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Milano
L'incubo di Salvini si chiama governo Sala. Inside

di Fabio Massa


"L'erba voglio non cresce neppure nel giardino del re". Frase che si insegna ai bambini, e che pare qualcuno - dalle parti dei poteri che contano (e che sono tutti a Milano) - stia usando a proposito dell'idea di Salvini di andare ad elezioni anticipate già ad ottobre. Certo, la forza di Matteo Salvini è indubbia. Il Colle farebbe molta fatica a non andare alle urne, frustrando le legittime pretese del partito che ha vinto le Europee. Ma potrebbe, con tanti buoni motivi (la finanziaria, la sterilizzazione dell'Iva, lo spread, ecc ecc), altrettanto legittimamente provare a trovare una figura che tenti una strada difficile verso una nuova maggioranza parlamentare. Il Colle, si sa, non ama Salvini. Per nulla. I due rilievi sul decreto sicurezza bis ne sono l'ultimo esempio. E Salvini ne è conscio: questo è il motivo per cui, da giugno ad oggi, ha procrastinato giorno dopo giorno la scelta di elezioni anticipate. Salvini teme il governo tecnico.

Oppure peggio: un governo con una nuova maggioranza politica. Di certo, secondo fonti di Affaritaliani.it Milano, c'è che il sindaco di Milano ha un canale aperto con Mattarella. Chi conosce bene Beppe Sala sa perfettamente che il primo cittadino concepisce il Colle come l'azionista di maggioranza, come l'unico a cui rendere davvero conto. Se il Colle chiama, Sala c'è. A Salvini al Papeete lui risponde in formissima da Formentera (in foto). Inoltre c'è la posizione, che Sala tiene da almeno un anno, di dialogo con il Movimento 5 Stelle. Di certo non con il ministro Bonisoli, ma con i più milanesi dei pentastellati. Stefano Buffagni, il sottosegretario delle nomine, ad esempio. E il suo luogotenente lombardo, Dario Violi: potrebbero farsi loro pontieri di una nuova fase. Una fase con forte vocazione ambientalista (uno dei pallini di Sala), ad esempio. Ancora qualche giorno fa, tra l'altro, Beppe Sala l'ha detto chiaro e tondo a Repubblica: se cade il governo bisogna dialogare con il M5S. Il problema è il Pd. A Milano il renzismo è un capitolo quasi chiuso. Rimane una rappresentanza importante, ma non è la maggioranza del partito, che sta con Zingaretti. Il caso Cerno è l'ultimo fallimento di Renzi in terra meneghina (il paracadutato, che non ha mai pagato le quote, che ha votato contro la Tav e che andrà nel gruppo misto in attesa che qualcuno dal gruppo L'Espresso lo richiami: insomma, un disastro che ha fatto infuriare tutti i dem sotto la Madonnina). Ma a Roma, per il Parlamento, è stato Renzi a fare le liste. E quindi la pattuglia renziana è enorme e molto solida. E Renzi non vuole nessuna alleanza con il M5S. Preferisce le urne, lo schianto di Zingaretti che darebbe il via al proprio ritorno in sella. Danno collaterale? Il governo Salvini I. Quisquilie. Ma Beppe Sala non è un renziano. Anzi. Tra i due corre pessimo sangue, da quando l'allora premier gli disse che doveva lasciare gli onori dell'inaugurazione di Expo a Montezemolo dopo essersi smazzato tutti gli oneri della realizzazione. Renzi o non Renzi: se il Colle chiama, come detto, Sala risponde. Il problema è Milano. Come potrebbe fare con la città? Davvero lascerebbe il posto di primo cittadino? E il Colle priverebbe la locomotiva d'Italia del suo primo cittadino? Domande interessanti. Ma l'ipotesi c'è. E in questa concitata fase bisogna tenerne conto.

fabio.massa@affaritaliani.it

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