Quanto fa il 35 per cento circa del 48 per cento (sempre circa) dei romani in età da urne? Oltre il numero, è il peso netto del centrodestra dopo cinque anni di governo della città. Roma ha deciso, anche se c’è voluto un doppio turno elettorale per capire, che l’esperienza di Alemanno&soci era arrivata al capolinea. Praticamente rottamati.
E lo spartiacque amministrativo del gruppo di “giovani ex camerati” proiettati nelle stanze dei bottoni non è il risveglio con caffè e manette di Riccardo Mancini. Il profumo della giunta al capolinea e della fine delle idee, si è sentito il giorno in cui il sindaco, sotto pressione per le casse vuote, ha deciso di aumentare il biglietto dell’Atac, cioè dell’azienda più scassata e chiacchierata d’Italia, senza dare un centimetro di trasporto in più. Ecco, quella è stata una truffa. E il conto è arrivato.
Quel giorno, la speranza di cambiamento tramutata quasi in amore col consenso sempre in salita, si è infranta con l’ira dei romani che perdonano tutte le parentopoli del mondo, ma non tollerano la presa in giro. Quei cinquanta centesimi in più hanno condannato Alemanno molto di più dei pretoriani anacronistici di cui si è circondato, persino più dei libri dei sogni con Tor Bella in testa e i piedi a mollo nel waterfront che non c’è.
Persino la neve, le foto con la pala e l’ilarità di un sindaco volenteroso e pasticcione, “ce potevano stà” ma se oltre alla “caciara” tocchi il costo del bit allora sei “un uomo morto”. E così è stato anche se il finale della commedia romana è una tragedia per il centrodestra.
Dopo quindici anni di Rutelli-Veltroni e il gruppo An-Forza Italia allenatissimi a fare l’opposizione, il modello Roma di Goffredo Bettini torna in sella. E chi ha perso torna in cantina a scrivere mozioni e interpellanze. La grande abbuffata è finita e ora si torna a dieta stretta. Strettissimma perché il primo che dovrò stringere la cinghia sarà proprio il sindaco uscito dalle urne. Ignazio Marino troverà diverse sorprese: la prima è una città stremata da un governo che ha scelto i manager per appartenenza politica invece che per capacità; poi le casse vuote e la paura di dover tar-tassare i romani. E ancora, le società pubbliche coi conti in disordine e un pezzo di poteri forti che non mollerà facilmente la presa. Un esempio per tutti è l’Acea e l’idea del business puro che ha bloccato il Campidoglio per sei lunghi mesi per una privatizzazione inutile che avrebbe portato una multiutility vero il capitalismo puro invece della funziona sociale che dovrebbe avere nei confronti della città dalla quale ha sempre preso e nel tempo restituito sempre meno. Non è un caso che nella città Capitale ci siano il 3 per cento degli abitanti che non hanno l’acqua potabile.
Marino ha vinto semplicemente promettendo una diversità da quella politica degli ultimi cinque anni che ha navigato a vista e in solitudine. Contro persino i romani che sono stati a lungo sbeffeggiati. E’ bastato essere credibili contro gli incredibili per vincere. Ora però bisogna saper dimostrare di governare.
Fabio Carosi
