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“Dall’inferno” di Cosimo Argentina e Orso Tosco alla lente di Lucia Pulpo

Guardando la pioggia non riuscirò più a ignorare il maestro all’inferno, e guardando le lancette scorrere sull’orologio mi verrà naturale cercare un foglio svolazzante sulla mia strada a ricordarmi che è tardi e c’è da salvare il mondo. Andiamo con calma.

Argentina

Pioggia. Pioggia battente nel buio di una notte condannata a tirare avanti, mentre il cielo le si scioglie dentro. Il primo racconto ci porta a Taranto, con un giovane apprendista in cerca di una guida per l’affiancamento a la “fatia”.  

Non so se Cosimo Argentina sia davvero entrato nello stabilimento siderurgico tarantino (ex-Ilva) e non credo che Dante sia mai stato all’inferno divino, ma i loro dannati sono ombre vive senza speranza, ombre a qualunque ora del giorno o della notte. I dannati che incontriamo in fabbrica non  raccontano la loro storia, magari qualche improperio sarcastico per dissimulare il dolore e i suoi segni, qualcuno gioca a poker con le figurine dei propri morti: mio padre è morto di cancro, io vedo mio padre e mia madre, io rilancio padre, madre e pure  mio fratello.… chi prende il piatto?

“Mi fermo che c'ho sta visione che se devi morire è questo che vedi. Ci sta una specie di cattedrale del macabro. Nà, grande così. Distopia e delizia. Un edificio che vedi dove parte e non dove finisce. N’accrocchio di scanalature che puntano verso un altro universo. Una massa oscura che sale, sale, sale con carroponti mostruosi e tutti enormi. Un santuario immerso nella pece che ti sta dicendo ehi, maestro, sei morto!”

Argentina Inferno

Nel suo vagare all’interno dello stabilimento terribilmente più grande della città, porta il lettore tra i gironi infernali pieni di polvere e fango, scoppi improvvisi e pericolosi mentre tutti i lavoratori sono in fermento per l’incidente occorso ad un loro collega, incidente forse mortale, forse no… è tutto sospeso e soffocante come un grido di protesta rimasto a ingombrare la gola.

Non c’è una trama, Argentina condensa sulle pagine il miscuglio di rabbia e frustrazione di uomini vittime della condanna che si sono inflitti da soli, per tentare di portare uno stipendio a casa. L’autore, come sua abitudine, guida lo sguardo del lettore indicandogli i dettagli più nascosti e sporchi, dove anche lo sguardo evita di fermarsi.

Non si salva nessuno. Nemmeno Mino Palata che avevamo conosciuto in “Vicolo dell’acciaio”, speravamo che almeno Mino si fosse salvato dalla condanna del lavoro forzato in acciaieria, invece lo ritroviamo qui, sia pure osannato  da tutti…Non si salva nessuno. Questo è l’amara constatazione che sembra essere alla base di questa  denuncia, racconto o reportage letterario che dir si voglia.Il secondo racconto ci porta a Genova nei giorni a cavallo della caduta del ponte Morandi.

ponte morandi

“Nulla, nulla ha un  valore maggiore del simbolo del quartiere di Orazio: il Ponte Morandi. Immensa meridiana di cemento armato che detta il tempo al quartiere disegnando ombre più preziose di qualsiasi dato di valutazione, direttrice suprema di qualsiasi punto di fuga.”

Mentre nella passeggiata tarantina il protagonista è completamente all’oscuro dell’ora sul telefonino rotto, qui Orso Tosco (autore ligure), scandisce con precisione il trascorrere dei giorni, ore e perfino minuti anticipando l’attenzione maniacale del protagonista verso i segni e le parole che reggono la nostra quotidianità.

Orso Tosco1

“Orazio è deciso a puntellare la città di Genova come si fa con i costoni rocciosi troppo instabili. Le traccie sul suo taccuino sono chiodi di sostegno, i tic sul suo volto sono reti di contenimento.” Orazio Lobo è il protagonista di una storia frammentata tra ricordi e disagio mentale. Fondamentalmente gentile, forse timido, invisibile agli occhi della razionalità e del profitto che, come la sua padrona di casa, vorrebbe saperlo definitivamente morto.

Lo chiamano il “Bestin” per il suo aspetto trasandato, un soprannome in fondo benevolo perché tutti quelli che si accorgono di lui gli sorridono o gli parlano. Ultimi, anche loro, prostitute, tossici, deragliati o eremiti come Marino Picasso le cui memorie s’intrecciano con quelle di Orazio, per svanire con la luce dell’alba.

Argentina DallInferno

Orazio, come il poeta, raccoglie e conserva lettere e parole pur non ricordandosi come si leggano. Nelle parole c’è la salvezza da tutti i crolli. Tosco è abilissimo nell’impastare l’affetto che emana il protagonista con la tragedia in cui è coinvolto e di cui è consapevole e non si da pace.

Ecco un altro tipo di dannazione,Lobo non cerca una speranza così come non vuole ricordare passato e verità, ma non può fermarsi, non può dormire, rifiuta le medicine proprio perché vorrebbe scontare tutta la sua pena, esaurirla cosicché Genova, come Marino possa 'ritornar a veder le stelleì.

Due racconti diversi che sembrano passarsi il testimone nella corsa verso l’uscita “Dall’inferno” nel quale siamo caduti, non importa se a Taranto o a Genova, le cose all’inferno stanno così.Il libro, edito da Minimumfax, ha una copertina accattivante che coniuga la figura della classica fabbrica con quella di asfalto anonimo, scagliati su uno sfondo rosso fuoco da sembrare quasi una sfida all’attenzione.

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