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Un bancario in Salento Estratto di narrativa

Sul calendario pendente dal muro, fresco di stampa e d’affissione, era segnata la data 2 gennaio 1961, avevo diciannove anni, nove mesi e diciassette giorni d’età, e fu il mio esordio lavorativo.

Con breve anticipo rispetto all'orario d'ufficio, ecco l'accoglienza, come di consueto, da parte del direttore della filiale e l’immediata presentazione ai funzionari componenti la direzione; poi, insieme con il capo dell’ufficio del personale, un rapido giro di primo contatto con tutti i servizi e i relativi addetti, quindi, era appena scivolata una
mezz'oretta, la mia “consegna” al collega responsabile del settore cui era stato deciso di destinarmi a titolo di battesimo operativo, comparto avente la denominazione, prima mai sentita, di “Controllo di cassa”.

Per incominciare, fui incaricato di occuparmi dell'emissione degli assegni circolari, mezzi di pagamento assai usati in quell'epoca, posto che la moneta e/o altri strumenti cosiddetti elettronici, in voga e utilizzati il giorno d'oggi, ancora non esistevano, neppure nei sogni.

Insomma gli unici veicoli sostitutivi e di validità pressoché pari rispetto alle banconote, riconosciuti e accettati, erano, giustappunto, gli assegni circolari. E’ vero, si adoperavano già, in maniera diffusa, anche gli assegni di conto corrente, ma questi ultimi strumenti non erano affatto presi come oro colato, anzi ponevano l'interrogativo e il dubbio sull'esistenza della copertura, ossia a dire sul puntuale buon fine.

A comprova del rischio collegato, ogni tanto, si sentiva parlare di titoli emessi, senza che, sui rispettivi conti, si trovassero i fondi per il loro regolare pagamento.

Al contrario, gli assegni circolari erano, e tuttora sono, rilasciati ed entravano, entrano, in circolazione esclusivamente dietro preventiva consegna, alla banca emittente, di un pari ammontare in denaro: insomma era, ed è, l'Istituto che s'impegnava, e s’impegna, a garantirne il pagamento ai legittimi prenditori.

Dei titoli di credito in riferimento, raggruppati, sin dalla loro natura di semplici valori in bianco, in blocchetti da cinque o dieci foglietti o tagliandi cadauno, esistevano - credo che esistano anche adesso (ovviamente in euro), magari con importi e/o massimali mutati o concentrati - vari tagli: fino a lire 10.000, 50.000, 100.000, 300.000, 500.000, 1.000.000, 3.000.000, 5.000.000. Gli ultimi tagli, considerati alla stregua di autentici tesori e, quindi, al momento e ai fini dell'emissione, consegnati in bianco, dal funzionario che li custodiva all’addetto allo sportello, rigorosamente uno per volta, e, in ogni caso, per il numero di pezzi strettamente corrispondente alla richiesta del cliente.

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C'erano, infine, i titoli a taglio fisso prestampato. Sfumatura cromatica, i blocchetti degli assegni circolari recavano copertine di colore diverso a seconda del taglio. Per la materiale compilazione degli assegni di che trattasi, si doveva rigorosamente usare una particolare penna, caricata con inchiostro nero e indelebile.

Una volta riempiti a mano i tagliandi con gli elementi obbligatori (data, importo, nome del beneficiario) e apposta, quando ne ricorreva il caso, sul verso e sul retro, la clausola “non trasferibile” (clausola, il giorno d’oggi, automatica e obbligatoria),  bisognava punzonare, con un'apposita macchinetta foratrice,  i numeri, da 0 a 9, già stampigliati in un riguadro sul verso dell'assegno, in precisa aderenza al valore dell'assegno emesso: in assenza di tale residuo adempimento, il titolo poteva non essere considerato perfettamente valido.

Quindi, l’addetto del “Controllo di cassa”, nella fattispecie io, servendosi di un'apposita finestrella sulla parete lignea divisoria tra un ufficio e l'altro, passava la distinta di richiesta compilata e firmata dal cliente, in uno con il relativo/i titolo/titoli emesso/emessi, a un cassiere, il quale, chiamando l’utente, per nome o per il numero, annotato, della contromarca materialmente già postagli in mano, introitava le banconote e, finalmente, gli consegnava il titolo.

Due brevi note, curiose e in fondo leggere, collegate alla mia esperienza di cinque/sei mesi, incentrata sulla anzi descritta mansione del battesimo impiegatizio.

Era trascorso poco tempo dal mio esordio allo sportello, quando proprio lì, per pura fortuna e grazie alla prontezza di reazione, mancò un niente perché mi rendessi responsabile di un
principio di piccolo incendio.

Lì, esattamente sotto la scrivania cui sedevo per espletare il compito affidatomi, in un cestino, s’ammucchiavano le copertine dei blocchetti di assegni circolari esauriti e lì, inavvertitamente e imprudentemente, andò a finire il mozzicone, evidentemente non del tutto spento, della mia sigaretta. Allora, non era vietato fumare negli uffici pubblici.

Facile immaginare l'esito della concomitanza. Ma, in realtà, si ingenerò, e salì, solamente uno sbuffo di fumo, appena notato da qualche collega che si trovava nelle vicinanze, e poi il colpevole riuscì a rimediare in un baleno.

Seconda sequenza, c'erano due importanti clienti della banca, fratelli, grossi proprietari terrieri e commercianti di vino olio e prodotti agricoli in genere, i rispettivi nomi di battesimo Carmelo e Salvatore (il primo personaggio, laureato), nomi che, all'appello e ad ogni saluto, erano sempre preceduti dall'ufficiale e pesante titolo di “don”.

Orbene i germani in discorso, in barba allo stretto legame famigliare, non dovevano intrattenere tra loro rapporti molto affettuosi, diciamo così, anzi davano a vedere di scrutarsi l'un l'altro con diffidenza, ciascuno gelosissimo dei propri affari e interessi. Mai, ad esempio, che si presentassero o trovassero in banca, allo sportello, alla medesima ora. Arrivava il primo, sbrigava le sue operazioni, se ne andava e, solo subito dopo, compariva, si materializzava il secondo.

Ricordo che don Carmelo aveva una personale, piccola mania: spesso, non so se approfittando della mia fresca assunzione o della mia giovane età, esigeva che compilassi gli assegni circolari di cui chiedeva l’emissione, ponendo una cura speciale, più precisamente, mi raccomandava di scrivere “con bella calligrafia, possibilmente in stampatello”.

Ovviamente, io, tanto più che si trattava di un cliente di primo piano, non esitavo a esaudire puntualmente i suoi desideri, così assecondando la sua convinzione: secondo la quale la più fine veste formale degli assegni gli faceva fare una più bella figura con le controparti, cui li avrebbe consegnati o girati.

(1-continua)

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