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Aldo Moro centenario dalla nascita - Il discorso di Michele Emiliano

L’intervento del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano durante la seduta commemorativa della figura di Aldo Moro, in occasione del centenario della sua nascita.

“Mi auguro che i ragazzi presenti abbiamo retto la giornata. È importante che l’abbiate retta ed è ovvio che siano importanti tutti coloro che sono presenti. Voi immaginerete Moro come una persona anziana. Invece, le cose di cui stiamo parlando oggi cominciano quando Moro aveva pochissimi anni più di voi, perché anche i vecchi sono giovani, non so se voi questa cosa la sapete. Quando avevo la vostra età ero convinto che mio padre fosse sempre stato vecchio. Alle volte c’è bisogno di guardare le fotografie per rendersi conto che abbiamo una piccola sporta di anni che dobbiamo impiegare in maniera migliore; una piccola sporta di anni che ci consente di lasciare un segno.

Ci sono delle vite che lasciano un segno e delle vite che molto spesso, persino nella consapevolezza del singolo soggetto, si allontanano e non lasciano molte tracce di sé, almeno dal punto di vista pubblico.

Poi nella vita privata ognuno di noi, ringraziando Dio, è in grado di lasciare tracce ai suoi cari, alle persone a cui si vuole bene, e quindi anche le persone più umili hanno la capacità di vivere la vita in maniera piena e assolutamente soddisfacente.

La politica, però, è una delle cose delle quali si è occupato questo giovanissimo studente e poi professore. Era bravo, allora era più facile insegnare, adesso è un po’ più complicato. Insegnare è un’operazione estremamente complessa.

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Allora, quando uno era un bravissimo studente lo mettevano subito ad insegnare, come è nella vita. Se uno era bravo a fare il meccanico, lo mettevano subito in officina e gli mettevano vicino un apprendista.

Nell’Università di Bari Moro apparve immediatamente come un fuoriclasse. Era uno bravo, era talmente bravo che dopo le vicende del fascismo lo misero a scrivere la Costituzione.

Come l’hanno messo a scrivere? Non certamente come si fa adesso, che ti dicono “Dobbiamo fare una riforma della Costituzione, vedi tu che cosa puoi scrivere. Speriamo che riusciamo ad approvare questa riforma”. No, adoperarono un sistema un po’ più adatto a scrivere le Costituzioni, cioè fecero delle elezioni ad hoc per eleggere un’Assemblea costituente.

In questa Assemblea costituente c’era il meglio dell’Italia antifascista e devo anche dire che da questo punto di vista lui, che era pure giovanissimo, si ricavò un’autorevolezza, quindi non solo nell’Università, ma persino nell’Assemblea costituente. Pare che abbia dato il suo contributo decisivo a quasi tutte le norme. Era l’unico che andava in tutte le Commissioni.

Stava dappertutto, ma pare che abbia dato il suo contributo decisivo all’articolo 1 della Costituzione, che ovviamente è la norma più importante, perché dice che la Repubblica italiana – anche solo scrivere “Repubblica italiana” era un bel risultato per tutti noi – è fondata sul lavoro. Lì c’erano i comunisti e c’erano i non comunisti. I non comunisti erano un fronte abbastanza variegato, non erano tutti della stessa origine politica. C’erano i democristiani. Ovviamente, i democristiani presenti, che sono la maggioranza nell’Aula, pretendono giustamente di rivendicare il fatto che Moro era un democristiano, anzi era il democristiano per eccellenza, al punto che, nonostante questo curriculum strepitoso, bravo a scuola, bravo ad insegnare, autorevole nell’Assemblea costituente, Presidente del Consiglio, ha fatto cinque volte il discorso di inaugurazione della Fiera, ha cambiato l’idea stessa dell’industrializzazione del Mezzogiorno, ha fatto tante di quelle cose che adesso non sto a ripetere. Però, quando avevo quindici o sedici anni, di Moro le ali estreme della politica italiana, quindi l’estrema destra e l’estrema sinistra parlavano come del diavolo, perché in politica può accadere che un santo, immaginate che c’è un processo di beatificazione di Moro, sia descritto come un diavolo.

Io che ero un giovane militante comunista ovviamente guardavo Moro, che tentava di mettere insieme le cose diverse, con grande sospetto. Pensavo fosse un “inciucione” per dirla come si dice adesso, pensavo fosse un pasticcione, fosse un furbetto. Avevo una visione completamente diversa da quella che avete sentito oggi. Vi garantisco che l’odio che si costruiva sulla base di queste ricostruzioni, del tutto privo di senso. Non c’erano prove per dire che fosse così cattivo, Moro non ha mai fatto niente. Era la polemica politica, che purtroppo, non so per quale ragione, spesso cammina sull’odio, cammina sulla distruzione della persona: io non sono d’accordo con te perché ho un’idea diversa della politica industriale e della politica estera? Visto che non ho argomenti o, in molti casi, non sono a livello di discutere con te, comincio a dire che tu sei il male. È necessario per il popolo (articolo 1 della Costituzione), che ha la sovranità. Il popolo è il re. C’era il re prima di quella Costituzione. Nello Statuto Albertino non si poteva scrivere che la sovranità è nel popolo. La sovranità è sua maestà.

Sua maestà, a un certo punto, fece una pessima figura. Sua maestà e tutta la Casa Reale, qui a Bari, da Benedetto Croce. Nell’aula del Consiglio comunale ci fu la prima grande requisitoria degli antifascisti durante il congresso dei Comitati di liberazione nazionale. Ci fu la prima grande requisitoria contro la monarchia. Quindi, la sovranità passò al popolo nella scrittura. Era così anche prima, perché c’era un sistema democratico con il re, però non si poteva scrivere quella cosa. Questo passaggio noi lo dobbiamo alla democrazia che stiamo vivendo, democrazia, ovviamente, che non è la perfezione, tant’è che ancora oggi sentite parlare malissimo dalla politica.

Uno dice: “Ma come? Ci fate venire da scuola fin qui per parlare della storia della politica e poi, in realtà, la politica è una schifezza?” Giusto? Noi questo diciamo dalla mattina alla sera. Com’è possibile? Che contraddizione c’è? Diventano buoni solo da morti i politici? Questa storia va chiarita. Moro era uno di quelli che, spesso e volentieri, cercava di chiarirla, cioè non assecondava questa tecnica di demonizzare l’avversario, non adoperava la categoria di un giurista tedesco, il giurista del Reich, del nazismo, che si chiamava Schmitt, che pensava che la storia si svolgesse attraverso la categoria “amico o nemico”. Era tutta un’altra cultura. Non c’era “amico o nemico”. Non è che, siccome io ho detto una cosa, il mio avversario politico per forza deve dire una cosa diversa. Quella è la categoria tipica dei sistemi autoritari, che poi, certo, viene scopiazzata anche da alcuni sistemi populistici e può essere utile a chiunque non abbia argomenti nel merito. Non c’è dubbio.

Moro, invece, era di un’altra specie. Quando si trovava di fronte i comunisti, che pure parlavano malissimo di lui Io stesso. Lo ammetto. Sapete che si può cambiare idea nella vita? Sapete che, man mano che cresci, accumuli informazioni? Moro questo, evidentemente, lo sapeva anche da giovane. Io non lo sapevo. Lui lo sapeva. Questa è la differenza, probabilmente. Lui sapeva che la storia non si giudica in un istante. Sapeva che la storia e la vita delle persone sono l’unica cosa che abbiamo, perché di tutto il resto non abbiamo certezza. Ed è una di quelle cose che vale la pena di vivere cercando di dare alla vita un senso. Per lui il senso della vita era la centralità della persona. Tutto quello che era attorno (l’economia, il diritto, la tutela dell’ambiente) era per la felicità della persona. Non è scritto così nella nostra tradizione giuridica. Noi non abbiamo scritto nella Costituzione – come, invece, hanno fatto negli Stati Uniti − il diritto alla felicità, ma nella sostanza, se voi leggete questa meravigliosa Costituzione repubblicana, che lui contribuì in maniera determinante a scrivere, questo diritto alla felicità è evidente.

Lui tentò di costruire una società nella quale, anche chi non aveva mezzi, anche chi viveva in una famiglia non di intellettuali, quindi non dotata di quella naturale spinta alla crescita personale, lui tentò di costruire una società dove chi aveva un’idea, un brevetto, una voglia di intraprendere potesse ottenere il risultato, ma non solo per se stesso. Questo è un punto fondamentale. Il merito non serviva solo alla promozione dell’io, serviva alla promozione della comunità dove quel talento veniva espresso. Ma come si fa? Ebbene, voi cominciate a vederlo anche nella vostra classe. Ci sono quelli che fanno i bravi e non fanno copiare, e ci sono quelli che fanno i bravi e vivono la loro competenza come un atto di egoismo e di distanza dagli altri, ci sono quelli che ti dicono: “Senti, se non hai capito, vieni a casa mia che ti aiuto e ti spiego quello che ho capito io”. Di solito, quelli bravi sono anche modesti. Di solito, quelli bravi sono anche generosi. Uno così e così, una volta che ha capito una cosa, se ne appropria e dice: “No, mai sia lo capisce pure lui. Perché siccome io sono mediocre, se poi glielo spiego anche a quell’altro, quell’altro apparirà meglio di me”. Uno che è bravo non ha timore di condividere le cose belle che ha capito, e Moro ci provava, e ci provava persino con gli avversari più irriducibili. Ci ha provato con i suoi e con i miei di allora. Tentò di tenere insieme questo Paese, e molti sostengono, io penso fondatamente, che una delle ragioni della sua morte fu il fatto che lui stesse cercando di dare una soluzione al blocco italiano. L’Italia era al confine tra il blocco sovietico e quello occidentale, era un Paese strategicamente importantissimo, non solo geograficamente ma anche dal punto di vista storico, era la sede del Vaticano, insomma un’infinità di ragioni che voi approfondirete. Oggi anche su Wikipedia è scritto qualche cosa che potrebbe essere utile. Certo, sarei stato curioso di vedere come si sarebbe espresso sui social network Aldo Moro. Secondo me, se la sarebbe cavata alla grande, perché è vero che era un uomo che parlava in modo complicato. Devo dire, rileggendolo adesso è molto più semplice di quanto non lo trovavo allora. Però, allora era contornato, credo anche per colpa degli invidiosi, dall’idea che parlasse complicato, che inventasse termini difficili. Infatti, oggi ero preoccupatissimo che ve ne tornaste indietro senza avere conservato di Aldo Moro, invece, quella forza e quella energia che lui a me trasmette. La trasmette a tutti noi.

Avete sentito negli interventi anche delle forze politiche più nuove e più moderne il fatto che noi a quest’uomo ci ispiriamo. Poi non tutto, qualche pezzo, qualche idea, però nessuno di noi vi ha fatto una descrizione negativa di questa figura, e non solo perché è morto tragicamente. Perché ce ne sono state purtroppo centinaia di persone che sono morte tragicamente a causa del terrorismo o della mafia, però noi non a tutte dedichiamo lo spazio che abbiamo dedicato ad Aldo Moro. E immaginate che di Aldo Moro in realtà moltissimi chissà cosa avrebbero dato per dimenticarsi completamente, perché ci sono una serie di cattive coscienze in questo Paese che nella vicenda della sua morte potevano fare delle cose che non furono fatte.

Io ho fatto il magistrato tanti anni e so qual è la differenza tra il dolo e la colpevole inerzia. Ci fu forse qualcuno sfiorato dall’idea che tutto sommato non sarebbe stato un guaio così grosso e che trattare, trovare soluzioni diverse avrebbe potuto restituire a Moro un ruolo enorme in un processo politico di riconciliazione del Paese, che poi non si è mai compiuto fino in fondo, che abbiamo compiuto con trent’anni di ritardo dando vita a forze politiche che hanno messo, sì, insieme democristiani e comunisti, assieme a tutte le altre componenti del fronte costituzionale italiano, ma non con l’energia, con la forza e con la qualità che avremmo avuto se quel processo si fosse compiuto allora.

Certo, uno dei difetti delle persone intelligenti è la fretta. Spesso le persone intelligenti hanno fretta. E lui era così consapevole del suo difetto che era lento. Cioè, si imponeva un’ulteriore lentezza. Fermo restando che le idee, una volta che partono, una volta che detonano, non le fermi più. Quindi, una volta che lui aveva dato una lettura del caso italiano, una democrazia bloccata, dove le elezioni davano sempre lo stesso risultato, o quasi, perché non cambiava mai niente, mentre adesso non si capisce più niente, le elezioni sono una specie di roulette russa, dove peraltro non si capiscono i programmi, tutto avviene dentro una dimensione più mediatica che di analisi politica, allora c’erano due blocchi che erano completamente inchiodati e il Paese non creava quell’alternanza che avrebbe dovuto dare buon governo. Nonostante gli sforzi di questi uomini molto importanti, cominciò una crisi. Peppino Cotturri la chiamava la transizione lunga – scrisse un libro che si chiamava La transizione lunga – che non è mai finita, perché stiamo ancora in transizione, tant’è che stiamo ancora lì a smanettare su 47 articoli della Costituzione sui quali dovremmo votare sì o no su tutti e 47 in una botta, cambiando il lavoro fatto da quella gente, centinaia di membri dell’Assemblea costituente, in una ordinata evoluzione che Beppe Vacca ha citato.

Il 10 settembre 1946 ci fu l’accordo tra le varie componenti per definire i principi ispiratori della Costituzione. Moro definì questo accordo “la felice convergenza”.

Questa felice convergenza ora chi l’ha discussa? Da dove la stiamo andando a ricavare? Non è il momento di parlare di questa roba. Quello che, però, posso dirvi è che Moro è qui, è qui dentro, in particolare qui nelle Aule di giustizia e politiche della Puglia. Nelle altre regioni se lo sono dimenticato ancora più velocemente. Noi resistiamo pervicacemente, un po’ come quando ricordiamo Peppino Di Vittorio, giusto per non fare torto a nessuno, come quando ricordiamo Cifarelli, Tommaso Fiore, per parlare di tutte le componenti politiche, Tatarella, che però, stava dall’altra parte, con tutto il rispetto. Dobbiamo fare un altro convegno. È un’altra storia, non riesco a forzare la mia simpatia per Pinuccio Tatarella fino a questo punto.

Questo sforzo, questo grande sforzo che la Puglia continua a fare, fa della Puglia un luogo particolare. Io insisto sulla particolarità della Puglia. Voi siete pugliesi e vivete queste atmosfere. Le vivete nei libri, le vivete nel libro di questa meravigliosa fotografia. Noi possiamo anche avere evoluzioni diverse, ma la nostra radice comune rimane quella di cui abbiamo parlato, sia pure in modo frammentario e sempre incompleto.

Questa è una radice che fa di noi qualcosa di particolare, perché noi abbiamo ancora l’ambizione, ancora oggi, se vi leggete il programma di Governo della Regione Puglia e se vi leggete anche quelli precedenti la mia Amministrazione, voi ritroverete moltissime questioni che furono oggetto di analisi anche da parte di Aldo Moro. Una su tutte è la partecipazione e la prossimità del luogo dove si devono prendere le decisioni rispetto a coloro che le devono subire: regionalismo, autonomie locali e soprattutto la partecipazione dei cittadini. Allora era inconcepibile una legge sulla partecipazione perché c’erano dei partiti di massa così organizzati che chiunque si poteva iscrivere a quel partito e partecipava e aveva la possibilità di dire la sua, di studiare, di istruirsi, di costruirsi una sua personale idea del mondo. Oggi questa cosa non è più possibile, non ci sono più i partiti come li intendevamo una volta. I partiti adesso sono un’altra cosa, sono delle immagini elettorali nelle quali molto rapidamente si cerca di eleggere dei leader attraverso i quali si cerca di dirigere la politica nazionale come dice la Costituzione della Repubblica, però non ha niente di paragonabile ai partiti dei quali Moro è stato protagonista.
La Regione Puglia, e io mi auguro che il Consiglio regionale l’approvi in fretta, sta dando vita ad una legge sulla partecipazione che consenta, per esempio, ad una scuola di partecipare ad un dibattito pubblico su una questione che ritiene rilevante. Questa legge consente di inviare una richiesta al Sindaco, al presidente della Regione, al presidente della Circoscrizione per avviare un dibattito pubblico su una questione che voi ritenete rilevante.

Questa legge sulla partecipazione cammina sulle gambe della concezione politica di Aldo Moro, cioè l’idea che la democrazia non è tale se non consente a ciascuno di esprimere il proprio punto di vista e, sulla base delle regole, si trova la via per arrivare alla decisione. Questa non è lentezza, non è indecisione, non è mancanza di carattere o di voglia di prendere posizione. Questa è una modalità con la quale nessuno subisce il potere politico (che è brutale, alle volte) come una sopraffazione, neanche quando il potere si veste da democrazia, ma, per esempio, si esercita − come può accadere anche in una democrazia formale – con forme autoritarie, che vanno assolutamente respinte.

La possibilità, da parte di ciascuno di noi, di avere la voglia di incidere sulle cose che accadono fuori dalla nostra casa, nelle nostre scuole, nelle nostre aziende, è il modo di far vivere la memoria di Moro in modo autentico e reale”.

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