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Roma
Ex Provincia, mascherine e nomine: l'anno nero di Zingaretti. Che punta Conte

di Andrea Augello

Nuova, pesante tegola sulla Giunta Zingaretti: una sentenza del Consiglio di Stato ha scritto la fine di un lungo braccio di ferro tra un battagliero sindacato interno, la Direr, e i vertici amministrativi della Regione Lazio, riguardo alle nomine di una quarantina di dirigenti esterni, assunti negli ultimi otto anni dall’amministrazione.

Ebbene, la sentenza conferma che no, quei direttori proprio non potevano essere assunti in quel modo, indicando nel Segretario Generale pro tempore, Andrea Tardiola, uno tra i principali responsabili di un’interpretazione delle norme vigenti in materia di reclutamento di figure dirigenziali che non ha retto all’esame della giustizia amministrativa. È inevitabile che ora spetterà alla Corte dei Conti decidere chi sanzionare per l’esborso illegittimo di una decina di milioni di euro, mentre dovrebbero decadere tutti i direttori ancora in carica.

Insomma un’altra Caporetto amministrativa, che non solo decapita diverse direzioni importanti, ma mette in discussione l’affidabilità di un altro uomo chiave della squadra di Zingaretti, fin qui tanto considerato dal Presidente da rivestire, contemporaneamente, la carica di Segretario Generale e di Responsabile dell’anticorruzione: il peso di Tardiola nella Regione è stato infatti, negli ultimi anni, talmente significativo da suscitare reazioni negative, invidie e un vero e proprio fronte antipatizzante nella Giunta, ma Zingaretti lo ha sempre considerato persona seria e competente, tra le poche in grado di rassicurarlo sul fatto che la sua esperienza presidenziale nel Lazio non si sarebbe conclusa con un deragliamento finale.

Ora però questa sentenza contribuisce a rafforzare l’inquietudine zingarettiana riguardo l’effettiva convenienza a prolungare fino alla scadenza il suo mandato regionale, anche perché segna l’ennesima sconfitta, in un 2020 che non gli ha risparmiato ogni genere di grattacapi: prima il rinvio a giudizio della Corte dei Conti per il palazzo di Parnasi, poi lo scandalo delle mascherine e la conseguente inchiesta della Procura, ora la sentenza del Consiglio di Stato che cancella quaranta dirigenti regionali nominati dalla sua Giunta. In mezzo a questo bollettino delle nevi giudiziario, il Presidente ha assistito anche a sorprendenti cadute di stile dei suoi collaboratori più stretti: tornano alla mente i baccanali al Pigneto, in pieno lockdown, del suo Capo di Gabinetto e, più recentemente, il caso della Troncarelli, Assessore Pd al Welfare, che si era tranquillamente iscritta ad un concorso per aggiudicarsi un posto di assistente amministrativo presso le Asl di Latina, Frosinone e Viterbo, ritirando la candidatura solo dopo che la stampa aveva evidenziato l’assoluta inopportunità dell’iniziativa. Una sinfonia di campanelli di allarme che sembra ribadire l’impossibilità di continuare a rischiare l’osso del collo in Regione, a discapito del pieno esercizio della sua funzione di leader nazionale di un partito di governo. La sensazione che, prima o poi, la fragile nave regionale finisca con l’andare a sbattere contro uno dei tanti iceberg che la stanno, fin qui, solo sfiorando, è molto forte: dunque il problema è valutare l’effettiva credibilità di un percorso rapido di sganciamento, magari attraverso un ingresso nella squadra del governo nazionale subito dopo l’estate. Diversi retroscenisti hanno indicato questo scenario come il più probabile, alcuni anche teorizzando che l’intera operazione potrebbe svolgersi senza portare al voto la Regione, ricorrendo a contorti cavilli giuridici sulle incompatibilità.

A me pare che sia impossibile sul piano giuridico e, soprattutto, su quello dell’opportunità e della tutela dell’immagine di Zingaretti, ipotizzare una fuoriuscita dalla regione senza elezioni regionali convocate all’istante. Circostanza che rende la fuga di Zingaretti dal Lazio una comprensibile esigenza di metodo, assai difficile però da riempire di contenuti fruibili. Tornano alla mente le parole che Boccaccio attribuisce a Dante alla vigilia della sua partenza da Firenze per un’ambasciata al Pontefice di Roma: “Se io parto chi resta e, se resto, chi parte?”. Abbandonare la Regione significa, per Zingaretti, consegnarla al centrodestra, più forte elettoralmente nel Lazio. Restare al timone di Via Rosa Raimondi Garibaldi vuol dire invece rassegnarsi all’ipotesi prevalente di dover presto o tardi cedere la guida del PD, o per effetto di qualche nuovo pasticcio degli zinga-boys o per un progressivo logoramento del suo contorto ruolo di leader extraparlamentare, del quale molti ex renziani - e non - sembrano pronti ad approfittare.

La finestra di opportunità per sciogliere questo nodo si apre ora e si chiude dopo le elezioni di settembre prossimo: entro i primi di ottobre Zingaretti dovrà necessariamente giocare le sue carte e, francamente, non vorrei essere nei suoi panni.

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