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Roma
Coronavirus e eco crisi da pandemia: “Roma è in ginocchio serve uno choc”

di Andrea Catarci *

Serve uno shock nell’economia romana, per affrontare crisi lunghe e pandemia perché Roma è in ginocchio dopo il fallimento totale della Sindaca Raggi e della giunta M5S.

Prima di pensare a grandi eventi e puntate nel futuro secondo la Sindaca Raggi ed il M5S occorreva agire su manutenzione ordinaria e decoro urbano, per migliorare la qualità della vita di tutti i giorni. Dall’estate del 2016 ne hanno fatto un ritornello e hanno scelto di sacrificare a tale logica la candidatura alle Olimpiadi, ritenendo maggiori i rischi delle opportunità. Hanno fatto riferimento a una specie di strategia a due velocità: prima lavoreremo sulla città reale e dopo penseremo, eventualmente, alle “cose in più” che muovono affari imponenti, troppo grandi per essere gestibili. I risultati dell’azione sulla loro priorità assoluta sono interamente negativi: non fanno più notizia le buche di una rete stradale pericolosamente ridotta a enorme groviera, i cumuli di immondizia che sommergono i quartieri dal centro alle periferie oltre il Gra, i trasporti pubblici che ‘viaggiano’ costantemente a un livello di indecenza e che per qualche risibile variabile – metereologica, strutturale, organizzativa - si fermano completamente, gli abbattimenti indiscriminati di centinaia di alberature, scudo dall’inquinamento, nell’incapacità di assicurare le dovute cure, le situazioni di abbandono e incuria che minano l’agibilità degli istituti scolastici, del patrimonio abitativo pubblico, delle aree verdi, dei mercati rionali. Ciò è avvenuto mentre le politiche urbanistiche hanno assunto tratti minimalisti e sono via via scomparse dall’agenda politica; mentre dell’economia e dell’occupazione sono cresciuti solo “segmenti poveri”; mentre un sostanziale arretramento, oltre che nelle politiche culturali, ambientali, sportive e nel senso civico, si è registrato nei servizi sociali, intesi sempre meno come sistema e sempre più come interventi sporadici, drammaticamente insufficienti a fronteggiare invecchiamento, povertà e solitudini; mentre le già scarse risorse a disposizione non sono state utilizzate a pieno, con il record del 2019 in cui non si sono spesi fondi per 700 milioni destinati a opere pubbliche. A cancellare l’immagine di onestà e di innocenza sono poi venute, last but not least, le scelte sbagliate di Dirigenti che hanno portato a più riprese il Campidoglio in tribunale e il coinvolgimento nelle inchieste di esponenti grillini di primo piano.

E’ con uno shock nelle politiche economiche che si può reagire a crisi e coronavirus

Questo è il quadro schematico prima del 2020. Dopo è arrivata l’emergenza del coronavirus che si sta abbattendo su Roma, sull’Italia e su tanta parte del pianeta. Il divorzio tra la giunta Raggi e i Romani che a lei avevano affidato le loro residue speranze si era già consumato e non saranno gli equilibrismi lessicali della Sindaca e le alchimie trasformistiche del M5s capitolino a restituire loro la credibilità perduta.

Nel buio fitto e pieno di macerie vanno ritrovate le coordinate per far ripartire presto lo sviluppo cittadino, attuando un cambiamento radicale in primo luogo sul terreno economico e occupazionale. Serve reagire allo shock dell’epidemia con uno shock nelle relative politiche, per impedire che dopo lo stordimento prodotto dalle crisi si finisca ko per la pandemia, nella consapevolezza che, persino dove cresce in termini quantitativi, Roma non costruisce ricchezza per chi la vive. Prima, subito, c’è urgenza di assicurare alla città un decente piano di aiuti con misure di sostegno al reddito, in particolare per quella consistente fetta di lavoro non tradizionale che sistematicamente resta esclusa dai decreti governativi, con una riduzione sostanziale delle tasse e delle tariffe per il 2020 per le famiglie, con aiuti diretti e indiretti alle piccole e medie imprese, soprattutto a quelle giovanili, femminili e in start up particolarmente esposte, con interventi per impedire il collasso del sistema creditizio.

Poi, nel futuro prossimo, andranno messe le mani sulla programmazione per cambiare le dinamiche di medio e lungo periodo: patti, progetti e programmi per il lavoro in cui sostanziare un nuovo welfare urbano, mettendo al centro la cura dell’immenso territorio e della popolazione; interventi per favorire un’occupazione di qualità, sia facendo crescere la componente giovanile che è la più dinamica - invertendo la tendenza che vede preferire a Roma altri luoghi per vivere e costruire il proprio futuro – sia avviando il Green New Deal a cominciare dai settori strategici dell’energia e dei trasporti; mobilitazione delle risorse esistenti puntando alla creazione di una rete tra i fattori dello sviluppo umano, della conoscenza e dell’innovazione; misure specifiche di sostegno ai diversi comparti produttivi, in un contesto che ha visto la nascita di nuove imprese per lo più con basso valore aggiunto, micro realtà con poco impatto in termini di occupati; riordino e piani industriali indispensabili per rilanciare le aziende pubbliche in grave difficoltà, Atac e Ama su tutte; completamento della riforma della macchina politico-amministrativa che è “infrastruttura” indispensabile, con il potenziamento graduale dell’attività di governo svolta dai Municipi fino alla loro trasformazione in Comuni urbani coordinati dal Campidoglio; condivisione e compartecipazione strategica degli assi dello sviluppo con gli altri soggetti della filiera istituzionale, regione e governo nazionale.

Il cambio di paradigma necessario a Roma per far crescere l’economia e rafforzare gli anticorpi rispetto alle crisi vecchie e ai cataclismi nuovi prevede il riposizionamento qualitativo delle leve dello sviluppo.

Il contributo elaborato da Benini per Liberare Roma: valorizzare i punti di forza

Una prima riflessione in questa direzione è stata proposta da Romano Benini - docente universitario, scrittore e esperto di politiche per il lavoro e l’impresa – in un contributo elaborato per il Comitato scientifico di “Il sogno più grande: liberare Roma”, la campagna promossa da un’ampia rete di realtà civiche e di movimento della città e guidata dal Presidente del Municipio Roma VIII Amedeo Ciaccheri.

Scrive Benini che “un cambiamento tangibile può attuarsi solo valorizzando i numerosi punti di forza di Roma, Capitale di un importante paese, centro della Cristianità e della storia occidentale, polo di grande attrazione turistica, provvista di un sistema formativo ed universitario importante, dotata di eccellenze nella ricerca e nella sanità e di un tessuto di imprese che esprime una domanda di innovazione in diversi settori, dalla logistica alla comunicazione”. Per tale obiettivo viene a proposito un anniversario che riveste una particolare importanza, quello dei 150 anni di Roma come capitale d’Italia. Esso, finora ampiamente sottovalutato e ignorato, richiama l’idea del rapporto privilegiato con il passato e di una missione affidata da secoli alla città, che è sempre stata una capitale: della repubblica e dell’impero romano prima, della cristianità e di uno stato ecclesiastico poi, infine del regno e della repubblica italiana e contemporaneamente del cattolicesimo.

I 150 anni di Roma capitale d’Italia, un’occasione di rilancio

“Le regie truppe sono entrate in Roma questa mane per una breccia laterale a Porta Pia” telegrafava ai prefetti il Presidente del Consiglio Giovanni Lanza annunciando la presa di Roma del 20 settembre 1870. Dopo vennero il referendum consultivo che confermò l’annessione e la proclamazione a capitale del 9 ottobre 1870. Malgrado le difficoltà e le arretratezze che le impedivano di assumere i tratti industriali desiderati dalle classi dirigenti di allora, veniva scelta Roma per la convinzione che sarebbe diventata un “faro della scienza” (Quintino Sella), in grado di rappresentare la coscienza del paese e di svolgere al meglio l’azione di centro politico e culturale, con le dovute attenzioni degli organi centrali. Tra cesure e ricorsi storici dopo un secolo e mezzo siamo di nuovo lì, un po’ più indietro rispetto alle aree settentrionali dal punto di vista economico e con un’indiscussa unicità da agire nello scenario nazionale come in ambito internazionale. Nel festeggiare la “capitalità” va elaborata una strategia per valorizzare i punti di forza e per rispondere una volta per tutte, congiuntamente al parlamento, alle contraddizioni generate dalla convivenza sul territorio cittadino della politica nazionale e degli organismi internazionali - persino di uno stato estero - con una collettività di quasi tre milioni di persone, che tutti i giorni diventano quattro per gli spostamenti legati al lavoro e allo studio. Riconoscere il ruolo e una quota di potestà normativa, quantizzare realisticamente i “pesi” supplementari e destinare in maniera proporzionale e non occasionale le risorse statuali al funzionamento della capitale, come avviene per le omologhe europee: insieme ai fattori endogeni, a determinare il declino di Roma sono anche tali nodi irrisolti e non sono più tollerabili.

La rinascita di Roma secondo Benini: fare qualità, fare società, fare sistema

Oltre a valorizzare i punti di forza, secondo Benini per aggiustare la macchina dell’economia romana servono altre tre cose, “fare qualità”, “fare società” e “fare sistema”.

Fare qualità, “creando un sistema di riferimento funzionale a questo obiettivo e lavorando sulle connessioni: tra turismo e beni culturali, tra sanità e ricerca, tra formazione e domanda delle imprese, tra moda e servizi per l’internazionalizzazione delle imprese, tra incubatori di imprese e artigianato digitale, tra università e start up di impresa, tra interventi sociali e misure di attivazione”.

Fare società, considerando prioritari gli investimenti “in grado di promuovere forme di partecipazione e di coesione sociale: gli interventi relativi al welfare per il lavoro ed all’inclusione sociale, la promozione delle forme di economia partecipativa e di condivisione, il sostegno all’economia civile ed alla cooperazione, la promozione dei servizi alla persona e le modalità collegate alla sharing economy ed alla promozione della partecipazione delle nuove generazioni all’attivazione di iniziative economiche in grado di qualificare le attività a basso valore aggiunto”.

Fare sistema, nell’ottica di “una pianificazione strategica tra Governo, Regione e Comune, sulla quale poi costruire una condivisione progettuale che finalizzi gli investimenti alla messa in qualità del sistema romano, sostenendo solo quella progettualità e quegli interventi che vanno nella direzione della messa in rete dei sistemi produttivi, della creazione di valore, dell’aumento della produttività, del sostegno all’innovazione”.

C’è ancora molta strada da fare ma il cantiere è aperto e la via tracciata: per l’ennesima rinascita di Roma niente dovrà più essere come prima.

* Andrea Catarci, Coordinatore del Comitato scientifico di Liberare Roma

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