Auto e Motori
Montezemolo a cuore aperto: «La mia Ferrari senza leadership e un’Italia che dimentica l’industria»
In una lunga intervista al magazine Quindici, l'ex numero uno di Maranello analizza la crisi della Rossa, ricorda con commozione Schumacher e lancia l’allarme economico: «Politica distratta, la deindustrializzazione è un rischio reale»

È un Luca Cordero di Montezemolo diviso tra l'amore viscerale per il passato e la preoccupazione lucida per il presente quello che si confida sulle pagine del magazine Quindici.
giornale del Master in Giornalismo di Bologna. L'iconico manager, che ha vissuto più vite in una sola dalla pista ai treni dell'alta velocità non usa filtri nel descrivere il suo stato d'animo attuale, specialmente quando lo sguardo si posa su Maranello.
«La Ferrari è ancora un grande amore, anche se mi fa soffrire», ammette Montezemolo. Una sofferenza fisica, quasi tangibile, tanto da confessare di aver «spaccato qualche televisore» guardando i Gran Premi da solo, al riparo da domande indiscrete. L'analisi del momento "no" della scuderia è impietosa e chirurgica: per l'ex presidente, il problema non risiede nei piloti, ma nella struttura stessa. «Manca una leadership forte, mancano competenze», dichiara, sottolineando come oggi il Cavallino non riesca nemmeno a lottare per la vittoria all'ultima gara, una consuetudine dolorosa che dura da troppi anni. Il confronto con la sua era è inevitabile: un periodo d'oro costruito su una squadra di giganti come Jean Todt, Ross Brawn e Rory Byrne, dove la competenza era l'unica moneta di scambio.
Ma l'intervista a Quindici è anche un viaggio nei sentimenti. C'è la gratitudine per il Drake, Enzo Ferrari, definito un «agitatore di idee» capace di puntare su un venticinquenne nel lontano 1973; c'è l'affetto filiale per Gianni Agnelli e quello fraterno per i piloti che hanno segnato la sua vita. Il ricordo di Michael Schumacher è velato di tristezza: «Mi manca tantissimo. Era un uomo di squadra, come Lauda. Quando vinceva era la squadra a farlo», racconta, contrapponendo l'umiltà del campione tedesco all'egocentrismo di molti piloti moderni.
Non manca un passaggio su Sergio Marchionne, figura complessa con cui il rapporto è stato spesso letto in chiave conflittuale. Montezemolo gli riconosce intelligenza e capacità lavorativa, definendolo però un «one man show» che forse ha sottovalutato l'anomalia unica della Formula 1. E aggiunge una chiosa destinata a far discutere: «Sono sicuro che non avrebbe mai venduto la Fiat».
Se il capitolo motori è intriso di nostalgia, quello sull'Italia è carico di urgenza. Montezemolo, forte dell'esperienza imprenditoriale di successo con Italo – definita un esempio di impresa fatta da sola, senza denaro pubblico e rompendo un monopolio – guarda al Paese con preoccupazione. «Il problema dell'Italia è la disuguaglianza», afferma netto. L'ex presidente di Confindustria vede una classe media in affanno e un divario tra ricchi e poveri sempre più ampio, criticando aspramente stipendi come quello di Elon Musk, giudicato «terribile».
La stoccata alla politica, sia di destra che di sinistra, è frontale: manca visione sul futuro. Secondo Montezemolo, si assiste a un'opera di «distrazione di massa», dove si dibatte di temi lontani dai veri problemi, primo fra tutti la deindustrializzazione. L'allarme per il settore automotive è rosso: «L'industria rischia di scomparire. Produciamo meno di 500.000 auto all'anno». In questo scenario, Montezemolo non risparmia nemmeno i sindacati, rei a suo dire di manifestare per cause geopolitiche legittime, come Gaza, dimenticando però di presidiare con la stessa forza i cancelli delle fabbriche che chiudono.
Eppure, nonostante le ombre, c'è spazio per la luce. Quella di Bologna, la sua città natale, che lo riporta sempre di buonumore e dove a breve arriverà nelle sale il film sulla sua vita, Luca: Seeing Red. Un ritorno alle origini per un uomo che, tra successi e amarezze, non ha mai smesso di guardare avanti, convinto che il segreto sia sempre uno: «Circondarsi di collaboratori più bravi di te».
