I romani non votano più. A leggere i risultati, si evince che uno su due ha disertato le urne. Prescindendo dal risultato finale che uscirà dal ballottaggio per l’elezione del primo cittadino della Capitale, oramai la tendenza è netta e precisa. Questa volta non ci sono stati exit poll, anticipazioni oppure altre alchimie che hanno confuso un dato incontrovertibile. A sentire gli umori della “ggente” (categoria sociologica inesistente, ma continuamente evocata) sono fin troppi i cittadini che si sono recati al seggio. Incavolati neri, impegnati a schivare le buche del manto stradale, a lottare con la tassa sui rifiuti, con i mezzi pubblici e il traffico che gli danno filo da torcere ogni giorno, i romani hanno calato la loro briscola.
Inutile evocare la contemporaneità di un evento calcistico, oppure bizzarrie del clima. Alcuni hanno rammentato il motto attribuito a Nenni “Piazze piene, urne vuote”. Ma quello si riferiva alle preferenze dei singoli partiti, mica all’affluenza.
Davanti all’impossibilità di sbloccare una situazione politica immobile (partiti aggrovigliati su se stessi in lotte intestine, candidati pressoché immutabili), gli elettori hanno trovato un nuovo metodo per dare l’ennesimo scossone, un linguaggio nuovo: la disaffezione come ultimo segnale a un sistema di governo della cosa pubblica che è morto da un pezzo, ma che alcuni si ostinano a mantenere in uno stato di sospensione, ibernazione, forse sperando che le persone possano dimenticare. Magari il prossimo appuntamento elettorale si svolgerà in una radiosa giornata estiva, allora daranno la colpa al richiamo del primo bagno d’estate oppure alla pentola a pressione. Il passo successivo, il punto di non ritorno si sta pericolosamente avvicinando, lo sfioramento della soglia del “quorum”. Se in una città come Roma non votassero più del cinquanta per cento degli elettori il big bang coinvolgerebbe la politica a ogni livello. Il giocattolo si è rotto. E’ l’ultima chiamata per la politica.
Patrizio J. Macci
