imparare a rallentare nella città che si è fermata

Ve ne sarete accorti: le limitazioni si sentono. Si sentono nel corpo, che è compresso in uno spazio ristretto, e nella mente, che si arrovella tra pensieri, preoccupazioni, e lavoro da portare avanti, anche in quarantena. La serrata generale imposta per il diffondersi del contagio da Covid-19 incide su ogni aspetto della vita, e ci mette davanti a problemi, o a semplici realtà, che forse non avremmo immaginato. Quali saranno le conseguenze, lo dirà il tempo. Intanto, possiamo pensare a cosa fare per noi stessi, per non cedere alla pigrizia o all’ansia in questo prolungato tempo rarefatto.

Tra le riflessioni utili a esplorare ciò che in quarantena può accadere al corpo e allo spirito,  è interessante quella che Celeste Valenti, insegnante di yoga in varie realtà milanesi e PhD in lettere classiche, sta dipanando in una serie di video postati sul suo canale YouTube SpazioCeleste, dove alterna lezioni pratiche a digressioni tematiche.

Paragoni l’uomo in quarantena un animale che improvvisamente si trova rinchiuso, privato non solo della possibilità di uscire, ma anche di tutti gli stimoli sensoriali cui era abituato.

“Uso la metafora per rappresentare il totale stravolgimento della quotidianità e delle richieste che questo animale in gabbia ora deve fare a se stesso. A Milano siamo abituati a esercitare una serie di richieste che hanno a che fare con lo stare nel mondo, le nostre competenze sono sociali, relazionali. Gli stimoli che abbiamo nel mondo ci chiamano a essere bravissimi fuori di noi, a prendere e andare, veloci”.

Milano non si ferma.

“Appunto. Però poi inaspettatamente accade un ribaltamento completo di ciò che chiediamo a noi stessi, l’attenzione passa da fuori a dentro: sia dentro casa che dentro di sé. Il corpo fisico si trova spaesato, non ha già i suoi punti di riferimento circadiani cui era abituato. Lo spazio domestico è sempre uguale, ha anche la stessa temperatura, la stessa aria, e le abitudini che spesso sono scandite dal ‘cambiare posto’ ora si confondono in uno ‘stare’. A questo punto o siamo sopraffatti da una sensazione di panico e di ansia, che crea un circolo vizioso creato dall’angoscia di non sapere cosa temere né quando finirà, oppure intuiamo la possibilità di un’occasione”.

Questa chiusura a cosa può aprire?

"A una esplorazione di noi stessi a cui non siamo abituati: ci troviamo molto più esposti a noi stessi. Di solito siamo sempre di-stratti rispetto alla nostra condizione interiore, raramente stiamo soli, questa condizione può far detonare tendenze caratteriali, nodi irrisolti”.

A Milano potremmo per esempi scoprire che qualche volta rallentare può non essere peccato mortale?

“Spesso abbiamo un senso di colpa nei confronti di quello che può essere un momento per se stessi, e questo si vede tantissimo nella pratica dello yoga, che non corre: a Milano non ci fidiamo se non ci chiedono di sudare. La possibilità adesso ci viene data: un’occasione per provare a fare il punto sulla reazione che abbiamo davanti a una situazione inaspettata. Capire come reagisco, come sono fatto, guardandomi come se guardassi un documentario, e poi senza fretta cercare di allenare quelle competenze che di solito la città non ci chiede. Significa anche ‘fare’, non procrastinare”.

Praticare yoga è qualcosa di diverso da un “esercizio”?

“La pratica dello yoga è il nostro allenamento per imparare a stare, è uno spazio in cui alleniamo il muscolo della capacità di rimanere presenti. Uno può pensare di essere presentissimo quando produce risultati. Anche quella è presenza, ma quello che lo yoga ci chiede è provare a portare l’attenzione su quello che succede nel nostro corpo, riportare quindi la presenza su noi stessi: come girare la fotocamera del telefono. Questa sensazione di sentire quello che ci succede dentro, possiamo allenarla in qualsiasi momento semplicemente pensando a quello che stiamo facendo. Stare nel tempo presente, non isolandoci dal mondo esterno ma assumendo consapevolezza del nostro qui e ora. Tutti possono scegliere. Questo aiuta anche la forma, perché un minimo di esercizio si può fare anche in maniera dolce, e se impariamo ad ascoltare i cinque sensi sapremo anche trovare un bilanciamento, a riconoscere le reali necessità, e non ci troveremo a mangiare per noia”.

Chi non ha mai praticato, può sfruttare questo tempo per provare? Magari sfruttando le lezioni che sono disposizione online, molte anche gratuitamente proprio pervenire incontro a chi è in quarantena?

“Bisogna esplorare un po’, guardare, farsi consigliare. Va benissimo andare alla ricerca sui social, su internet che sta dimostrando la generosità e la voglia di mettere in comune.  Cerca le cose che ti fanno bene: non pratiche intense da subito, non serve. Io credo molto nel praticare con dolcezza, in questo momento ancora di più, per mantenere una mente lucida e quieta abbiamo bisogno di un corpo che non sia stanco, che sia felice. Non serve sottoporlo a richieste eccessive, la stanchezza produce anche un abbassamento dell’umore. In questa situazione i sensi sono intorpiditi, e la testa produce un sacco di paranoie in più. È importante trovare qualcosa che dia lucidità ai cinque sensi, per gustarci l’attimo. Va benissimo svegliarli ricorrendo a una pratica che troviamo online, seguendo l’istinto. Ma rendendoci conto che il corpo non va usurato. Abbiamo bisogno di distensione”.

Le scuole milanesi e non solo hanno da settimane attivato i corsi e le pratiche online per dare continuità agli iscritti. A questo si aggiunge un’idea originale che troviamo nei tuoi video: è un esercizio che si può fare fisicamente, ma non solo.

“Io penso di percorrere due strade, valorizzando il tempo partendo da una riflessione su yoga e arte, per esempio. Ma anche pratiche corporee svincolate dall’etichetta dello yoga: la base è quella ma mi interessa costruire un linguaggio senza schemi, libero, che permetta di praticare anche a chi non può muovere il corpo a causa di una disabilità. Spesso infatti si dice ‘per tutti’ ma da questa inclusione resta spesso fuori chi ha una disabilità. Vorrei provare ad abbattere la divisione tra chi può muoversi e chi no: il corpo ha una dimensione simbolica. Io propongo delle pratiche che possono essere fatte liberamente, con l’aiuto del corpo o solo dell’immaginazione. Il corpo ce l’abbiamo, troviamo un movimento che lo faccia stare meglio, anche senza stare nelle gabbie delle definizioni. Stiamo già in casa, non abbiamo bisogno di altri contenitori".

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