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Roma
Coronavirus, 66 anni muore all'Umberto I: spariti telefoni, soldi e documenti

Muore di Coronavirus al Policlinico Umberto I e tutti gli effetti personali spariscono nel nulla. Le foto delle nipotine, il telefonino, il bancomat e i contanti che aveva in tasca al momento del ricovero non sono stati restituiti alla famiglia, perché ufficialmente “non si trovano”.

Succede a Roma al Policlinico Umberto I, uno degli ospedali più colpiti dalla disorganizzazione generale della sanità romana, lo stesso ospedale dove le casse da morto sono state fotografate abbandonate nei viali. La storia di Massimo, 66 anni, già sofferente di asma la racconta la figlia Francesca S. 32 anni, al nono mese di gravidanza. “Papà è morto in solitudine e noi non abbiamo più nulla di suo, neanche una delle cose che ha tenuto tra le mani. Ma ancor di più siamo preoccupati per mia mamma e mia nonna che ha 82 anni ed è sofferente di alzheimer: papà è morto di Coronavirus accertato e loro non hanno mai fato un tampone, solo una telefonata dalla Asl e da allora il silenzio. Sono chiuse in casa in attesa che qualcuno verifichi se anche loro sono positive al Coronvirus”.

Massimo, operaio edile saltuario, inizia il suo calvario con una febbre persistente. Dopo sette giorni decide di andare dal medico di base che gli prescrive prima la tachipirina e poi un antibiotico per 3 giorni.

“Era il 18 marzo – racconta Francesca – ma il 21 mio fratello visto che non migliorava ha chiamato l'ambulanza e lo hanno portato al Pronto Soccorso dell'Umberto I. Lo sentivamo ogni giorno per video chiamata sino al 30 marzo poi lo hanno intubato e da allora riusciva a malapena a mandare messaggi perché non aveva con sé gli occhiali. Era nel reparto di Pneumologia. Dal 30 maro in poi ci chiamavano i medici una volta al giorno per dirci come stava “è stazionario” ripetevano e così siamo arrivati al 17 aprile quando mio fratello al mattino mi ha detto che la situazione era critica perché tutti e due i polmoni erano compromessi. Non potevamo chiamare nessuno, nessuno ci rispondeva. Il giorno dopo è arrivata la telefonata: “Vostro padre non ce l'ha fatta”. Poi la benedizione e la certezza che papà è morto di Coronavirus perché era scritto sulla targhetta della bara. Una benedizione da lontano e via. Papà non c'è più e non si trovano più i suoi effetti personali. La motivazione che ci hanno dato al telefono è che si sono persi. Ma non ci arrendiamo:se entro oggi non li troveranno, denunceremo l'ospedale”.

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