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Roma
Casapound, Casamonica e Mafia Capitale: il teatrino confuso di Virginia Raggi

di Cristina Grancio *

La strumentalizzazione in questi anni del lavoro della Procura della Repubblica, da Mafia Capitale passando per i Casamonica, fino agli ultimi episodi legati a Casapound costituiscono un costante cliché della Raggi per insignire di medaglie al suo mandato. 

Quando l’indipendenza della magistratura viene minata dalle correnti interne, il “sistema Palamara” è argomento di questi giorni, che sentono gli echi della politica allora la stessa politica osa forse ciò che prima non avrebbe mai osato e cioè mettere la propria firma sul lavoro altrui?

Ebbi già modo di affrontare questo argomento facendo notare che, non si capiva bene come mai, la Raggi non si perdesse nessuna udienza del processo di Mafia Capitale. Un sindaco, benché costituitosi parte civile, è ben rappresentato in aula dall’avvocatura e sicuramente la sua presenza non fa differenza, come invece può farla un imputato.

Probabilmente la Raggi spera che i suoi cittadini confondano ciò che le compete con quello che invece compete ad altri nella speranza di acquisire meriti che non ha. Dai toni trionfalistici usati in occasione del processo “mafia capitale” si possa a quelli più propriamente teatrali, da prima donna, più che da prima cittadina.

In un suo video del novembre 2019, un reportage del giornalista Nello Trocchia, la Raggi evoca i ricordi dell’abbattimento delle case dei Casamonica, la narrazione è calzante, sembra quasi che a mani nude affronti i delinquenti che, in realtà, era già stati tutti tradotti in carcere mesi prima. Quelle case costituivano uno dei fortini del clan, erano la base dello spaccio e la Procura aveva già da tempo avanzato le richieste di custodia cautelare, cui era stata data esecuzione. Lo Stato, più specificatamente la DDA, la Direzione Distrettuale Antimafia era intervenuta a conclusioni di indagini complesse dando un forte segnale di presenza. Rimaneva solo il gesto di abbattere gli immobili abusivi dei Casamonica. La guerra alla illegalità non l’ha di certo iniziata la Raggi, a cui va riconosciuto il merito di aver trovato i soldi per abbattere le ville dei Casamonica, ma, una domanda: quante sono le case abusive che non vengono abbattute? Decine di migliaia, ma solo quelle dei clan dei Casamonica, in realtà, producono un ritorno mediatico come quello che vi è stato. Se quelle dei Casamonica resteranno le sole abbattute, rimarrà un gesto isolato, fatto per onor di firma.  

Stesso atteggiamento sullo sgombero dell’immobile dell’Esquilino non di proprietà del comune e pertanto non di sua competenza, occupato da Casapound. Anche in questo caso la Raggi ha solo il merito di aver cavalcato mediatamente l’onda della Prefettura, che ha disposto lo sgombero e col quale il comune si deve coordinare, ponendo simbolicamente la firma con eliminazione  dell’insegna “Casapound” posta sulla facciata. La sua parte politica però, nelle parole di Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri M5S, addirittura afferma: “dopo diciassette anni Roma ha avuto una sindaca in grado di far valere il diritto sulla prepotenza e liberare lo stabile che Casapound occupava abusivamente con un costo per società di quasi 5 milioni di euro. Dobbiamo ringraziare Virgina Raggi per questo [..]”.

Possono essere questi esempi di come la politica tenta di strumentalizzare l’operato della magistratura e di altre istituzioni? Può il “sistema Palamara” aver facilitato questo?

* Cristina Grancio, consigliere DemA Gruppo Misto

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