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Sviluppo, Rospi: 'Giovani, precari a tempo indeterminato'

di Gianluca Rospi *

GianlucaRospi

La generazione nata a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, definita “debole e immatura” anni fa inopportunamente da qualche distratto osservatore politico, ha l’unica colpa di aver pagato, a caro prezzo, gli errori compiuti da una classe dirigente spessoplasmata non sulle competenze e il merito, ma sull’appartenenza e la fedeltà al politicantedi turno.

Dallo scoppio della pandemia, la narrazione mass-mediatica dei “giovani” li descrive alla stregua di untori, come i veri responsabili della diffusione del contagio figlia della “movida”. Osservando, però, le nostre città dal vivo e non solo attraverso le immagini televisive, si nota che proprio i più giovani sono quelli che rispettano le regole, attenti a difendere i risicati spazi di libertà concessi dalla morsa del virus.

E sono sempre loro, i giovani, quelli più colpiti da questa crisi pandemica, che li ha allontanati dalla scuola e dalle relazioni sociali, vitali per forgiare il loro carattere e la lorosocialità che uno schermo, per quanto interattivo, non può garantire con le formazioni adistanza. Negli ultimi giorni sono di nuovo rifiorite le polemiche e le vecchie definizioni sui ragazzi di oggi “nulla facenti”.

Giovani

Con la crisi economica in atto, inoltre, se ne parla percriticarli quando non accettano lavori mortificanti o mal retribuiti.La verità è che i nostri giovani sono quelli che più duramente hanno pagato la crisi del 2010, e che pagheranno ancora di più gli effetti della pandemia sull’economia, tenuto conto dell’aumento stimato del debito pubblico a causa della pandemia: 500 miliardi, una cifra abnorme, quasi due volte e mezzo i soldi destinati al nostro Paese con il Piano diresilienza e ripresa.

Inoltre, l’Italia vanta il triste primato per i NEET - i giovani che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in corsi di formazione - passati dal 22,1% del 2019 al23,3% nel 2020. È il dato peggiore in Europa, con oltre 10 punti oltre la media UE, assestata al 13,7% e con il dato relativo alle donne salito al 25,4%.

Davvero questa situazione può essere imputata solo a coloro che la subiscono? Purtroppo, una nazione che non guarda al domani non può meritarsi un oggi all’altezza. Emblematico è il caso della ricerca in Italia alla quale si destina un investimento pari all’1,39% del Pil contro il 2,2% e il 3,13% di Francia e Germania; l’Italia è ben distanziatadai due Paesi sia per quanto riguarda la ricerca nel settore industriale (0,86% contro1,44% e 2,16%) che in quello pubblico (0,5% contro 0,73% e 0,98%).

Gianluca Rospi

Cosa ci dicono questi numeri? Che il nostro Paese non crede e non investe nel proprio futuro. A questa situazione si aggiungono poi le ataviche pecche italiane, in primis il divario fra nord e sud Italia: la competenza delle Regioni in materia di politiche sociali ha permesso il crearsi di forti squilibri territoriali, che si ripercuotono drasticamente sull’offerta disponibile.

Basti pensare alla spesa pro capite per i servizi educativi comunalidi prima infanzia: 88 euro in Calabria, tra i 291 e 351 nel Mezzogiorno, contro una spesa nel Nord Italia che supera quasi ovunque i 2.000 euro. Dagli asili all’istruzione universitaria, non molto sembra cambiare. Un titolo di studio non assicura più la possibilità di attivare l’ascensore sociale, ma spalanca di fatto le porte al precariato a tempo indeterminato.

Tirocini non retribuiti, nessuna possibilità diassunzione dopo l’esperienza formativa: una continua montagna russa per i nostri ragazzi, destinati a essere stagisti oltre i 30 se non, addirittura, i 40 anni. Non finisce qui: i giovani professionisti italiani sono tra i meno pagati di Europa, con un salario mediopari a 29.902 euro lordi l’anno. Su sedici Paesi analizzati dell’Europa occidentale, l’Italia è quattordicesima. E non è tutto: se consideriamo il valore del salario rapportato al poteredi acquisto, la statistica peggiora portandoci dietro persino a Repubblica Ceca e Polonia.

Next Italia

Il Piano europeo per la ripresa post-pandemica si chiama, significativamente, Next Generation EU: è pensato infatti, per le nuove generazioni e per abbracciare il modello di sviluppo che i giovani hanno a cuore: digitale, inclusivo e rispettoso dell’ambiente. Nella mia esperienza di docente universitario ho avuto modo di conoscere decine e decine di ragazzi, dai quali spesso ho appreso più di quanto abbia insegnato.

Purtroppo, c’è un paradosso di fondo: le nuove generazioni hanno il loro modo di immaginare il mondo del futuro, ma non hanno la possibilità di disegnarlo nonostante apparterrà a loro. È arrivato il momento di smettere di scaricare le nostre responsabilità sui giovani, e iniziare a mettere in campo politiche che restituiscano quanto, ingiustamente, è stato loronegato.

Dobbiamo avere come esempio i nostri nonni, quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale, quella generazione che ha preso un Paese agricolo elevandolo a quinta potenza industriale mondiale, avendo come unico obiettivo quello di lasciare un mondo migliore ai loro figli e nipoti. E nell’attuale fase evolutiva verso un “mondo migliore”, stiamo assistendo al più grande cambiamento epocale per il mondo delle risorse umane nella storia della Repubblica, in ambito sia pubblico sia privato.

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Le nuove tecnologie sono centrali in questa evoluzione, poiché fanno emergere rinnovati bisogni di specializzazione e competenze, creando nuove opportunità di crescita per giovani profili freschi di formazione universitaria. È il momento di fare leva sulla programmazione dei fondi Next Generation EU per investire su quei giovani che, troppo spesso, sono rimasti intrappolati in sterili spotpropagandistici, raramente diventati realtà.

Ecco perché, pochi giorni fa, ho presentato un emendamento mirato a favorire l’assunzione a tempo indeterminato dei Dottori di ricerca presso le aziende private. L’hofatto perché credo nel valore dei nostri giovani e in quello della nostra offertauniversitaria, nonostante i continui tagli e le incredibili difficoltà. Abbiamo il dovere di invertire la rotta, oltre che la necessità di valorizzare i nostri talenti nelle nostre aziende, evitando la fuga di cervelli che, secondo Svimez, riguarda ogni anno cinquantamila ragazzi meridionali.

“Molti oggi parlano dei giovani; ma non molti, ci pare, parlano ai giovani”, parole di Papa Giovanni XXIII che devono servirci da stella polare per proteggere e supportare la generazione a cui stiamo chiedendo di contribuire al futuro del nostro Paese.

* Deputato e vicepresidente del gruppo di Coraggio Italia alla Camera

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