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Milano
Addio a Luciana Previtali Radici, donna di cuore e imprenditrice glocal

Di Maria Carla Rota
@MariaCarla Rota

"Ogni 28 febbraio, anniversario del matrimonio con Gianni, rivivo con l'emozione di allora questa promessa, che si rinnova di anno in anno con immutato amore nei confronti di colui che mi ha scelta come sposa e madre dei suoi figli. Con mio marito ho condiviso gioie e dolori ed ho contribuito, sempre al suo fianco, alle scelte di vita e a quelle industriali, che hanno consentito al gruppo, oggi guidato dai miei figli, di essere tra i protagonisti dello sviluppo economico e sociale della nostra valle, della nostra regione, del nostro paese”.

Con questa dedica, un foglio scritto di suo pugno, Luciana Previtali Radici, moglie, madre e imprenditrice bergamasca scomparsa lunedì 8 agosto all’età di 90 anni, scelse di iniziare la sua biografia, pubblicata nella primavera di otto anni fa. “Ventotto febbraio” era un libro da donare ai parenti, agli amici, alle biblioteche della Val Gandino e della Val Seriana. Una sua idea, una sorpresa, tenuta segreta fino all’ultimo. Un dono, come quelli che amava fare. Non solo un racconto privato, ma la testimonianza di una protagonista dei cambiamenti economici e sociali della sua terra.

Quella data, il 28 febbraio del 1946, cambiò radicalmente la vita di Lucia Maria (detta Luciana) Previtali, sfollata da Bergamo in Val Gandino durante gli anni della guerra. Qui conobbe l'amato Gianni, imprenditore in ascesa e futuro capo di un impero tessile di livello mondiale. Con lui Luciana Radici è stata moglie, madre, nonna e bisnonna di un grande nucleo familiare: sei figli (Paolo, Maria Grazia, Brunella, Angelo, Fausto - scomparso nel 2002 - e Maurizio), 19 nipoti e 20 pronipoti.

Ma Luciana Radici è stata anche una donna d’impresa, che ricordava con piglio manageriale l’immensa Cina affrontata all’inizio degli anni ’70, quando consegnavano "stabilimenti chiavi in mano”. Una visionaria, soprattutto, proprio come suo marito, entrambi dediti alla responsabilità sociale d’impresa quando ancora questo termine non esisteva. La “signora Luciana”, come la chiamavano a Leffe, aveva a cuore i suoi dipendenti, alcuni dei quali erano anche i più stretti amici di famiglia. Grazie al suo spirito d'iniziativa il gruppo Radici ha realizzato colonie, centri sportivi, luoghi di aggregazione e tutto quanto potesse favorire benessere e spirito di coesione.

Luciana Radici pensava sempre alla sua valle, preoccupata per i fenomeni di “spopolamento e disgregazione” che ormai stavano cambiando il volto di queste zone. Ma aveva a cuore anche le tante persone bisognose alle quali, con profondo animo filantropico, tendeva sempre una mano. Lo dimostrano le tante realtà e associazioni che in questi giorni stanno ricordando i progetti realizzati grazie alla sua generosità.

Bastava incontrarla una volta sola, nel suo salotto di Leffe, per capire di che pasta fosse fatta ed essere affascinati e travolti dalla sua personalità. La signora Luciana amava indossare i colori, dagli abiti ai foulard, dai gioielli ai cappellini. Il suo stile era impeccabile anche in casa. La pelle ambrata era segnata dal tempo, ma i lineamenti non avevano perso la loro grazia e lo sguardo era vivace e intenso, come quando era adolescente. Dalle ampie vetrate della sua villa lo sguardo dominava Leffe e Gandino, nella vallata che la sera s’accende di luci: da lassù, all’apice del colle di San Rocco, Luciana Radici poteva vedere le fabbriche, a partire dalle quali, giorno dopo giorno, il marito aveva creato un impero, con tenacia e lungimiranza. Scorgeva dettagli che sfuggono all’occhio di un normale osservatore: e non si trattava semplicemente di vista acuta. Conosceva a memoria le aziende, perché in passato nemmeno d’estate lei e il marito si muovevano, pur di tenerle d’occhio.

Quasi che nel cognome fosse scritto il loro destino, i coniugi Radici hanno interpretato al meglio la filosofia “glocal”: pur possedendo aziende in vari continenti, sono rimasti profondamente legati alla terra d’origine. Capaci di vivere, allo stesso tempo, in Val Gandino e nel mondo.

Luciana Radici era una donna di una vitalità e una determinazione straordinarie. Una donna manager col cellulare che squillava costantemente: figli in ferie, nipoti che chiamavano per un saluto, amici che chiedevano udienza, collaboratori che organizzavano le numerose attività da lei sostenute in campo sociale. Aveva un’agenda fitta di impegni ed eventi a cui presenziare e, in più, era sempre a disposizione dei familiari.

In paese l’avevano soprannominata “la signora S.O.S”: quando c’era una necessità era pronta a farsi in quattro, perché sapeva prendersi a cuore i problemi del singolo e della società, e lo faceva con naturalezza, di chiunque si trattasse. Il suo carisma catalizzava l’attenzione generale. Lei era sempre al centro della scena. Un intelletto femminile creativo e lungimirante, capace di intuire e anticipare i cambiamenti. Nella medicina come nella moda: sapeva parlare con la stessa competenza della ricerca sul cancro e dei colori di tendenza nella prossima stagione. Amava farsi bella, per se stessa e per l’altro, verso cui era costantemente protesa. Sapeva relazionarsi allo stesso modo con le signore dell’alta società e con le persone più semplici.

Luciana Previtali Radici era una donna dallo spirito giovane, che con passo leggero si aggirava nella sua casa in Costa Azzurra a piedi nudi, di rosso vestita. Una donna che ha fatto dell’amore la trama della sua vita.

In alto, il ritratto di copertina del libro "Ventotto febbraio" 

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