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Aldo Moro centenario dalla nascita - Il discorso di Giuseppe Vacca

L’intervento dell’on. Giuseppe Vacca in Consiglio regionale durante la seduta commemorativa della figura di Aldo Moro, in occasione del centenario della sua nascita, su “Moro e la politica estera in Italia”.

“Consentitemi di rivolgervi inizialmente un saluto e un ringraziamento collettivo, perché, senza retorica, è un onore inaugurare questo centenario della nascita di Aldo Moro qui nella sua terra, nella mia terra, nel Consiglio regionale della Puglia, di una figura che mi è cara anche per aver avuto la fortuna di seguire il suo ultimo corso universitario nell’Università di Bari, studente io di giurisprudenza, in quel caso docente lui di Filosofia del diritto, nell’anno accademico 1956-1957.

Rivolgo un ringraziamento particolare al presidente Loizzo, che mi ha anche assegnato il tema dicendomi, però, di trattarlo liberamente. Io farò così, non parlerò solo della politica estera di Moro per una ragione sostanziale: Moro è una rara figura politica dotata, come si dice oggi, di visione, cioè di grande, forte, sentito pensiero. Questo pensiero è sostanzialmente riversato nella sua politica e soprattutto nella giustificazione della sua politica in un’epoca nella quale, più che mai e molto più di prima, politica interna e politica internazionale sono strettamente interdipendenti ed intrecciate. In qualche modo inserirò la politica estera di Moro in una riflessione e in una ricostruzione della sua lezione, che comincia dalla visione dello Stato democratico formatasi in Moro fra la caduta del fascismo e la stesura della Costituzione.

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Alla caduta del fascismo, Moro aveva già affrontato il problema della trasformazione dello Stato autoritario di masse, secondo la definizione che un grande giurista nazionalista e fascista, Alfredo Rocco, dava del regime mussoliniano, in uno Stato democratico ispirato ai valori del personalismo cristiano.

Tuttavia, l’esperienza della Costituente fu decisiva per la definizione non solo dei suoi istituti giuridici, ma anche delle forze politiche, dei movimenti sociali e delle correnti ideali che avrebbero potuto realizzare lo Stato democratico. Quando il 10 settembre 1946 fu raggiunto l’accordo sui valori fondamentali dell’ordinamento costituzionale, Moro definì quell’accordo una felice convergenza delle concezioni solidaristiche cristiane con le concezioni di solidarietà sociale, di cui sono portatrici le forze socialiste e comuniste. Forse è opportuno ricordare a margine che questa nozione di convergenza, e non di compromesso costituzionale, fu enfatizzata non solo da Moro, ma da altri grandi padri della Costituzione, a cominciare da Palmiro Togliatti.

Nel commento al voto finale della Carta, intervenuto quando ormai era cominciata la Guerra fredda, Moro respingeva l’idea della divisione fatale del mondo in due campi contrapposti, auspicando la salvaguardia degli spazi di diversità che avevano reso possibile il patto costituzionale, nella speranza che la Guerra fredda si rivelasse solo una parentesi. Quindi, non sorprende che Moro divenisse il leader della Democrazia Cristiana quando l’inizio della distensione internazionale pose fine al decennio più aspro dello scontro fra i due blocchi.

È un paradosso solo apparente che Moro abbia affidato lo sviluppo dei suoi pensieri sullo Stato alle motivazioni della sua politica. Egli fu, fin dalla prima legislatura repubblicana, un politico in atto. Il suo pensiero veniva comunicato principalmente attraverso la parola. Quindi, la sua concezione dello Stato democratico si articolò nei discorsi che preparavano l’apertura a sinistra. Egli definisce lo Stato democratico lo Stato del valore umano, e se questo voleva dire riconoscere e garantire il prestigio di ogni uomo, insito nella sua libertà, essa doveva essere congiunta alla dignità che si esprime nella spinta alla espansione e alla partecipazione dei beni del mondo. Sono sue parole.

Ne discende una concezione del pluralismo sociale profonda, che non è dettata dall’urgenza di prevenire i rischi delle lotte di classe, ma definisce il limite della politica stessa che, per unificare il molteplice, deve porre i singoli individui e i gruppi sociali su un piano di parità morale.

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La visione dello Stato democratico come unità dialettica di società politica e società civile è figlia di un’epoca in cui le domande di libertà ed eguaglianza sgorgano dall’avanzare di una società civile mondiale, e lo Stato, per condurle a sintesi, deve proporzionare le risorse politiche limitate di cui dispone ai processi internazionali che ne possono accrescere, facendo emergere il contrasto irriducibile - pensava Moro - fra lo Stato democratico, cioè aperto alla collaborazione internazionale più vasta, e lo Stato totalitario, fondato sull’autarchia.

Unità del molteplice e, a sua volta, uno fra molti, lo Stato democratico ha la vocazione della pace, ma soprattutto la vocazione dell’intesa e del lento fecondo dibattito che lo vivifica. Lo Stato democratico si definisce, dunque, anche al suo confine, in ragione della sua capacità di superarlo”. Quando Moro enunciava questi pensieri, si era già agli albori della distensione internazionale, ma anche al culmine della sfida globale del comunismo. Tuttavia, l’ispirazione cristiana della sua visione della democrazia alimenta un fondato ottimismo sulla possibilità di raccogliere vittoriosamente quella sfida.

Moro ha di fronte l’unico partito comunista che avesse partecipato alla fondazione di una Repubblica democratica secondo i princìpi del costituzionalismo europeo. Ha di fronte Togliatti, che favorisce l’evoluzione del quadro politico italiano, pur sapendo che la prospettiva del Governo resterà preclusa al suo partito.

Il confronto con il Partito Comunista è, quindi, impostato da Moro in chiave di lotta per l’egemonia, la quale non esclude, anzi intende favorire l’evoluzione dell’avversario.

Nei primi tempi del centrosinistra si diffuse un paragone fra Moro e Giolitti ma, a mio avviso, esso non regge. Giolitti si muoveva nel solco, tracciato da Benedetto Croce, del riconoscimento del socialismo come nuovo protagonista della vita sociale, che però non poteva avere l’ambizione dell’egemonia, poiché la sua ideologia, secondo Croce, non aveva la dignità di una filosofia. Era un’impostazione da primo Novecento, quando il socialismo, nella sua rapida progressione, non aveva ancora dimostrato né raggiunto la forza e la capacità di sfidare la civiltà liberale. Il mondo di Aldo Moro è, invece, un’altra cosa, è tutt’altro, anche perché il comunismo è un attore politico globale che si presenta come un nuovo protagonista della storia della libertà.

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Tornando dunque all’Italia, Moro affida la sua strategia politica alla capacità di dimostrare che la Democrazia Cristiana non è il partito di fiducia della borghesia, secondo l’insidiosa definizione di Palmiro Togliatti, ma un grande partito popolare e nazionale.

Questa qualificazione evoca l’esperienza dell’antifascismo. Come è noto, l’antifascismo non aveva riguardato solo la storia d’Italia, come il fascismo del resto, ma i caratteri del nuovo ordine mondiale generato dalla seconda guerra mondiale che, successivamente, con la cristallizzazione del bipolarismo fra Stati Uniti e Unione Sovietica, avrebbe imposto due diversi princìpi di legittimazione a livello nazionale: l’antifascismo come criterio di legittimazione democratica e l’anticomunismo come paradigma della legittimazione a governare.

Per la Democrazia Cristiana di De Gasperi, partito di ispirazione cristiana la cui laicità era favorita dalla recente apertura della Chiesa alla democrazia, l’unità politica dei cattolici e l’ispirazione antifascista erano garanzia di primato del cattolicesimo democratico.

Si è detto, con acume, che Moro fosse il più degasperiano dei dossettiani. La sua interpretazione della formula degasperiana della DC come partito di centro che cammina verso sinistra si riassume nella visione del centrosinistra come proposta politica più idonea a guidare il progresso della nazione italiana.

Per Togliatti l’antifascismo era stato il paradigma della conciliazione fra classe operaia e nazione. Per Moro, come per De Gasperi, il problema principale fu quello di neutralizzare le forze della destra reazionaria, molto influenti nella storia d’Italia, ridefinendo i confini dell’unità popolare.

Questa impostazione, che rendeva cogente un confronto permanente con il variegato mondo del movimento operaio, incontrava un problema fondamentale: la divisione delle forze riformatrici in Italia fra Governo e opposizione, che rendeva più fragile l’unità della nazione.

Moro formulò la visione più compiuta dell’antifascismo democristiano celebrando, proprio a Bari, il trentennale della Liberazione. Il momento politico era caratterizzato dalla sconfitta della strategia della tensione grazie alla risposta articolata e alla mobilitazione popolare che le forze antifasciste avevano messo in campo negli ultimi tre anni.

Ma il suo discorso aveva un respiro storico, tutt’altro che contingente, in quanto riportava la definizione dell’unità popolare della nazione italiana ai caratteri della Resistenza e della guerra di liberazione.

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Grazie soprattutto ai partiti antifascisti, argomentava Moro, nel corso di trent’anni - cito - "si sono conciliati alla democrazia ceti tentati talvolta da suggestioni autoritarie e chiusure classiste, e grandi masse di popolo oggi garantiscono esse stesse quello Stato che un giorno consideravano con ostilità quale irriducibile oppressore. Il nostro antifascismo, quindi – affermava Moro in conclusione – non è solo un dato della coscienza, il risultato di una riflessione storica, ma è componente essenziale della nostra intuizione politica, destinata a stabilire il confine tra ciò che costituisce novità e progresso e ciò che significa conservazione e reazione".

Il centrosinistra fu sconfitto nelle elezioni politiche del 1968, ma se vogliamo seguire il filo dei pensieri di Moro, fino al memoriale scritto nella prigione del popolo delle Brigate Rosse, il progetto riformatore che avrebbe dovuto completare l’attuazione della Costituzione e che era alla base della formula di centrosinistra, era franato già nel 1964 – questo pensa Moro – per effetto concomitante dell’insufficienza di risorse riformistiche nel sistema economico italiano e delle rigidità della democrazia bloccata.

Questo aveva isterilito la vita della DC, divenuta, secondo Moro, e il Moro soprattutto del memoriale, un castello munito, in cui si erano rifugiati gruppi di potere che non intendevano rinunciare ai loro privilegi. Moro ebbe quindi una straordinaria intuizione del 1968, lo ha già ricordato il presidente Loizzo, come occasione per far rivivere i valori del cattolicesimo democratico. Se la Seconda guerra mondiale aveva fatto rinascere lo Stato-nazione europeo, la sua crisi, riemersa nel 1968, scaturiva da un mutamento radicale dei processi di globalizzazione.

Nel ventennio precedente, questi processi erano stati appannaggio delle classi dirigenti. Ora, secondo Moro, passavano nelle mani dei popoli, in Occidente così come in tutto il mondo. Quindi, parlando al Consiglio nazionale della DC, il 21 novembre 1968, Moro affermò: «tempi nuovi, si annunciano, e avanzano in fretta come non mai. L’ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze dell’intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi a un punto nodale della storia, non si riconoscono nella società in cui sono e la mettono in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità. Nel profondo è una nuova umanità che vuole farsi, è il modo irresistibile della storia, un modo nuovo di essere della condizione umana». Parole analoghe, negli stessi mesi, pronunciava Robert Kennedy.

Questa intuizione apriva la strada ad una rifondazione della democrazia, ma poneva il problema del suo fondamento universalistico. E Moro rilanciò pertanto le radici cristiane della democrazia. Il doppio movimento di una globalizzazione dall’alto e dal basso sembra quindi annunciare il tempo del ricongiungimento della politica con la morale.

Questa visione ispirò la politica internazionale di Moro, quando fra il 1969 e il 1974, ricoprì ininterrottamente il ruolo di Ministro degli esteri. Erano anni di promettenti sviluppi della distensione internazionale, ma anche di consolidamento del bipolarismo fra Stati Uniti e Unione Sovietica, che conseguiva una stabilizzazione degli equilibri internazionali, feconda di risultati nella riduzione degli armamenti e nella ricerca di soluzioni delle crisi internazionali più gravi, a cominciare dalla guerra del Vietnam.

Lo scenario globale appariva favorevole all’affermazione dell’Europa dove si sviluppavano con successo la Ostpolitik di Willy Brandt e la Ostpolitik del Vaticano, incentrata sui diritti umani.

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Moro vi inserì un’efficace iniziativa italiana, di cui potrò richiamare qui solo alcuni capisaldi. Lo slancio con cui aveva annunciato i tempi nuovi lo conduceva ad affermare dalla tribuna dell’undicesimo congresso della Democrazia Cristiana: “Sulla soglia della politica internazionale non ci si arresta più”, con una sorta di rassegnato fatalismo, come si fosse di fronte ad una dura necessità, “ma ci si impegna, pur con i doverosi accorgimenti della prudenza e del realismo, per fare semplicemente della legge morale un criterio di azione politica a tutti i livelli”.

L’ascesa della Cina, che reclamava il riconoscimento del ruolo globale, che le spettava, limitava l’efficacia delle politiche di stabilizzazione bipolare, ma secondo Moro il multipolarismo, che ormai caratterizzava la struttura del mondo, creava la possibilità di approfondire la distensione in Europa senza rischi per le prerogative delle due maggiori potenze.
Ferma restando la ragion d’essere dei blocchi militari fino a che non si fosse creato un clima di fiducia generale necessario per risolvere politicamente crisi e conflitti regionali – cito – “non è immaginabile, allo stato della nostra cultura e del nostro sviluppo morale, che la pace nel mondo possa essere per sempre affidata all’equilibrio del terrore e al bilanciamento delle potenze in campo”.

La politica estera dell’Italia doveva, quindi, operare – cito ancora – “per il superamento dei blocchi militari per la loro contemporanea ed equilibrata dissoluzione”.

La politica estera dell’Italia faceva tutt’uno con quella della Comunità europea e se l’Europa non aveva ancora raggiunto un grado di unità sufficiente per far valere il suo progetto di distensione Moro sentiva che stavano maturando i tempi per una sorta di costituente politica dell’Europa, prefigurandone il futuro di potenza civile capace di esercitare un’influenza globale.

Assunto, quindi, l’incarico di Ministro degli esteri, Moro espose compiutamente la sua dottrina della pace all’Assemblea delle Nazioni Unite l’8 ottobre del 1969, collegando la soluzione dei conflitti internazionali alla riduzione per via politica dei molteplici squilibri che interessavano le diverse regioni di un mondo sempre più integrato e interdipendente. Quindi, sostenne con forza la necessità di dotare l’ONU di dispositivi efficienti per le operazioni di mantenimento della pace e della sicurezza.

Guido Formigoni, il suo biografo, che ha appena pubblicato la prima grande biografia di Aldo Moro presso le edizioni del Mulino, ha riassunto efficacemente la sua visione nell’obiettivo di una interdipendenza strutturata che prendesse il posto della mera politica di potenza. In questa prospettiva Moro si impegnò tenacemente nella nascita della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione europea che tenne a battesimo presiedendo il Consiglio atlantico del maggio del 1970. Già nel febbraio dell’anno successivo, incontrando, insieme a Emilio Colombo, Richard Nixon e ed Henry Kissinger a Washington, all’indomani della vittoria dell’Unidad Popular in Cile, dovette riscontrare un’aperta ostilità dell’amministrazione americana verso l’apertura al confronto con il Partito Comunista che Moro prospettava già da due anni.

Tuttavia, i progressi della distensione bipolare incoraggiavano la sua visione della coesistenza europea, mentre il clima cominciò a mutare rapidamente l’anno dopo con la fine del sistema di Bretton Woods, con la guerra dello Yom Kippur e con l’appoggio americano al colpo di Stato in Cile.

Il 1973 fu l’anno delle maggiori tensioni fra il progetto di distensione europea e la visione kissingeriana dell’ordine mondiale condivisa anche da Mosca e nel 1974, con l’uscita di scena di Willy Brandt, gli Stati Uniti riaffermarono la loro leadership globale associandovi la Germania di Helmut Schmidt e la Francia di Valéry Giscard d’Estaing in una prospettiva che, però, escludeva un ruolo autonomo dell’Europa.

La Conferenza per la sicurezza e la cooperazione europea si sarebbe conclusa l’anno dopo a Helsinki con un avanzamento significativo della distensione, ma con un unico registro, a egemonia americana, valido per tutto l’Occidente, mentre Moro, tornato alla Presidenza del Consiglio, affrontava la crisi più acuta della politica italiana.

I tempi nuovi di cui Moro aveva parlato nel ’68 erano densi di novità anche nel nostro Paese. La vittoria del Partito comunista nelle elezioni politiche del ’68 e la conseguente crisi del Partito socialista unificato decretarono la fine del centrosinistra, mentre il PC, con la condanna dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia, aveva compiuto un significativo gesto di autonomia da Mosca. In autunno cominciava un ciclo di mobilitazione sociale destinato a svilupparsi impetuosamente, dai diritti sociali ai diritti civili, per quasi dieci anni, mentre il dissidio cinosovietico si sarebbe trasformato a breve in uno scontro militare che sanciva la fine del movimento comunista internazionale.

Infine, le prime sconfitte americane in Vietnam e gli orientamenti dell’Amministrazione Nixon preannunciavano revisioni significative della strategia globale degli Stati Uniti. In estrema sintesi, entravano in crisi equilibri internazionali che avevano garantito un ventennio di stabilità, di cui l’Italia si era particolarmente giovata, mentre emergeva al suo interno la crisi del sistema politico. Intervenendo all’Undicesimo Congresso della Democrazia Cristiana, il 29 giugno 1969, Moro ripropose la formula di centrosinistra, ma introdusse una novità decisiva rispetto al decennio trascorso: prospettava alla DC e ai suoi alleati la possibilità di impegnare il Partito comunista in un confronto costruttivo. In altre parole, faceva cadere la delimitazione pregiudiziale della maggioranza a sinistra e sfidava il Partito comunista a misurarsi propositivamente con il Governo dall’opposizione. In prospettiva storica, era il modo concreto di porre al centro dell’agenda il tema della democrazia bloccata, come grande questione della politica nazionale che interpellava tanto le forze di maggioranza quanto l’opposizione di sinistra.

Il confronto si fondava sul riconoscimento della legittimazione democratica del Partito comunista, che Moro definiva un’inquietante e problematica presenza nella vita nazionale e internazionale, grazie anche all’influenza reciproca sviluppatasi in trent’anni fra i due maggiori partiti, ma soprattutto sfidava il Partito comunista a conseguire una piena autonomia da Mosca e a dimostrare che un socialismo dal volto umano, represso poco meno di un anno prima a Praga, fosse possibile.

Per comprendere le ragioni più pressanti per cui Moro riteneva indispensabile sciogliere il nodo della democrazia bloccata, conviene soffermarsi sul discorso pronunciato al Consiglio nazionale del suo partito due mesi dopo la clamorosa sconfitta subita dalla DC nel referendum sul divorzio.

La fine del sistema di Bretton Woods aveva effetti dirompenti sull’Italia. Moro, operando per riportare il suo partito alla politica di centrosinistra, denunciava una vera e propria emergenza nazionale, che esigeva una coesione del Paese non conseguibile senza il coinvolgimento del Partito comunista. Cito: “La posta in gioco è la nostra esclusione dal novero dei protagonisti dell’economia e della politica mondiale, il nostro ripiegare verso una forma anacronistica e asfittica di autarchica, principio di impoverimento e di decadenza”. Quindi, polemizzando con la proposta berlingueriana del compromesso storico, proponeva uno sforzo di solidarietà nazionale invocando, con fiducia, il sostegno degli alleati europei.

Inoltre, avvertiva che la crisi degli anni Settanta investiva tutte le democrazie occidentali. Cito: “L’equilibrio tra le crescenti libertà della società moderna e il potere necessario all’ordine collettivo è fra i più grandi, se non il più grande problema della nostra epoca”. Rigettando le diagnosi della crisi della democrazia ispirate al paradigma economicistico del sovraccarico della domanda, Moro si mostrava fiducioso che in Italia le risorse della democrazia rappresentativa fossero sufficienti per affrontarne la crisi in modo espansivo, purché si sciogliesse il nodo della democrazia bloccata. Tuttavia, tanto il quadro internazionale quanto la situazione italiana subirono una rapida accelerazione.

Le elezioni regionali del maggio 1975 fecero registrare un balzo del Partito Comunista e una sconfitta della DC e del PSI. Lo straordinario successo elettorale dei comunisti indusse il Segretario del Partito Socialista, Francesco De Martino, a dissociare il suo partito dalla formula di centrosinistra. “Cominciava – disse Moro – una terza e difficile fase dell’esperienza democristiana, in cui avvertiva il suo partito che l’avvenire non è più in parte nelle nostre mani.

Quindi, inaugurando la Fiera del Levante a Bari, richiamò tutti i partiti del centrosinistra alle loro responsabilità. Disse: “Tocca alle forze politiche pronunciarsi su un qualche modo di associazione del Partito Comunista, in presenza di quelle ragioni di diversità che abbiamo altre volte evocato”.

Ma il riallineamento dei socialisti non era motivato da una convergenza strategica con il Partito Comunista, bensì dall’intenzione di spostarlo sul terreno dell’alternativa di sinistra alla Democrazia Cristiana. Quindi, De Martino provocò la crisi del Governo Moro-La Malfa e le elezioni anticipate, che sfociarono nella duplice vittoria del 20 giugno 1976.

Si determinava una crisi di governabilità, che gettava grande allarme sia a ovest che a est, esasperando le rigidità del vincolo esterno. Poco dopo le elezioni, il vertice di Puerto Rico poneva come condizione per la concessione di un prestito del Fondo monetario internazionale, di cui il Paese aveva estremo bisogno per fronteggiare il suo debito, l’esclusione del Partito Comunista da qualunque combinazione di Governo.

Dalla nuova collocazione di Presidente del Consiglio nazionale della DC, Moro continuò a operare per sciogliere il nodo della democrazia difficile. Il Governo monocolore, guidato da Giulio Andreotti, si reggeva sull’astensione dei partiti dell’arco costituzionale.

Risolta con un’efficace manovra di rientro l’emergenza economica alla fine del 1977, si pose il problema di un nuovo monocolore concordato con tutti i partiti che sostenevano il Governo in carica. Sciogliere il nodo della democrazia bloccata diveniva urgente. E Moro riuscì a far accettare ai gruppi parlamentari del suo partito l’ingresso del Partito Comunista in una maggioranza di programma che avrebbe votato la fiducia a un nuovo Governo monocolore Andreotti proprio il giorno del suo rapimento.

Quali sarebbero potuti essere i passi successivi per giungere al traguardo di una democrazia dell’alternanza? I documenti più significativi di cui disponiamo dimostrano che Moro riteneva che il Partito Comunista potesse portare a termine il suo percorso di autonomia da Mosca, ma aveva bisogno di tempo. Il suo coinvolgimento nella maggioranza ne avrebbe accelerato il cammino, creando le condizioni per giungere a nuove elezioni, dopo l’avvicendamento di Leone al Quirinale, impostate sul riconoscimento reciproco fra DC e PC della legittimazione a governare.

Il superamento della democrazia bloccata si fondava, quindi, sul riconoscimento del ruolo democratico e nazionale svolto dal PC dalla Resistenza in poi, ma anche sulla sfida a sviluppare la sua autonomia, fino al punto di far cadere le pregiudiziali americana ed europea al suo ingresso nel Governo.

La legittimazione del PC era una questione di portata internazionale. Con il suo coinvolgimento in una maggioranza di programma, la Democrazia Cristiana aveva fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per avvicinare il traguardo. Spettava, quindi, al Partito Comunista portare a compimento il percorso della sua autonomia, in modo da convincere i Paesi alleati a cambiare atteggiamento.

Quanto fosse realistica questa strategia di Moro, resa peraltro cogente dagli sviluppi della situazione italiana, è un problema storico aperto, che non sarebbe il caso di riproporre in questa sede. Possiamo, tuttavia, condividere le dolorose conclusioni di Guido Formigoni che con il rapimento e l’assassinio di Moro – cito – “forse si perdette l’ultima opportunità per una rifondazione della democrazia parlamentare, in senso convergente e non contrastante alle spinte sociali in quegli anni tormentati. E in questa prolungata agonia è rimasto il segno di una tragedia che non ha avuto la sua catarsi”.

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