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“La politica deve muovere i sentimenti e quando questo non avviene non si manifestano quei cambiamenti da tempo attesi e per i quali, quindi, poi diventa necessario il conflitto”. Fabrizio Barca, per il secondo anno consecutivo ai Dialoghi di Trani, che sta attraversando il Paese per far conoscere il suo documento per un nuovo Pd, parla con vigore della sua “mobilità cognitiva”, con la conoscenza e il talento dei singoli che devono tornare ad essere valorizzati.

Marco Revelli, autore del libro per Einaudi “Finale di partito” con cui si è confrontato, condivide la riflessione, rilanciandola sostenendola che la post-modernità che stiamo vivendo è attualmente frammentata dalla dicotomia tra il deficit culturale e cognitivo della nostra classe dirigente autoreferenziale che gestisce il potere in forma privata e quel che accade sui territori dove tanti comitati e movimenti condividono e diffondono conoscenze anche accurate con l’idea di ridistribuire il potere e cooperare nelle scelte decisionali.

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La crisi della rappresentanza, il tema dei temi da cui la discussione si è avviata, fornisce un altro vivace scambio di battute tra i due protagonisti del dibattito, moderati dalla giornalista del Sole 24 Ore Cristina Battocletti. L’ex ministro alla Coesione Territoriale, infatti, perora la tesi secondo cui occorre tornare a parlare e a frequentare la Politica, invece di scontrarsi sulle politiche, spesso a priori: concretamente sostiene che da un lato bisogna saper leggere la realtà per poter rispondere adeguatamente alle domande di cambiamento, ma dall’altro occorre un nuovo modo di governance di organizzazioni come i partiti per uscire dalla crisi. Revelli, dopo aver in apertura analizzato i dati emersi dalle ultime amministrative che consegnano all’astensionismo la palma di primo partito in Italia nonostante l’ondata demagogica e populistica di Grillo che alle politiche di febbraio aveva raccolto molti consensi dettati una frustrazione sociale diffusa, si è detto preoccupato dal modello politico che si sta instaurando, ossia quello di una “democrazia a bassa intensità creata da un’oligarchia ristretta che sopperisce alla mancanza di legittimità popolare con un consenso acquistato”.

E il tema del consenso da un lato e dei finanziamenti pubblici dall’altro ha accompagnato i due speakers ad interrogarsi sulle forme di sovvenzionamento ai partiti. Secondo Barca è necessaria non solo una rendicontazione più rigorosa e trasparente, ma la redistribuzione della risorse, che dovrebbero raggiungere di più e meglio i territori per attività percepite come utili dai cittadini coi quali si vuole tornare ad avere una relazione per farli tornare poi ad appassionare alla politica, deve essere collegata ad obiettivi raggiungibili e a ben definiti scopi. Per Revelli, invece, la proposta più stringente è quella che prevede un tetto alla spesa e ai costi dei partiti perché è anche nei famosi buoni esempi che può nascere una nuova e organizzata soggettività politica che recuperi il disinnamoramento dei cittadini verso le Istituzioni che oggi ha raggiunto tassi non da Paese civile.

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