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Noci, SPAACE ospita 'Dust' La mostra di Michele Cera

Tutto pronto presso la galleria SPAAACE di Noci (BA) per l'inaugurazione della mostra DUST, personale del fotografo Michele Cera (23 giugno ore 19,30).

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La mostra presenta una parte del progetto fotografico realizzato nel corso di svariati viaggi, che Cera ha compiuto, tra il 2007 e il 2013, in Albania. L'autore inizialmente guidato da un interesse per un paese geograficamente molto vicino al suo luogo di nascita, ma culturalmente e storicamente molto distante, ha esplorato le periferie delle città albanesi, scoprendo luoghi che richiamano l’immaginario del secondo dopo guerra italiano.

Giocando sia con le reminiscenze del neorealismo italiano che con una certa tradizione fotografica, queste fotografie presentano allo spettatore uno sguardo lirico sulle persone e sul loro ambiente, suggerendo una connessione tra la fragilità del paesaggio urbano albanese e la precarietà dell'esistenza umana. Il progetto ha dato vita all'omonimo libro fotografico pubblicato nel 2013 dalla casa editrice tedesca Kehrer.

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Presenzierà la vernice Claudio Polignano - Managing Authority Interreg CBC IPA Italy Albania Montenegro - per una conversazione sulle politiche di cooperazione italo-albanesi.

Durante la permanenza in galleria della mostra, sono in programma.

-  Una conversazione con al centro il tema dell’Arte Contemporanea in Albania con Roberto Lacarbonara - giornalista e curatore indipendente di arte contemporanea, opera in Italia, young curator per la Fondazione Museo Pino Pascali, insegna “Estetica” all’Accademia di Belle Arti “Fidia” e Stile e storia dell'arte presso l'Accademia di belle arti di Lecce –;

-  Serie di reading letterari, in collaborazione con i Presìdi del libro.

La mostra rimarrà aperta sino al 23 luglio 2017

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La fotografia di fronte all’inoggettivabile (di Emanuele Clarizio)

Questo lavoro intende ricostruire l’immaginario legato a quello che, con Marcel Proust, chiamo il mio ‘paesaggio interiore’: un posto mitico che incorpora elementi provenienti in parte dalla mia infanzia nel piccolo paese di San Marco in Lamis e in parte dall’idea che ho sempre avuto dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale, veicolata principalmente dal cinema di quegli anni». Il fotografo documentario Michele Cera ci consegna dunque un lavoro intimista che intende ricostruire un paesaggio interiore? Tutt’altro: tramite una raffinatissima riflessione sullo statuto insieme intimo e sociale della memoria, l’intento è appunto quello di ritracciare l’immaginario legato a un paesaggio interiore.

Fotografie prive di ogni didascalia costituiscono una serie all’interno della quale l’occhio è inizialmente spaesato, poiché nessuna delle urgenze profonde del libro viene sacrificata sull’altare di una presunta bellezza cui l’arte dovrebbe puntare. Se Gerry Badger definisce brutte le fotografie dell’immenso maestro di Cera (Guido Guidi) si può dire che le fotografie di Dust sono ancora più brutte e meno liriche di quelle, per esempio, di A New Map of Italy di Guidi.

Fotografie ruvide, raspose, che non ammiccano, così come l’Albania non è un luogo ammiccante. Certo, parliamo di fotografie, riproduzioni bidimensionali di ritagli di realtà fruibili solamente da uno dei nostri cinque sensi, non pretendiamo perciò di parlare del reale, e quindi non ci riferiamo all’Albania come luogo geografico, ma all’Albania trasfigurata di Dust, che è anche l’Albania che vive nei nostri immaginari. L’Albania così lontana e così vicina che alberga nelle menti di molti meridionali che con essa hanno un rapporto di prossimità e lontananza, l’Albania e gli Albanesi che ‘sembrano gli italiani trent’anni fa’, l’Albania come luogo di un impossibile e inevitabile incontro con l’altro, l’altro che sbarca a Bari sulla nave Vlora nell’agosto del 1991, costituendo da allora un pungolo costante contro la naturale diffidenza dei meridionali, mitigata solo dalla loro altrettanto naturale capacità empatica. Ma anche, anzi soprattutto, l’altro in quanto singolarità inappropriabile: tutte le fotografie di Dust ritraggono una figura all’interno di un paesaggio. Quasi sempre si tratta di una, o più, figure umane, tranne nel caso  della  nuvola di polvere che dà il titolo al progetto.

Come nota giustamente Zanot nell’intervista, le figure nel libro compaiono inizialmente in scala molto piccola rispetto al paesaggio, per poi crescere progressivamente fino a un apice e decrescere nuovamente fino alla fine. È interessante che l’avvicinamento non si compia con la conclusione, ma avvenga verso la metà della serie per cedere poi il passo a un nuovo arretramento: quello che cerchi, Orfeo, la tua Euridice, non puoi guardarla negli occhi, ella vive solo nella tua memoria, puoi solo evocarla, ti ci puoi avvicinare fino a un certo punto, ma quanto più ti avvicinerai tanto più ella si tramuterà in polvere, costringendoti a tornare a casa solo e sconfitto. Si noti infatti che le figure umane che popolano ogni immagine negano pervicacemente il proprio sguardo all’obbiettivo, e questa negazione si fa tanto più ostentata quanto più ci si avvicina all’apice di cui si è detto, che corrisponde, non a caso, con la foto scelta per la copertina: un ragazzo che, seduto quasi di fronte al nostro Orfeo, si copre il volto con le mani.

Questa e la nuvola di polvere, copertina e titolo, sono le figure scelte per veicolare il significato simbolico del progetto, il confronto della fotografia di fronte all’inoggettivabile, della memoria di fronte al rimosso, dell’immaginario di fronte a una realtà che, per essenza, si nega. Non soltanto la fotografia è, per natura, incapace di restituire il reale, ma Cera sembra suggerirci, a tratti, che la fotografia possa addirittura nasconderlo, oppure esibirne l’intima ritrosia ad essere rappresentato. In questo senso, se da un lato è difficile definire Dust un libro di ritratti (nonostante quasi ogni fotografia presenti delle persone), poiché le immagini disegnano una spazialità che sconfina continuamente fra quella del ritratto e quella della fotografia di paesaggio, dall’altro lato esso è veramente un libro sul ritratto, sul ritratto come ritrazione e arretramento del soggetto di fronte alla macchina fotografica.

È sicuramente questo grande tema il messaggio principale del progetto, in cui il rapporto fra il Sé e l’Altro, la memoria e l’oblio, Orfeo e Euridice viene sapientemente mediato e direi anche mediatizzato dall’uso del mezzo fotografico, diventando al contempo una riflessione sulla fotografia e sui suoi limiti, che sono poi anche le sue possibilità, se essa riesce a dirci tutto questo. Senza pretendere di voler esaurire i temi proposti dal libro, vorrei solo accennarne un altro, legato senza dubbio alla dialettica fra memoria e oblio di cui si è parlato, ossia il rapporto fra la casa e l’altrove. Spesso, le figure ritratte, ritraendosi, guardano altrove, accennano a un orizzonte che non vediamo, che ci viene però suggerito dalla penultima immagine del libro. Si tratta di un ampio paesaggio in cui, molto alle spalle delle due piccole figure, sullo sfondo, compare l’insegna di quello che si direbbe un centro commerciale: CASA ITALIA. Il libro si conclude così con questo gioco di specchi e di rimandi continui fra l’Albania e l’Italia, l’Albania che sembra l’Italia e che aspira a diventare come l’Italia, l’Italia che ritrova la propria identità in Albania e la perde invece in se stessa, ridotta a segnale di un centro commerciale. Dust ci spinge allora a interrogare non tanto quel tempio alla profanità, in cui qualsiasi senso della distanza e del sacro si è perso rincorrendo il nuovo che avanza, quanto quelle due figure che ad essa volgono le spalle indifferenti. Michele Cera firma in questo modo, delicato e commovente, il primo libro fotografico meridionalista.

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Michele Cera è nato a Bari nel 1973. Urbanista, ha incentrato la sua ricerca fotografica sull'indagine degli insediamenti umani e sul territorio. Ha esposto in numerose mostre tra cui Ereditare il paesaggio (Museo del Territorio Biellese, Biella, 2007, catalogo pubblicato da Electa, Venezia), Global Photography (SiFest 2009), Visions and Documents (Festival Internazionale di Roma, MACRO, 2010), 54 Biennale di Venezia, Padiglione Italia, Regione Puglia (Bari, 2011), Collecting Landscapes (PhC Capalbiofotografia 2012), Dust (F4_un’idea di Fotografia, Fondazione Fabbri, Pieve di Soligo, 2012). Ha vinto nel 2007 il terzo premio del concorso  di fotografia Atlante Italiano 07, indetto dalla DARC e dal MAXXI di Roma. Nel 2010 e nel 2012 i suoi lavori “Journey into a fragile landscape” e “Dust” sono stati selezionati in occasione del Dummy Award del Fotobook Festival di Kassel. Nel 2011 ha invece vinto con “Dust” il premio “Open your book” indetto dal SiFest. Nel 2013 è stato invitato dal Fotomuseum di Winterthur a prendere parte al Plat(t)form 2013.

Nel 2013 esce il suo primo libro “Dust”, pubblicato dall'editore tedesco Kehrer. Nel 2015 è stato pubblicato “Nel Circolo” da Osservatorio Fotografico. I suoi lavori sono conservati in diverse istituzioni pubbliche come il MAXXI di Roma, Linea di Confine per  la Fotografia Contemporanea, il Museo del Territorio Biellese. È co-fondatore di Documentary Platform (www.documentaryplatform.com), archivio visivo sull’Italia contemporanea presentato nell’ambito di Mutation III (Festival Internazionale di Roma, MACRO, 2010; Eyes On-Monat der Fotografie Wien, Vienna, 2010). Oltre a ciò, da quasi dieci anni svolge attività didattica e di divulgazione della fotografia d'autore, avendo curato numerose mostre e pubblicazioni legate ad attività didattiche e di ricerca.

(gelormini@affaritaliani.it)

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