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Un Teatro Petruzzelli colmo in ogni ordine, che ha faticato nel contenere l’entusiasmo del pubblico, tutto riservato alla memoria di Alberto Sordi attraverso le parole Luca e Carlo Verdone - da molti considerato il suo naturale erede cinematografico - e la proiezione di “Alberto il grande”, un viaggio alla scoperta della vita privata e riservata del grande attore.

In tanti, dal debutto di Verdone nel mondo del lungometraggio (“Un sacco bello”, 1980), hanno spesso riproposto il confronto con la figura di Sordi. Forse perché entrambi sempre sorridenti e professionali sul set (e fuori), forse perché  entrambi considerati "maschera della Commedia dell'Arte" e riflesso privo di edulcorazioni dell’Italiano del tempo. Due generazioni diverse ma estremamente vicine e, soprattutto, strettamente consequenziali: “Il viso di Sordi era una maschera naturale, facilissima da leggere in tutte queste sfumature caratteriali. Ed aveva un grande pregio: era buffa, faceva ridere. Era terribilmente vera, umana”, scrisse un commosso Verdone poco dopo la scomparsa del maestro. Non solo mentore ma, prima di ogni cosa, grande amico.

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Con lo stesso affetto (e molta umiltà) Verdone lo ricorda nel corso della Lezione di Cinema del Bif&st: “Lui ha

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avuto sempre una sorta di indulgenza verso le persone tremendamente sole, anche per questo apprezzavo la sua ironia”. “Per lui – prosegue Verdone - ho sempre nutrito una stima enorme: ha partorito film come “Un giorno in pretura” e “Un Americano a Roma”, a modo suo era Sordi. Io invece ho interpretato semplicemente dei “coattoni”, cercando di cogliere l'essenza dei personaggi, sin quando l'ho potuto fare fin quando la maschera l'ha potuto permettere”. Nonostante il successo, però, una persona sola secondo Verdone: “Sordi – ricorda l’attore e regista romano - era una persona sola, che non riusciva ad andare avanti, molto ancorata al passato. Mi chiedeva spesso: “Fammi una domanda sul passato”. La sua casa era grande e tutta ammobiliata sì, ma non vissuta. Aveva una piscina enorme ma vuota, senza acqua, “tanto a che serve riempirla” diceva, ed effettivamente, al massimo, invitava a casa 20 persone”. Verdone rivela poi un aneddoto di un Sordi così legato al passato, che ad una cena fece una battuta a Uto Ughi: "Non è che mo’ si mette a suonà, titi titi. Perché io sta musica non la capisco… io son rimasto fermo a Rossini”.

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Due le pellicole con entrambi gli attori: “In viaggio con papà”, per la regia di Albertone, e “Troppo forte”, diretto dallo stesso Verdone. Tanti i cult che l’attore e regista romano ha regalato al pubblico italiano, da “Compagni di scuola” a “Maledetto il giorno che t'ho incontrato”, da “Bianco, rosso e Verdone” a “Sono pazzo di Iris Blond”, solo per citare alcuni esempi. Pellicole in grado, come solo il cinema italiano dei migliori anni, di raccogliere la riflessione dello spettatore attraverso l’ironia. Ed un costante senso di melanconia, difficile da dimenticare anche a pellicola terminata. 

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Essenziale poi, secondo Verdone, la conoscenza dei dettagli per una storia da portare al Cinema: “Alcuni sceneggiatori oggi lavorano con estrema superficialità. Utilizzano le dichiarazioni degli utenti su internet per documentarsi, magari di una città, senza viverla in prima persona. Come fai a scrivere di cinema senza aver letto Verga?”. “Per far un film – spiega Verdone - bisogna vivere la città e i posti in cui ci si appresta a girare. Se dovessi girare un film a Bari ci rimarrei qualche giorno prima di iniziare a scrivere, altrimenti si rischiano pessimi risultati come il film stereotipato e di finto neorealismo di Woody Allen. Un brutto film in cui si presenta una Roma non reale, priva dei reali problemi”.

In arrivo i primi premi per il Miglior documentario e il Miglior cortometraggio.

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