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Taranto 'L'inconscio e l'ambiente' di Cosimo Schinaia. L'intervista all'autore

Il libro “L’inconscio e l’ambiente” di Cosimo Schinaia è un’analisi chiara e necessaria per capire i meccanismi di difesa, a livello soggettivo e comunitario, che continuano a portare l’Umanità sulla strada della sottovalutazione, o peggio, della negazione dell’odierno problema ambientale, come sottolinea Luca Mercalli nella sua postfazione al testo. Affaritaliani.it - Puglia ne ha parlato, direttamente, con Cosimo Schinaia, psichiatra e psicoanalista, membro della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. 

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1. Quanto la ‘decrescita felice’, di Serge Latouche e Maurizio Pallante, può ancora essere una risposta auspicabile alla quotidiana deriva con cui quotidianamente ci confrontiamo?

In realtà Serge Latouche parla di decrescita conviviale. Il termine decrescita felice è stato coniato da Maurizio Pallante, che separa la qualità della vita dal prodotto interno lordo (PIL).

A mio parere, sostenere con decisione l’urgente necessità dell’equilibrio ambientale non vuole dire sconfinare automaticamente nell’utopia anti-universalistica sostenuta dai due, e i cui antesignani si possono rintracciare nei socialisti utopisti - fautori di un nostalgico ritorno alla semplicità rurale e artigiana - ma piuttosto propenderebbe per una valorizzazione della conservazione dei beni comuni, del benessere psicofisico nostro e delle generazioni future, costruendo una concreta transizione ecologica, in cui l’innovazione possa essere uno strumento di azione responsabile, che tenga conto dell’integrità degli ecosistemi e non ne alteri i delicati equilibri.

Poss Latouche

2. L’utilità della bellezza e il disagio della civiltà. Con Freud il problema ambientale entra nella sfera dell’inconscio?

Freud già nel 1929 sosteneva che, pur non essendo immediatamente evidente che la bellezza sia necessaria allo sviluppo civile, la civiltà non possa farne a meno. Per il padre della psicoanalisi, la civiltà non deve prefissarsi solo mete utilitaristiche, ma deve dare - per esempio - spazio al verde e all’aria pulita nelle città e, anche quando ci sono fasi storiche di grave crisi - come la guerra al suo tempo e oggi la crisi climatica - bisogna riparare e ricreare il mondo danneggiato, sia quello interno che quello esterno.

Sublimazione, prudenza, condivisione, rispetto, cura, responsabilità sono le virtù necessarie alla costruzione della civiltà e rappresentano quella che Freud definiva la rinuncia pulsionale, cioè la rinuncia alle tendenze egoistiche, la limitazione del piacere personale in favore della costruzione del bene collettivo. 

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3. Il “conformismo delle città calve” e lo sfruttamento dell’ambiente sono due conseguenze del rapporto squilibrato dell’uomo col creato, come spesso ha evidenziato Papa Francesco. Come la psicoanalisi può intervenire e perché gli psicoanalisti non dovrebbero restare neutrali?

“Le città calve” è il titolo di un romanzo di Patrick Ravignant, in cui le città sono fatte di cemento armato e bitume e dove il poco verde nasconde, come una brutta parrucca, tutta la loro desolazione. Papa Francesco, nella lucida enciclica “Laudato sì”, critica duramente l’invivibilità urbana a causa dell’inquinamento causato dalle emissioni tossiche, dell’inquinamento visivo e acustico, ma anche della disorganizzazione dei trasporti.

Oggi abbiamo elementi di conoscenza scientifica più che sufficienti per rappresentarci gli effetti corrosivi che l’attuale sistema di sviluppo e la conseguente incuria ambientale producono, causando il mancato riconoscimento della nostra dipendenza dalla fecondità della biosfera: in cui ogni organismo vivente crea le condizioni di vita, per altri organismi, in una continua e proficua interconnessione.

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Eppure, nonostante le conoscenze acquisite, noi esseri umani mettiamo in atto massicci meccanismi psichici di difesa. Inconsciamente ci identifichiamo con quella che percepiamo come l’onnipotente e immortale tecnologia; non vogliamo vedere il lato oscuro del nostro benessere sociale e le conseguenze sullo stile di vita occidentale; ci proteggiamo dai sentimenti intollerabili di insignificanza, deprivazione, perdita, paura della morte e da quel senso di colpa, che risulterebbe dal riconoscimento della nostra implicita complicità/convivenza con lo sfruttamento cieco delle risorse naturali, nonché dalla sottovalutazione dei costi e dalle ricadute distruttive che ne conseguono, reagendo all’angoscia con una severa e pervasiva apatia, che induce alla banalizzazione e sottovalutazione dei rischi ecologici.

La ricerca della verità necessita di un intenso lavoro emotivo, poiché si tratta di far fronte al dubbio e all’incertezza, che producono profonde angosce con relativo corteo di paura, sospetto, senso di persecuzione. Nonostante l’orizzonte temporale per intraprendere un’azione efficace sia molto ristretto, per il bene dell’umanità, dobbiamo fare i conti con gli impedimenti esterni, e per quello che riguarda noi psicoanalisti, con quelli interni.

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Il mio intento è quello di mostrare come la psicoanalisi possa non essere un lusso, ma una risorsa preziosa da sfruttare adeguatamente, per approfondire lo studio dei meccanismi di difesa individuali e comunitari, nei confronti della presa di coscienza dei gravi problemi ecologici odierni, e delle conseguenti catastrofi ambientali, che necessariamente ri-orientano il pensiero sulla psiche e sulle sue dinamiche.

L’automobile con cui noi e i nostri pazienti raggiungiamo i nostri studi, gli edifici che incontriamo sul nostro percorso, gli interni degli studi, il riscaldamento, l’aria condizionata, la nostra alimentazione: tutto poggia sul consumo di carburanti fossili ed entrambi - paziente e analista - siamo coinvolti e influenzati nelle modalità con cui simbolizziamo nei sogni e nelle fantasie inconsce. Simbolizzazioni che si incontrano, scontrano e confondono fino a generare nuove realtà psichiche nella stanza di analisi.

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4. L’ambientalismo “duro e puro” è una difesa di gruppo e della comunità. Cosa può fare il singolo individuo?

Alcuni discorsi ambientalistici, basandosi sull’adesione conformistica e fanatica all’ideologia ecologista, sull’esaltazione acritica del mondo naturale, sulla drammatizzazione ossessiva delle pratiche di difesa ambientale e sull’opposizione al progresso scientifico, possono configurarsi come un meccanismo di difesa che, enfatizzando idealmente il rapporto dell’uomo con la natura, nei fatti lo snatura: rendendolo retorico e sostanzialmente inautentico.

Inoltre, gli sforzi immediatamente diretti a proporre soltanto azioni pratiche di cambiamento ambientale, se per di più sono anche colpevolizzanti e terroristici, rischiano di fallire e di minare la consapevolezza dell’oggettività del danno provocato e subito al tempo stesso, perché non tengono conto dei confusi investimenti affettivi, delle memorie, dei desideri e delle angosce delle persone. Penso che sia necessario esplorare le dinamiche individuali e i conflitti sottostanti, nonché le dinamiche e gli stili di vita familiari che vengono appresi e fatti propri.

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Questa ricognizione è il punto di partenza per modificare tali dinamiche e permettere, in una ritrovata dimensione di collaborazione fraterna, che ogni singola azione sostenibile sia creativa, rispettosamente riparativa e diventi parte di un rinnovamento globale, attraverso una riassunzione di responsabilità individuale, in un orizzonte di senso che faccia riferimento rigorosamente al principio di realtà. Opponendosi, nel contempo, allo scetticismo di chi pensa che il singolo sia condannato all’impotenza, e rinchiuso in una sorta di melanconia ambientale suicida.

Gli psicoanalisti dovrebbero assumere un chiaro impegno civile, una posizione politica netta e scevra da ogni fraintendimento, ravvivare in se stessi la capacità di pensare e sognare un futuro migliore e impegnarsi e contribuire alla valorizzazione del senso della misura e al mantenimento di una vita sufficientemente buona, in cui possa esserci spazio per l’amore e la creatività, contemplando con integrità e sincerità anche gli aspetti spiacevoli dell’esistenza.

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5. Taranto è dilaniata dalla tensione fra diritto alla salute e diritto al lavoro. Lei ha scritto della sua personale tensione quando la produzione “a caldo” fu spostata dallo stabilimento ILVA di Genova (dove vive) a quello di Taranto (dove è nato e cresciuto). In che rapporto sono queste due tensioni? Pensa sia necessario un coinvolgimento personale, per avviare l’analisi della situazione?

È terribilmente angosciante e inaccettabile il conflitto tra valori tutti di primario rilievo. Non ha senso, non è lecito schierarsi in fazioni contrapposte, fare il tifo per la salute o per il lavoro, per il diritto al benessere economico - sotto il ricatto della disoccupazione e della miseria - o per il diritto alla bellezza e alla salubrità e quindi, alla tutela ambientale del luogo in cui si vive.

Il fatto è che quando le persone si sentono a rischio, quando viene messa in discussione la sopravvivenza del raggiunto benessere economico, del mantenimento dei loro mezzi di sussistenza, delle loro case, del loro cibo, delle loro automobili, anche se garantita da un’industria gravemente inquinante (e quindi, paradossalmente, avvertono che sia attentato il futuro dei propri figli), finiscono per sostenere posizioni rassegnate, per avallare misure a cui in altri contesti emotivi e sociali, si opporrebbero con decisione.

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Anch’io ho vissuto un conflitto lacerante. Nel 2006 ero a Genova, la città dove vivo e lavoro, quando il movimento delle donne di Cornigliano, la delegazione del ponente genovese dove era stato insediato lo stabilimento siderurgico ILVA, con il sostegno di tutti i cittadini, costrinse la proprietà a rinunciare alla lavorazione a caldo delle acciaierie, perché gravemente inquinante e foriera di gravi disturbi fisici e psichici e dell’incremento dei tumori nelle zone limitrofe.

Fu allora che mi sentii violentato nel mio vissuto di interezza identitaria, ferito dentro, quando appresi che le lavorazioni nocive dell’altoforno erano state spostate nello stabilimento di Taranto. Se da una parte provavo un senso di liberazione, all’idea di potere respirare finalmente aria meno inquinata a Genova, dall’altra mi sentivo in colpa, perché quell’aria avvelenata sarebbe stata respirata dai miei parenti e dai miei amici tarantini.

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Ero sofferente all’idea che, con un’operazione di stampo scissionista, potessi silenziare l’inaccettabilità di quello spostamento in una sorta di abiura delle mie origini. Il trasferimento a Taranto delle lavorazioni a caldo dell’acciaio ha messo dolorosamente in questione il mio dinamico e instabile equilibrio, costringendomi a un viaggio storico-sentimentale nel passato, a una rivisitazione delle mie radici e accendendo in me la necessità che una memoria collettiva andasse rispettata e conservata prima di tutto dentro di me.

Ho potuto venire a capo del mio conflitto, almeno in parte, sostenendo attivamente un ambientalismo aperto, non discriminante, non evacuativo e l’idea di un modello produttivo di per sé non nocivo, dovunque si fosse situato. L’ambientalismo non può essere localistico e autoreferenziale, non può essere ammalato della sindrome “NIMBY” (not in my back yard, non nel mio cortile), non può essere incapace di riflettere sul nesso tra questioni ambientali, questioni sociali e ricadute globali, ma deve avere un respiro ampio, di ecologia su scala globale, proprio per evitare che le lavorazioni più pericolose vengano esportate, evacuate in territori più facilmente aggredibili e ricattabili.

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6. Il fermo imposto dal coronavirus ha mostrato la debolezza dell’alternativa turistica alla monocultura dell’acciaio. Per lei, cosa sarebbe auspicabile per Taranto?

Sono d’accordo con Salvatore Romeo, quando afferma che Taranto non ha nessun bisogno di sostituire la vecchia monocultura industriale con una nuova (magari turistica o agricola); va fatto un salto in avanti superando gli schemi che abbiamo ereditato. Taranto è industria da rifondare, è paesaggio da scoprire, è storia da valorizzare. E proprio la pandemia da Covid-19 deve farci riflettere sui rischi di alternative che potrebbero ulteriormente impoverire il territorio. Come in altre parti del mondo è possibile produrre acciaio pulito, garantendo in tal modo spiagge e mare puliti e agricoltura sostenibile. Mi viene in mente, per concludere in termini accoratamente propositivi, l’iscrizione in latino posta sul bordo esterno della vasca della fontana “Rosa dei venti” al centro di piazza Ebalia, che si apre sul lungomare di Taranto: Et quidem, cum fortiter adversa vela ventis”. (E anche con venti avversi, coraggiosamente, navigheremo).

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Cosimo Schinaia è psichiatra e psicoanalista, membro ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana e full member IPA (International Psychoanalytical Association). E’ autore di numerosi articoli scientifici in riviste di psicoanalisi e di psichiatria nazionali e internazionali e di saggi in libri collettanei. Ha pubblicato nel 1997 il libro Dal manicomio alla città. L’”altro” presepe di Cogoleto (Laterza, Roma-Bari); nel 1998 Il cantiere delle idee (La Clessidra, Genova); nel 2001 Pedofilia Pedofilie. La psicoanalisi e il mondo del pedofilo (Bollati Boringhieri, Torino) tradotto in inglese, spagnolo, portoghese, polacco, francese e tedesco; nel 2014 Il dentro e il fuori. Psicoanalisi e architettura (Il Melangolo, Genova) tradotto in inglese; 2016 Sguardi psicoanalitici su architettura e urbanistica (Alpes, Roma), tradotto in spagnolo (Biebel, Buenos Aires, 2019) e in traduzione in  francese; Nel 2018 Il presepio dei folli. Scene da un manicomio (Alpes, Roma) e nel 2019 Psicoanalisi e pedofilia, (Bollati Boringhieri, Torino).

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Pubblicato sul tema: Taranto, da Romeo a Leogrande fino a Cosimo Schinaia

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