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Roma
Coronavirus e videoconferenze degli Enti Locali: così muore la democrazia

di Cristina Grancio *

Coronavirus, lo scorso 24 aprile è stato convertito in legge il Decreto Legge che ha consentito ai Consigli Comunali e Metropolitani di utilizzare lo strumento della videoconferenza per continuare a svolgere in sicurezza, lì dove non era possibile garantirla, le loro assemblee.

A prescinder dalla questione giuridica che lascia aperti una serie di dubbi circa la possibilità della legge che ha convertito il predetto decreto di modificare uno statuto che individua la sede dell’Assemblea capitolina nell’aula Giulio Cesare di Palazzo Senatorio, o di un regolamento che prevede la seduta assembleare pubblica con la presenza fisica dei Consiglieri, ritengo sia mortificante che la capitale di Italia scelga la strada della video conferenza come strada unica percorribile.

Al di là delle misere cadute di stile di alcune amministrazioni che ci hanno fatto sorridere - come l’audio in sottofondo del Consiglio Comunale di Barletta che alludono ed evocano scene di sesso o quello del comune di Carmagnola dove un consigliere si ritira in una riunione nel bagno andando al gabinetto col microfono e video accesi - è evidente che i contenuti di statuti e regolamenti di Enti pubblici contengono nella loro forma giuridica, disconosciuta dal “Cura Italia”, una portata politico-ontologica che ha scomodato niente meno la Costituzione della Repubblica Italiana nella rielaborazione del suo Titolo V.

L'autonomia statutaria attribuita ai Comuni, da tale rielaborazione, rappresentò il perno ed il cuore della riforma dell'ordinamento degli enti locali: consentire a ciascun ente la deliberazione del proprio statuto significò consacrare il principio secondo cui non è lo Stato che regola autoritativamente ed uniformemente la vita delle amministrazioni elettive, ma sono queste che, nell'ambito loro riconosciuto, si dotano di strumenti di autogoverno adattando la propria struttura organizzativa alle peculiarità della realtà sociale che sono chiamati ad interpretare con una vera e propria “restituzione” di autonomia e autogoverno ai Comuni. Lo statuto diventa la carta fondamentale della comunità locale, attraverso tale strumento si introduce nell'ordinamento la possibilità, unica per la comunità di passare gradualmente da una forma di democrazia rappresentativa ad una forma di democrazia partecipata.

Assodato quindi che andrebbe approfondita la possibilità che il “Cura Italia” possa modificare gli  statuti ed i suoi Regolamenti, sembra ormai, almeno per Roma, costituire la videoconferenza non uno strumento per aiutare in una situazione di emergenza, ma una opzione percorribile al di là dell’emergenza Coronavirus. Il testo dell’articolo 73 della legge “la possibilità per i Consigli dei Comuni, che non abbiano regolamentato modalità di svolgimento delle sedute in audio-videoconferenza, di riunirsi secondo tali modalità” lascia intendere con quel “che non abbiano regolamentato” che si lasci la porta aperta per far diventare la videoconferenza da casa la regola. L’agio, la comodità e l’intimità  di casa si sostituisce a quella buona e dovuta soggezione tipica dei luoghi istituzionali dove la forma è anche sostanza, come le sale consiliari ed ancor di più  l’Aula Giulio Cesare sede del consiglio della capitale d’Italia.

Ribadendo che lo Statuto ed il Regolamento di Roma Capitale potrebbero in autonomia decidere di introdurre l’uso della videoconferenza ritengo che questa possa essere solo un adiuvandum della seduta pubblica con la presenza fisica dei consiglieri perché la formazione della volontà politica non può prescindere da tutte le dinamiche che sono proprie della vita reale e non può ridursi ad una realtà virtuale poiché non è quello per cui un eletto è chiamato a rappresentare.

La caratteristica della videoconferenza è quella dell’isolamento dell’eletto, un ottimo strumento per fiaccare la minoranza che non ha più possibilità di scegliere, per esempio modalità di cosiddetta “disobbedienza civile” per cercare di tutelare i cittadini, come è successo con la vicenda della società di Roma Metropolitane per evitare una liquidazione, con l’occupazione dell’aula consiliare di cui le opposizioni si sono assunte le responsabilità previste da regolamento. La videoconferenza è una modalità che può andar bene in assenza di contrasto politico, come nel caso del rapporto che sussiste tra  datore di lavoro e dipendente.

Quello di cui proprio non riesco a farmi una ragione è come sia possibile che non si percepisca la gigantesca contraddizione che intercorre fra il chiedere poteri speciali per Roma come fa giustamente la Sindaca in questi giorni e la mancanza della stessa amministrazione di creare le condizioni utili per consentire a 48 consiglieri di svolgere le loro funzioni nella sede a ciò deputata, l’Aula Giulio Cesare. Il Consigliere Comunale è simbolo della democrazia del suo territorio ed  è chiamato a rappresentarla anche in condizioni difficili. Si sono visti eletti che si sono giustamente adoperati nel fare pacchi da consegnare ai cittadini bisognosi operando in stanze nemmeno paragonabili per estensione a quella dell’aula Giulio Cesare, ma paradossalmente poi non si sentono sicuri nell’espletare la loro funzione di eletti nel luogo simbolo della democrazia. Curioso questo aspetto.

Certo fiaccare le minoranze è sicuramente uno degli strumenti che maggiormente piace al potere così come spegnere il microfono durante una seduta consiliare può essere espressione del bullismo che il potere usa quando non vuole ascoltare le voci dissidenti.

A proposito, mentre scrivevo mi sono dilettata nel ricercare su internet la seduta di Consiglio del 26 marzo - ove solitamente è possibile rivedere le assemblee svolte - la prima, in videoconferenza, quella in cui espressi la mia contrarietà a questa modalità. Non sono riuscita a trovarla, sarà sicuramente un caso, di quella seduta si possono ascoltare 4 minuti di videoconferenza che anticipano lo svolgimento dell’adunanza, insomma mere chiacchiere da bar.

* Cristina Grancio, consigliere DemA Gruppo Misto

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