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PugliaItalia
Segnali al futuro e radici recise

di Giovanni Aquilino

Poco meno di trent’anni fa l’impegno civile di un gruppo di giovani sfaccendati, con l’hobby della Radio locale (Studio 98), si manifestò alla comunità cittadina con una petizione volta a fermare l’abbattimento di alcune decine di cipressi secolari nel cimitero di Troia (Fg). Il sindaco pro-tempore, che allora guidava una giunta di sinistra, giustificò il taglio dei monumentali alberi in virtù di una ristrutturazione dei viali del cimitero, confortato da una sua personale visione che voleva quel luogo: “arioso e pulito”.

Qualche settimana fa, l’attuale Vice Sindaco, giustificava l’avviso di garanzia per la questione del Rione Croci, con la necessità di voler ristrutturare un’area cittadina particolarmente degradata, facendo intendere che qualsiasi cosa fosse meglio del “degrado”: magari realizzando qualcosa di arioso e pulito.

Alcuni giorni addietro solerti operai comunali hanno provveduto a tagliare due maestosi ippocastani nella già nota piazza del cordolo, monumento alla bruttezza realizzato circa vent’anni fa sotto il governo di un altro amministratore comunale a tutt’oggi in SPE (servizio permanente effettivo) ancora nel solco dell’arioso e pulito. Infatti, pare che il motivo di una tale 'esecuzione' sia attribuibile al fatto che le chiome degli alberi “incriminati” facessero ombra ai lampioni dell’illuminazione pubblica.

Ora il lettore si chiederà cosa hanno in comune questi tre episodi tanto distanti tra loro sia nel tempo sia nelle motivazioni che le hanno causate? Semplice, un unico movente: il brodo culturale che le ha permesse.

Viviamo una cultura che predilige l’efficienza e la funzionalità, la post-modernità fa sì che gli interessi del cliente abbiano la precedenza sul bene comune, una tale cultura antepone lo scopo utilitaristico alla bellezza e al senso delle cose, infatti si può avere un viale arioso e pulito togliendo alla solennità del luogo un simbolo che lo contraddistingue come i cipressi per i cimiteri.

Troia Tavoliere
 

Si può pensare di eliminare il degrado costruendo palazzi e non piazze o giardini o magari evitando che un ex chiesetta o quello che oggi rappresenta, finisca due metri sottoterra perdendo ogni senso estetico o urbanistico.

Si può provvedere a tagliare due alberi belli grandi invece di potarli o di spostare i lampioni o di allungare i bracci illuminanti o una altra qualsiasi soluzione pur di lasciare gli alberi.

Vi è una costante sproporzione tra il beneficio personale immediato e il vantaggio comune dei tempi futuri, viviamo un tempo impaziente che si preclude ogni estetica, rifugge ogni valore dell’inutile, rifiuta il gusto dell’attesa e il piacere delle prospettive.

Valeva la pena accettare 10 posti di lavoro, per poco più di un anno, a fronte di 47 mila tonnellate di fanghi avvelenati da interrare nelle fornaci di Giardinetto in perituro? Oggi, c’è qualcuno che ne dubita.

Era meglio accogliere una centrale di trasformazione elettrica da 100.000 mq., a pochi km dalla città, sottovalutando la sua potenziale produzione di elettro-smog, a fronte di 600.000 € di ristorno ambientale - una tantum - che il Comune avrà quando “Terna” lo reputerà opportuno o tenersi la naturalezza della campagna? Oggi, ancora nessuno ne dubita.

La verità e che la bellezza, la salute, il rispetto per la vita, in generale, hanno ormai lasciato il posto ad un modello culturale prêt-à-raffè, che non tiene in nessuna considerazione “il dopo di noi”.  C’è chi preferisce una Pala Eolica ad un albero, la pala fa “industriosità” e porta i soldi, l’albero fa ombra e sporca i viali con le foglie.

Tutte le cose belle hanno un costo: i bambini sono bellissimi, ma piangono e fanno la cacca, e a volte sono fastidiosi, non per questo ci viene in mente di abbandonarli o di sopprimerli.

tronco tagliato
 

Viviamo in un’associazione di persone che non ha alcuna clemenza, non solo per i luoghi o per gli altri, ma mi permetto di dire, neanche per se stessi. Una sorta di società “civile” dell’inciviltà (1), dove al posto dell’armonia regnano sovrani l’interesse personale, la sopraffazione, la furbizia, l’aggiramento, il sopruso, l’infingimento, la mistificazione, la manipolazione, la comodità. Dove persino i comportamenti più irreprensibili devono convivere con le mezze regolarità, con le quasi legalità, con le pseudo verità. Dove le persone corrette spesso si lasciano coinvolgere in maneggi poco etici anche solo per non sentirsi esclusi o isolati.

Avremmo la fortuna di abitare in un paese, un luogo piccolo e per questo accogliente, conosciuto e conoscibile, come si diceva un tempo: “a misura d’uomo”. Un luogo dove potremmo vivere affannati ma sereni, potremmo farlo contrapponendoci e divertendoci, comunque rispettandoci; non mi immagino un posto come la leggendaria “Brescello” raccontata da Guareschi, ma un luogo dignitoso con il senso del rispetto e della misura.

Paradossalmente, invece, in tanti lavorano per rendere questo paese un luogo avido e micragnoso e perciò triste, rancoroso, supponente e malignamente conflittuale. Insomma, un luogo inospitale che peggiora la vita di tutti anzicché migliorarla.

Chi si è chiesto se l’albero segato fosse, un bene pubblico, un bene comune, seppure copriva, in parte il cono di luce del lampione, magari aveva la funzione di ornare con la sua chioma uno spicchio di paesaggio, rinfrescava una parte del marciapiede d’estate, ospitava uccelli canterini e non so cos’altro? Esiste ancora una senso della cultura, inteso come valore della bellezza, rispetto dell’altro, valore comune anche se apparentemente inutile? Insomma, si può accettare un piccolo disagio personale (la luce oscurata del lampione) per una finalità comune (l’estetica della strada)?

Vi chiederete se per due alberi fosse il caso di farla tanto lunga e complicata, certo non saranno i due ippocastani in più o in meno a farci rientrare nei parametri di Kyoto, eppoi l’ecologismo è cosa passata, di sicuro quello che è avvenuto è un ennesimo segnale che misura il livello sociale e culturale della comunità cittadina e, come profetizzava il  mio amico Antonio: i segnali non si trascurano mai.

 

(1) Citazioni da F. Arminio.

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