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'1943 Brindisi... persino capitale' Ilare e drammatico secondo Antonio M. Caputo

di Gaetano di Thiène SCATIGNA MINGHETTI

8 settembre 1943: in questa data, cruciale per l’avvenire del popolo italiano e per l’istituzione che ne segue, si compie il destino della monarchia, rappresentata dalla famiglia Savoia, e dell’Italia intera.  In questo giorno, vengono resi pubblici i termini dell’armistizio sottoscritto nella località siciliana di Cassibile, già ratificato dal 3, tra il generale Giuseppe Castellano, per l’ Italia, e i rappresentanti degli Alleati Anglo-Americani, che  agivano in nome  e per conto del Comandante Supremo delle forze alleate: Dwight David Eisenhowr.

Caputo 2
 

La sera del 9 settembre, il Sovrano, Vittorio Emanuele III, il Capo del Governo, Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio -aduso sin dai tempi della Grande Guerra ai nascondimenti vigliacchi e alle fughe precipitose-, la Regina Elena Petrovic-Niégoč del Montenegro, il principe ereditario Umberto, alcuni residui ministri-cariatidi di un governo quasi fantasma e un variegato gruppo di cortigiani e di collaboratori, sui cui volti erano stampati i segni dello sgomento e del terrore di finire tra le mani dei tedeschi fino a quel momento cobelligeranti, presero la via di un trasferimento subitaneo e non voluto in una zona non controllata dai tedeschi. Sulla nave che entrò nel porto interno di Brindisi si erano imbarcati, oltre che il re, la regina Elena e il principe Umberto, “il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio; gli aiutanti di campo, generali Paolo Puntoni, Giovanni Gamerra, Giacomo Carboni, Giulio Litta Modignani, il tenente colonnello Brunoro De Buzzaccarini, il maggiore Campello, ufficiale degli aerosiluranti, il ministro della Real Casa Pietro Acquarone, il capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Mario Roatta, il generale di divisione dell’Aeronautica Paolo Renato Sandalli, il tenente colonnello Luigi Marchese, già ufficiale degli Alpini, componente dello Stato Maggiore dell’Esercito” (pp. 23 – 24).

L’arrivo nel capoluogo messapico, sulla regia corvetta “Baionetta”, scortata da un incrociatore leggero, nelle prime ore del pomeriggio di quella dirimente giornata, segna l’inizio dell’avventura del “Regno del Sud”, raccontato in “presa diretta”, con magistrale partecipazione e analitica testimonianza da Agostino Degli Espinosa, e della sua Capitale, la città messapica di Brindisi, che rimase tale fino all’11 febbraio del 1944, allorché lo scampolo di Governo presente a Brindisi, guidato dal re e dal maresciallo Badoglio, si trasferì a Salerno, in una manovra di avvicinamento tattico, alla elettiva capitale d’Italia, ossia Roma, la Città Eterna.

caputo VittEmanueleIII Badoglio
 

In questo modo, Brindisi tornò al naturale ruolo che le era stato assegnato sin dal 1927, nel momento in cui il regime fascista, con il secondo riordino amministrativo-territoriale delle provincie italiane, dopo quello operato nel 1923, le aveva assegnato la funzione di capoluogo.

Ora, sui pochi mesi che videro la Città adriatica assumere il ruolo di capoluogo dell’ormai agonizzante monarchia sabauda, periodo pressoché ignorato dalla letteratura storica ufficiale, tranne che da pochi autori che le hanno dedicato sparuti se non fugaci cenni in alcuni specialistici saggi, ecco che ora si leva una voce, per così dire, dall’interno, a rivendicare, con argomentate ragioni,  il ruolo svolto dalla città, in quei cruciali mesi che videro il centro urbano del basso Adriatico svolgere una mansione che mai si sarebbe potuta ipotizzare sia a livello amministrativo e politico che geostrategico: quella, appunto, di capitale; capitale di un regno dimezzato, di un’Italia sia pure capitozzata, dilacerata dalla guerra e colpita sin nel profondo nella propria dignità di grande Nazione mondiale e di “facitrice” di civiltà.

È Antonio Mario Caputo che, con il proprio saggio, 1943. Brindisi…Persino Capitale. Brindisi Hobos  Edizioni 2015, pp. 118, ha voluto compiere un’approfondita disamina di quei particolari mesi snodatisi a ridosso del 1943 e del 1944, con passionata acribìa, sviscerando fatti e misfatti di una classe politica e militare dalla bassissima caratura morale, inadeguata e, a tratti, irresponsabile, sebbene tendesse, quasi oniricamente, a preservare l’onore e l’autonomia di uno Stato, sorto dopo gli innumeri sacrifici sopportati durante i lunghi e complessi eventi maturatisi sotto la spregiudicata regia della famiglia Savoia, del conte Camillo Benso di Cavour e dei tanti cospiratori e patrioti conosciuti e anonimi che patirono carcere duro e galere degradanti, pur di concretare il sogno a lungo accarezzato: l’Italia indipendente e libera.

Nel leggere le pagine di Antonio Mario Caputo la mente corre veloce, si allarga; molte sono le notizie preziose, anche le più minute ed all’apparenza senza importanza alcuna, ma che, a ben guardare, nell’articolato mosaico che egli, con notevole perizia ed estrema nonchalance, disegna e propone, assumono un’essenziale funzione che, nell’economia del discorso storico -suffragato da un apparato fotografico di prim’ordine-, possiedono una precisa, incontrovertibile valenza. “È vero -riferisce Caputo-,  si è scritto di drammi e tragedie, ma come spesso accade, queste hanno anche un risvolto ìlare.

caputo brindisi
 

“In questo libro -continua l’Autore- si è fatto un lavoro di ricostruzione, cercando ambedue gli aspetti (il drammatico e l’ìlare), riportando alcune minutaglie, dettagli si potrà pensare, ma la storia è fatta anche di contorni e marginalità che sono poi quelli che spesso resistono di più nella memoria collettiva” (p. 89).

È la vita quotidiana di quei cinque, parossistici mesi che videro Brindisi rivestire il grado di capitale del Regno del Sud, che si dipana con cadenzata sobrietà, e rivela per certi aspetti gli accenti topici del saggio di J. Carcopino sulla Vita quotidiana a Roma, in cui personaggi e protagonisti, comprimari e comparse, in una sorta di frenetico, drammatico balletto, si muovono sulla scena, spesse volte slabbrata, ma, in alcune circostanze, solenne e severa, sono inesorabilmente destinati alla distruzione e alla morte, se non fisica, certamente morale e spirituale, su cui aleggia inesorabile ed inconscia un’aura da cupio dissolvi che porterà alla fine dell’Italia monarchica e alla genesi del regime repubblicano, nel 2 di giugno del 1946.

“O la Repubblica o il caos”, minacciava Pietro Nenni in quei concitati giorni che precedettero il referendum istituzionale. Oggi, a settant’anni da quegli eventi convulsi, si deve amaramente constatare come l’Italia abbia ottenuto, sia pure a contragenio, sia l’uno che l’altra per cui la sicurezza dei cittadini e la lunga crisi economica e finanziaria nella quale si annaspa, nonostante i proclami trionfalistici degli esponenti del Governo in carica, non si intravede ancora il termine ultimo.

Il saggio di Caputo, sotto alcuni aspetti, è illuminante sui prodromi che porteranno alla situazione dell’Italia odierna e, se saputo leggere tra le righe, indica con chiarezza sconcertante, quali sono i mali che da sempre, il sempre umano, ovviamente, obnubilano le menti e attanagliano i cuori degli Italiani: la faciloneria nell’affrontare gli eventi che ci occorrono, anche i più drammatici; il pressappochismo nel risolvere le situazioni, anche le più serie e gravi.

Di contro stanno i sacrifici di innumerevoli travèt, di tanti anonimi cirenei che tirano la carretta ogni sacrosanto giorno, pur di tenere in piedi la baracca di tutti; pur di conservare integra la dignità e, perché no!, l’orgoglio di sé, dei propri figli e delle generazioni a venire.

Nel saggio di Antonio Mario Caputo si leggono, in termini di testimonianza sociale e culturale, tanti minuti episodi che la dicono lunga sui difetti, le animosità, i pregiudizi che albergano nell’animo degli italiani, in una recita corale in cui ciascuno, al tempo stesso, risulta attore principale e semplice comparsa ma, il cui “valore” va misurato nella sua corretta valenza senza dare o togliere nulla a nessuno.

Solo in questo modo si fornirà il peso esatto alla testimonianza, alla ricerca di Antonio Mario Caputo e alla città di Brindisi che di essa costituisce,  senza esitazione alcuna, l’assoluta, autentica protagonista.

 

                                                                     

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