Trattato del Quirinale, Italia vs Francia: per ora una sfida ad armi impari
Se fosse un incontro di pugilato sarebbe già finito da tempo per KO tecnico e per manifesta inferiorità dell’avversario. La sfida tra Francia e Italia finora è stata a senso unico, con qualche rarissima eccezione. Ora però che Macron e Draghi sembrano aver gettato le basi per un nuovo accordo di collaborazione, il risultato potrebbe cambiare. Ma, è bene ribadire, fino ad ora non c’è stata partita.
Dal punto di vista delle aziende, ad esempio, i due giganti del lusso LVMH e Kering hanno rastrellato rispettivamente sette e sei aziende italiane. E non si parla di pmi (con tutto il rispetto) nate da qualche anno. Ma di giganti del fashion nostrano come Bulgari, Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Acqua di Parma, Pomellato. L’Italia ha provato a restituire il favore con qualche incursione: nello specifico sono state cinque complessivamente, se si vuole anche contare l’avanzata di Exor nel capitale di Louboutin, con l’operazione di Della Valle su Roger Vivier e l’acquisizione da parte di Lavazza di Carte Noire a fare la parte del leone.
Ma i rapporti sono ancora più sbilanciati quando entrano in gioco i governi. Prendiamo ad esempio la fusione “paritetica” tra Fca e Psa per dare vita a Stellantis. Il ceo? È espressione dei francesi. Il cda è a maggioranza transalpino. I manager di primo livello sono in schiacciante superiorità francese. E soprattutto, la componentistica auto del nostro Paese trema a pensare che il nuovo standard per il segmento B (cioè quello con i numeri più significativi) potrebbe essere quello scelto da Psa e non da Fca.
Il governo francese ha avuto un ruolo fondamentale nella fusione delle due aziende. Intanto perché mantiene una quota dell’azienda (6,2%) che gli garantisce comunque di poter dettare legge. E poi perché si è sempre dimostrato molto attento alle eventuali ricadute occupazionali anche in un momento drammatico per l’automotive come quello che stiamo vivendo. E che dire della telenovela con Fincantieri per l’acquisizione dei cantieri Saint Nazaire? Alla fine l’azienda italiana ha dovuto mollare la presa perché la maggioranza assoluta in un’infrastruttura reputata così strategica Macron non voleva proprio concedergliela.
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Nello spazio, la collaborazione in Thales Alenia Space – che sta portando grandi risultati nella realizzazione di satelliti esplorativi – è in realtà una joint venture in cui il 66% è in mano ai francesi di Thales e il 33% in quelle di Leonardo. Si potrebbe ancora andare avanti: in molti sostengono che nell’iniziativa di dieci anni fa per rovesciare il governo di Gheddafi fu l’intento economico di togliere i preziosi giacimenti petroliferi dalle mani di Eni e di consegnarli a Total che convinse Sarkozy della necessità di intervenire.
Acqua passata, si potrebbe dire. Ma a patto che si ricordi bene finora com’è stata impostata la “cuginanza”. E, ogni tanto, guardando con ammirazione a quanto viene fatto a Parigi. Creare dal nulla colossi come Lvmh e Kering è ovviamente impossibile, ma la dotazione per le start-up (tramite venture capital) messa in piedi da Macron è di 9,5 miliardi in nove mesi, contro i 750 milioni prodotti dall’Italia. Sono 13 volte tanto. Le premesse non sono buone visto che nel nostro Pnrr (decisamente più ricco di quello francese) destiniamo solo due miliardi all’innovazione.
L’annuncio di collaborazione tra Cassa Depositi e Prestiti e l’omologa Cdc (che è tra l’altro presente nel capitale di Essilor-Luxottica tramite il fondo Lca1) è comunque un buon punto d’inizio. Perché la strategia di collaborazione vedrà per una volta la preponderanza dell’Italia dal punto di vista delle dotazioni rispetto alla Francia. Il Pnrr nostrano, infatti, riceverà dall’Europa 191 miliardi, contro i 40 miliardi (parte del piano per complessivi 100 realizzato da Macron) di Parigi. Per una volta, quindi, i rapporti di forza potrebbero essere ribaltati. A patto di fare tesoro di quanto accaduto in passato e, perché no, prendere esempio dai francesi.
Che hanno creato nel 2004 l’APE (Agence des participations de l’Etat) con l’obiettivo di chiarire l’intervento dello stato nel capitale delle imprese costituisce, insieme alla CDC e alla Bpifrance (una banca d’investimento pubblica creata nel 2012), il braccio operativo nell’economia. Uno Stato che è il più importante operatore sulla Borsa di Parigi e detiene partecipazioni in più di 1.750 aziende per un totale di 110 miliardi di euro grazie alle quali orienta in modo diretto ed indiretto l’azione di indirizzo e di supporto al sistema economico nazionale.
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A differenza dell’Italia, caratterizzata da una preponderanza di pmi a bassa capitalizzazione e totalmente dipendenti dal punto di vista finanziario dalle banche (minibond, quotazioni e altri strumenti sono ancora poco impiegati), il sistema francese è caratterizzato da molte grandi aziende. Nella lista Fortune Global delle 500 più grandi aziende al mondo, figurano 31 società francesi: più dell’Italia, che ne conta 6 ma anche più della Germania che ne conta 29. Prima della Francia, solo Stati Uniti, Cina e Giappone. Così facendo può competere con i grandi player mondiali oltre che proseguire l’avanzata all’estero.
Le partecipazioni riguardano settori strategici come come l’energia (Total, EDF, Veolia), grande distribuzione organizzata (Carrefour), trasporti (Renault, PSA, Airbus), industria (Vinci, Saint-Gobain, Safran), farmaceutica (Sanofi), servizi assicurativi (AXA, CNP) e finanziari (BNP, Credit Agricole, Société Général). Perché questi accordi funzionino serve che l’Italia, al di là del campanilismo, riesca a capire che esiste un modello francese virtuoso, efficace, che tutela l’occupazione e l’imprenditoria e che è decisamente vincente. Riuscirà Mario Draghi nel “colpo gobbo” di cancellare l’antipatia per i cugini d’Oltralpe?

