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Pagano (Cgil): patente a punti alle aziende che garantiscono sicurezza
Alessandro Pagano

Pagano (Cgil): patente a punti alle aziende che garantiscono sicurezza

(IMPRESE-LAVORO.COM) - Lunedì prossimo presidio organizzato da Cgil, Cisl e Uil della Lombardia per rivendicare la sicurezza nei luoghi di lavoro: “E’ necessario e urgente un patto per la salute e la sicurezza” – spiegano le organizzazioni sindacali. Alessandro Pagano, neo segretario regionale della Cgil, accetta di parlare con Affaritaliani.it Milano dei grandi temi del lavoro, a partire proprio dalla sicurezza.

“Il sistema sicurezza si basa su una multilateralità istituzionale. Ma questa struttura non è presente ovunque, In tanti luoghi c’è una resistenza da parte delle imprese. Dove c’è il sindacato le cose vanno meglio. Ci troviamo con una catena che ha molte debolezze. Dove manca il sindacato la catena s’indebolisce. In Lombardia parliamo di una realtà da circa 500mila imprese e molte imprese interpretano il tema sicurezza con un atteggiamento burocratico”.

Troppo spesso un po’ tutti si svegliano dopo la morte di qualche lavoratore. Quali sono le vostre priorità?

“Va costruito un sistema in grado di considerare la sicurezza un valore. Noi parliamo di patente a punti, in grado di considerare come virtuose le aziende che costruiscono un sistema di lavoro in grado di garantire la sicurezza. In particolare vanno valutate tutte le anomalie del processo produttivo. La tutela della sicurezza non è un fatto ideologico e il sindacato – in particolare nelle grandi aziende – va coinvolto. Ci sono realtà, come l’edilizia o il manifatturiero, che presentano grandi rischi per la sicurezza, maggiore è il rischio maggiori gli investimenti devono esserci per la sicurezza”.

C’è poi il problema delle piccole imprese, dove non c’è rappresentanza sindacale. Che fare?

“Nel settore dell’artigianato – dove nelle piccole aziende non c’è il sindacato – a livello di realtà bilaterale riusciamo a investire su lavoro e sicurezza, per formare rappresentanti territoriali destinati alla sicurezza”.

Dalle istituzioni cosa vi attendete?

“Durante una recente riunione a Milano mi ha colpito e amareggiato sentir parlare di distrazione dei lavoratori. Questo è inaccettabile, è un arretramento culturale. La fotografia dell’oggi (alla ripresa dopo il fermo da Covid) ci presenta una realtà peggiore rispetto al passato. La Regione ha annunciato l’assunzione di 40 ispettori. mA la realtà parla di 450mila imprese. Certo la soluzione non è un ispettore per ogni azienda ma serve ben altra risposta per far funzionare meglio la sicurezza”.

Veniamo al rilancio di lavoro ed economia. Quali sono i vostri obiettivi?

“Noi guardiamo alle politiche sociali e a quelle dello sviluppo, ci immaginiamo una progettualità coordinata. In Regione ma vedo un’assenza del punto di vista del territorio rispetto alle scelte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) . Credo proprio che se 80 di quei 220 miliardi saranno utilizzati dalla gestione locale, dobbiamo aspettarci un piano, una programmazione, che metta assieme i progetti e la ricaduta complessiva dell’economia e del sistema socio economico della Lombardia. Noi siamo pronti ad un confronto perché non ci mancano le idee e la visione sulle opportunità destinate a far crescere settori importanti e contemporaneamente gestire una transizione per alcuni settori in difficoltà”.

Le priorità?

“Vedo un progetto importante legato al rilancio del settore socio sanitario, un volano potente destinato a rafforzare anche l’area biomedicale. Si tratta di attività ad alto valore aggiunto. Costruire un palazzo della salute serve a far lavorare tante realtà: c’è l’edilizia, l’impiantistica, c’è una specializzazione produttiva in grado di generare qualcosa di permanente. Noi dobbiamo puntare al consolidamento del lavoro stabile, sicuro, ben pagato e di prospettiva. Chi ha responsabilità politiche deve puntare su questi obiettivi”.

A proposito di sanità e di pandemia, la Regione sta lavorando alla riforma, quali sono i vostri obiettivi?

“Chi lavora nella sanità, con qualsiasi ruolo, si è dimostrato fondamentale nell’arginare la pandemia. Non mi piace la retorica dell’eroe ma il personale è stato davvero straordinario. In Lombardia è venuta a mancare la rete territoriale. Mi piace guardare ad un sistema sanitario che non ha come stella polare il profitto. Il punto è che un sistema parzialmente privato può anche funzionare. Ma oggi la sanità pubblica va presidiata, occorre riportare una prossimità di assistenza nei territori. La risposta alla pandemia – in presenza di un numero adeguato di medici di base e luoghi di cura di prossimità – sarebbe stata diversa, senza intasare il pronto soccorso degli ospedali. La sanità deve conservare un fine sociale e il diritto alla salute va tutelato. Io vedrei bene un ritorno alla centralità, lasciando alle regioni gli aspetti organizzativi della sanità”.

 

 

 
 
 
 
 
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