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L’ altro Matteo, Fitto e il derby dei quarantenni

Bari – Non aspetta alcuna incoronazione e si prende le chiavi del centrodestra, Matteo Salvini: "Non è un ritorno al passato, al '94, alle vecchie formule, alle marmellate. Qua comincia qualcosa di nuovo che è guidato dalla Lega”, scandisce dalla piazza verde di Bologna, dopo essere salito sul palco al fianco di Silvio Berlusconi. Non è dell’ex Cavaliere la chiusura e, probabilmente, non sono più sue neppure le redini, a leggere i commenti del day after e i volti in Piazza Maggiore. “Un’incoronazione frettolosa”, la bolla Raffaele Fitto, qualche ora prima da Roma. “Una pratica estrema che rappresenta la certezza della vittoria di Renzi alle prossime Politiche”, stuzzica dalla sua platea, riaprendo il derby tutto interno al centrodestra, una lunga partita tra due enfants prodige cresciuti all’ombra di due leader altrettanto ingombranti - Silvio Berlusconi e Umberto Bossi - ed ora alla prova della maturità.

L’altro Matteo sa di giocare in casa e di avere i colonnelli dalla propria parte, tiene il polso dei suoi e gioca tutti i cavalli di battaglia: “Con noi un personaggio inutile e incapace come Angelino Alfano non ci sarà mai. Occupati dei poliziotti, cretino che non sei altro, e lascia perdere la politica che non fa per te", alza i toni con violenza, incurante della necessità di far quadrare i conti alle Amministrative su tavoli incerti come quello milanese. Dalle “zecche dei centri sociali” alla rivoluzione fiscale, passando per legge Fornero e gli strali contro “questa Europa e questo Euro”, snocciola a memoria le parole chiave per infiammare la piazza. Derubrica persino i fischi all’indirizzo dell’inquilino di Palazzo Grazioli, pur convinto che “con me, Giorgia e Matteo non ce ne sarà per nessuno”, ma non recede di un millimetro: “Questa non è la Casa delle Liberta”, mette in chiaro. Agli azzurri Toti, Brunetta e Romani tocca il dovere di rappresentanza, come pure al segretario pugliese Gino Vitali e alla sua vice, la salentina Federica De Benedetto: “Salvini ha parlato al suo popolo ma il Sud non c’era, Forza Italia resta l’unico partito di centrodestra che parla al Sud e del Sud”, scriverà quest’ultima al ritorno. Ci sono i salviniani pugliesi di Rossano Sasso, commissariati dopo la querelle tra i due coordinatori; non c’è, invece, il big Francesco Paolo Sisto, da tempo con più di un malumore nei confronti della Ditta azzurra.

Il mito dell’eterno ritorno in campo dell’uomo di Arcore, forse, non regge più e l’alleato di sempre, il Senatur, è da tempo fuori dai giochi, archiviato dalla reggenza di Maroni e poi da quella del suo successore. Raffaele Fitto lo sa e da Roma prova ad affondare: “Dentro FI la maggioranza dei parlamentari è concorde sul fatto che sia un grande errore andare a Bologna ma in tanti non hanno il coraggio di parlare. Non serve andare in una piazza e dire che vogliamo vincere ma analizzare perchè in questi anni abbiamo fatto errori clamorosi e perso milioni di elettori. Quando abbiamo provato a farlo, siamo stati messi alla porta”, azzarda, distante non solo fisicamente dall’altro quarantenne sul palco bolognese. Non li separano solo quattro anni anagrafici. Forza Italia non è la Lega, non è scalabile e i due anni che portano il numero uno di Via Bellerio alla guida del Carroccio - rottamando la classe dirigente uscente con la sponda delle vicende giudiziarie che investono Bossi, la sua famiglia e i vertice, ma anche della promozione di Maroni al Pirellone – sono profondamente lontani da quelli che costringono l’ex Ministro di Maglie a passare da primo dei lealisti ad ultimo dei “traditori”. Fino al “Fitto chi?” lasciato cadere da Berlusconi nella deflagrazione delle ultime regionali. D’altro canto, chi conosce bene il partito lo dice da sempre nelle retrovie: “FI è un’azienda e il presidente non può perdere mai, con nessuno degli azionisti, a qualsiasi costo”.

Che il tanto sbandierato ricambio generazionale sia arrivato, trasportato da correnti limacciose e tornanti pericolosi? “Questo ragazzo ci porterà lontano”, profetizza la deputata Cinzia Bonfrisco, all’ombra del leone azzurro che campeggia sul palco del Conservatori e Riformisti. Le Comunali che verranno saranno la prova del nove per capire quanto graffiano realmente gli artigli dei fittiani e i pugliesi, zoccolo duro della formazione, fanno quadrato. I tarantini Chiarelli e Perrini, pronti a ritagliarsi uno spazio ad hoc - anticipando il dem Pelillo che ammicca alla coalizione larga col il presidente della Provincia Tamburrano - ma pure salentini come Copertino, Mazzei e Baldassarre, dati in allontanamento dall’ex Vicerè di Maglie e la cui sola presenza nella Capitale vale come rassicurazione sulle evoluzioni nel capoluogo Barocco. Nella roccaforte del leader non si potrà perdere né passare la mano e non è un caso che a guidare il gruppo di testa ci siano due fedelissimi come Roberto Marti e Saverio Congedo, con FI attualmente fuori dalla Giunta e a carte coperte.

Al fischio d’inizio manca ancora molto e, per allora, potrebbe essere realtà la legge sulla regolamentazione delle primarie che Raffaele annuncia di aver messo in cantiere. Il tutto, mentre un’altra enfant prodige, Giorgia Meloni, medita sulla possibilità di lanciarsi nella corsa al Campidoglio, avendo dalla sua la battaglia appena vinta nell’ultimo Congresso post aennino. È il derby dei quarantenni. E non si chiuderà a reti inviolate.

(a.bucci1@libero.it)

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