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Roma
Biagi su Donna Livia: "Non ha né vizi, né vezzi" Lady Andreotti, la romanitas al femminile

di Patrizio J. Macci

Per le cronache era Livia Andreotti, ma all'anagrafe era nata Danese, Livia Danese. Se i nomi delle persone contengono il loro destino, come sostiene qualcuno, quello di "donna Livia" era perfetto per il ruolo che ha interpretato. La rappresentazione della "romanitas" femminile.
Donna Livia Andreotti la moglie silenziosa all'ombra del "Divo Giulio Andreotti" per oltre sessantotto anni; riservata, invisibile era il capo indiscusso della tribù andreottiana, unita e compatta nei momenti peggiori della sua carriera politica dal sequestro Moro alla notizia del rinvio a giudizio per mafia.
L'aneddotica (confermata dal Senatore a Maurizio Costanzo), racconta che si conobbero in un cimitero ai tempi del liceo pregando per l'anima di un compagno di classe. Sposi a metà degli anni Quaranta per non lasciarsi più. L'obiettivo dei fotografi è riuscita a catturarla in rari viaggi quando Andreotti ricopriva la carica di Ministro degli Esteri, "è figlia di un funzionario delle ferrovie -scherzava Andreotti- ma lei ama piuttosto la quiete". Il film di Sorrentino (probabilmente inventando) la racconta amante della cucina romana, donna determinata e impegnatissima nell'educazione dei quattro figli, scherzosa mentre risponde al telefono a un ironico Andreotti al telefono da Mosca: "Pronto? Io sono il Ministro degli Esteri". Lei di rimando, serafica e seriosa sul filo dell'umorismo: "E io sono la moglie del ministro!". Di lei Enzo Biagi, uno dei pochi giornalisti ad averla conosciuta e intervistata: "Della moglie di Andreotti non si può dire nulla, non ci sono vizi e neanche vezzi da raccontare". Mai una fotografia su un rotocalco dell'epoca oppure una dichiarazione fuoriposto. Nulla da dire o da eccepire.
Poi la soprannominò "La marescialla", cogliendo il tratto fondamentale del suo carattere, per la determinazione e il rigore con il quale si occupava della formazione educativa dei quattro figli. Era l'unica persona che poteva accedere alla scrivania del Senatore per riordinarla. In verità (al contrario di quella di Aldo Moro, per esempio, sempre ingombra di fogli e carte fitti di una grafia minuta) al massimo il suo tavolo di lavoro poteva contenere le carte in quel momento in discussione in Aula, perché i suoi libri il Senatore li scriveva direttamente mentre ascoltava i suoi colleghi parlare direttamente in bella copia. Gli ultimi anni di vita del Senatore Livia Andreotti li trascorre nella nebbia della malattia. Ma è sua la mano che stringe l'uomo addormentato per sempre in completo blu il 6 maggio 2013. Lui non c'è più, ma il loro amore è immutato.

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