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Milano
Gli innocenti carcerati che attendono i processi (sospesi): una proposta
Tribunale Milano

Il dramma degli innocenti carcerati che attendono i processi (sospesi). E una proposta

Anche la giustizia, ai tempi del Coronavirus, ha dovuto fermarsi. Ma non ci sono molte alternative, perchè il mondo dei tribunali è uno dei più esposti alla diffusione del contagio: basta pensare all’afflusso di persone che, per diverse ore al giorno, si assembrano nelle aule giudiziarie e nelle cancellerie.

Le misure sin qui adottate dal Governo per arginare l’emergenza sanitaria – l’ultima verrà decisa stamattina, e sarà il prolungamento fino a dopo Pasqua del periodo di sospensione delle attività giudiziarie, originariamente fissato al 22 marzo – dipingono un quadro piuttosto chiaro, in cui (se va bene) è impossibile ipotizzare, prima di inizio giugno, una ripresa del funzionamento ordinario del sistema giudiziario, soprattutto nel settore penale. Vediamo perché.

Sino al 16 aprile non si celebreranno udienze sull’intero territorio nazionale, e non decorrerà alcun termine per il compimento di atti da parte di accusa e difesa, come appelli e ricorsi per Cassazione: ciò significa - come credo sia agevole capire anche per i non tecnici - far slittare i tempi anche della celebrazione dei relativi gradi di giudizio. Ma non è tutto: le iniziative del Governo per contrastare l’emergenza prevedono che i vertici dei singoli uffici giudiziari (cioè i presidenti delle Corti di appello e dei Tribunali circondariali) – d’intesa con l’autorità sanitaria regionale e gli Ordini forensi – potranno adottare ulteriori misure di contenimento del rischio contagio, per un arco temporale che, a partire dal 16 aprile, andrà fino al 31 maggio. Tra queste precauzioni rientrano “l'adozione di linee guida vincolanti per la fissazione e la trattazione delle udienze” - tra cui il rinvio delle stesse a epoca successiva al 31 maggio - e la limitazione dell’accesso alle cancellerie ad alcune fasce orarie e ai soli atti urgenti. Intendiamoci: secondo me è giusto così, perchè proprio quando la curva dei contagi inizierà a scendere, e avremo capito di essere vicini a vincere la battaglia contro questo maledetto virus, bisognerà essere ancora più prudenti, evitando tutte quelle forme di assembramento che possano determinarne una reviviscenza. Anche perché il personale sanitario, prima o poi, dovrà necessariamente rifiatare.

Però dobbiamo pensare anche al dopo, perché quando la ripresa sarà finalmente a pieno regime, i Tribunali saranno davvero congestionati al limite del sopportabile.

Qualcuno potrebbe pensare: vuoi vedere che il Coronavirus finirà ad aiutare i malandrini, che se la caveranno dai propri guai giudiziari a colpi di prescrizione? Non è così, perchè in tutto il periodo in cui i processi vengono rinviati in conseguenza dell’emergenza sanitaria sono sospesi sia i termini di prescrizione del reato, sia quelli di durata massima della custodia cautelare. Senza contare che, nel settore penale, lo stop delle attività giudiziarie non opera nei processi che riguardano i detenuti, gli arrestati e/o fermati in flagranza di reato, i minorenni e l’assunzione di prove urgenti (il cosiddetto “incidente probatorio”), purchè si riescano a garantire le misure sanitarie precauzionali previste dal Presidente del Consiglio dei Ministri.

E qui sta il punto: poiché le due principali precauzioni per contrastare il contagio sono il divieto di avvicinarsi a meno di un metro alle altre persone, e quello di evitare assembramenti, è ragionevole – ma soprattutto condivisibile – ipotizzare che la maggior parte dei processi, soprattutto nelle regioni più colpite, verranno rinviati all’inizio dell’estate, anche se riguardano detenuti. Non si può infatti pensare di celebrare in sicurezza un’udienza di alcune ore a carico di diversi imputati, dove vengono interrogati molti testimoni – cioè quanto accade nella maggior parte dei processi per fatti più gravi – che, spesso, provengono da diverse località regionali o nazionali. Perché non ci sono solo loro, in aula: ci sono anche i giudici (in Corte di Assise sono ben 8, di cui 6 giudici popolari!), gli avvocati, i pubblici ministeri, i cancellieri, i testimoni. E non mi sembrano cause che possano tenersi facendo ricorso agli strumenti offerti dall’evoluzione tecnologica. Una cosa è celebrare a distanza un’udienza di convalida dell’arresto di una singola persona colta in flagranza di reato – cioè un adempimento processuale relativamente semplice e veloce, in cui manca la formazione orale della prova – un’altra controinterrogare un teste cruciale in un processo con 20 imputati. Non scherziamo. Senza contare la necessità di garantire pienamente la riservatezza dei colloqui tra avvocato e proprio assistito: sicurezza che, a mio giudizio, ancora non offre lo strumento informatico o telefonico. Soprattutto quando la posta in gioco, nel processo, è grossa.

Dunque, quale può essere la soluzione per contemperare le due esigenze, ovvero garantire il diritto degli imputati a una ragionevole durata del processo nel pieno rispetto del diritto di difesa, e quello alla salute degli stessi imputati e di tutti gli operatori della giustizia? La principale cosa da fare è decongestionare i ruoli dei Tribunali, soprattutto monocratici, dalle cause di minore allarme sociale, per dare risorse – di magistrati e personale di cancelleria - ai processi più gravi e con detenuti, dove la libertà personale entra in gioco veramente, e che perciò devono avere la priorità. Per fare ciò bisogna approvare un’amnistia circoscritta ai reati di competenza del Tribunale monocratico di minore gravità, ampliare i reati procedibili a querela incentivando il risarcimento dei danni prima del processo, prevedere forme di depenalizzazione dei reati minori e investire sulle soluzioni premiali di definizione del processo in seguito a condotte riparatorie, come lo svolgimento di lavori di pubblica utilità. Dei quali, nei prossimi mesi, la collettività avrà davvero molto bisogno.

Attenzione a non fare demagogia, sul punto. Perché se non seguiamo questa strada, la macchina giudiziaria rischierà la paralisi: cioè un epilogo non meno pericoloso, per i nostri diritti, del Coronavirus. Ma bisogna che il Parlamento inizi a lavorare subito per questo obiettivo, in modo da consentirci di tornare alla normalità non appena sarà cessata l’emergenza: senza dare l’alibi a chi potrebbe pensare che la soluzione, invece, sia quella di costringerci - dopo la riforma della prescrizione tanto cara al Ministro Bonafede, che è stata al centro del dibattito politico prima dello scoppio del Coronavirus - a fare un altro pericoloso passo indietro dalla linea rossa solcata dalle garanzie costituzionali dello Stato di diritto, falcidiando il sistema delle impugnazioni e azzerando, di fatto, il principio di formazione orale della prova. 

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