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Milano
La Brexit e il fidanzato della Le Pen. Sofo: “Ue fallimentare ma…"

di Amelia Cartia

Il più contento del voto sulla Brexit, probabilmente, non è un inglese. Vincenzo Sofo, trentatreenne milanese di sangue calabro, ha fatto il suo ingresso al Parlamento di Strasburgo in quota Lega appena dieci giorni fa. “Congelato” fino all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, ha preso il seggio che gli è stato consegnato dagli elettori leghisti della circoscrizione Sud Italia con il voto europeo di maggio.

“Sto alla grande”, esordisce.

Ci crediamo. Prima settimana da europarlamentare, primo bilancio?
“Ho trovato una macchina piena di burocrazia e lentezza, che ti fa comprendere per quale motivo le istruzioni europee per come sono non possono essere efficaci per lo sviluppo dei territori”.

Che Europa vorrebbe costruire?
“Che Europa voglio continuare. L’Europa è una civiltà, un destino che esiste da molto prima di noi. Essere sovranisti non vuol dire rinnegare questa dimensione. Il punto è come continuare a costruire questo destino. L’Ue si dimostra fallimentare perché è un organismo sovranazionale nato per favorire la cooperazione tra gli stati nazionali e i popoli, e invece finisce per alimentare competizione e divisione. Abbiamo un organismo sovranazionale che infila il naso sulle questioni nazionali che competono ai Paesi e lascia il liberi tutti quando ci sarebbe da creare un tavolo coordinato per una visione comune, come le questioni di politica internazionale”.

Qualcuno - leggi Elly Schlein - ha colto in castagna il suo leader sulla questione dei tavoli sull’immigrazione.
La Lega e il governo di cui faceva parte sono riusciti a porre sul tavolo europeo il problema immigrazione. L’Italia era stata abbandonata a se stessa e la Lega è riuscita a dire ‘così non va’. Non si può risolvere lasciando sbarcare tutti in Italia, sperando che poi se la sbrighino da soli. Se si deve essere comunità il tema immigrazione, che riguarda il continente, va affrontato insieme. Mancando questa solidarietà, il governo a trazione Lega ha esercitato la sovranità nazionale chiudendo i confini in attesa di capire le politiche europee”.

Tra crisi e processi non crede che questo sia un brutto momento per il suo partito?
“Preferisco un ministro dell’interno che si attira le critiche internazionali ma che riduce gli sbarchi clandestini piuttosto che uno che riceve pacche sulle spalle dagli altri leader nazionali, ma che intanto riempie l’Italia di immigrazione irregolare. Matteo Salvini è riuscito a risolvere la questione. Se questo ha scontentato altri leader nazionali che non guardavano certo all’interesse dell’Italia è un altro tema. Se essere accettati nel club dei leader europei significa dover rinunciare al futuro, alla stabilità e al benessere del proprio Paese, preferisco essere malvisto”.

La parabola salviniana non è finita?
“Non credo proprio: rappresenta il primo partito in Italia e la sua politica è stata premiata elettoralmente dai cittadini, cui secondo la Costituzione appartiene la sovranità. Mi pare poi che anche Merkel e Macron non vivano di ottimi tempi nei rispettivi paesi. Mi sembra ci sia un problema diverso rispetto ai sovranisti italiani brutti e cattivi”.

La sua fidanzata ha un nome importante: Marion Maréchal Le Pen. Ha influito sulla sue elezione?
“Nell’entroterra calabrese non sono interessati alle questioni private che vanno oltre i confini nazionali. La gente vota non per le tue vicende personali ma per le idee che proponi”.

Pare che Salvini sia in rotta con Marine Le Pen, leader del Rassemblement National.
“Non mi risulta”.

Lei nasce politicamente in un consiglio di zona, parentesi amministrativa in Regione Lombardia e poi subito europarlamentare. Che salto è?
“La politica del municipio insiste sul territorio e ha a che fare con le urgenze dei cittadini più semplici e immediate. In Regione ho compreso la macchina amministrativa ed esecutiva, approfondendo le tematiche culturali, identitarie. Il ruolo di parlamentare europeo è di respiro internazionale, di rapporto tra territorio e istituzioni europee, da cui partono i finanziamenti, fondamentali per lo sviluppo di regioni come quelle del Sud”.

Eletto in Calabria, ma milanese. Che destino vede per la sua città?
“Milano rimane la città in cui sono nato e cresciuto. La sfida nel medio e lungo termine è quella di saper coniugare l’aspetto sempre più metropolitano con la vivibilità dei quartieri. Milano va verso la dimensione di città-evento, però al di fuori del centro gli altri quartieri hanno bisogno di politiche che li rendano vivibili, evitando di ridurli a dormitori. La sfida è non concentrare consumi e attività solo nel centro ma riuscire a portare anche in periferia la vita di città. Già nel 2016 parlavo di città multicentrica, fare di ogni quartiere un villaggio”.

Tornerà a Milano?
“Non posso dirlo oggi: mi aspettano 4 anni e mezzo in Europa per onorare il mandato affidatomi dagli elettori del Sud, è giusto che lo rispetti, ma resta il mio impegno per la mia città”.

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