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Roma
Notte da incubo all'ospedale San Giovanni. Il racconto di una paziente

di Serena Lo Piccolo

Succede di passare una notte in ospedale al San Giovanni e succede così di vivere l'incredibile esperienza di condividere tante ore con delle persone che, per diverse vicende, si trovano con te. Poche le regole che si apprendono, in men che non si dica, quando ti scaricano in quel lettino e capisci che il tuo spazio personale lo hai barattato per ricevere cure. 

Nulla di tuo e tutto è da vivere in comune, quasi come ai tempi delle vacanze al campo estivo delle scuole elementari. Ovviamente, tra le tante persone che affollano le camerate, pian piano emergono le personalità di spicco.

Questa notte devono aver ricoverato con me anche il signore che ho sempre dietro nei semafori e che, come scatta il verde, da prova dei suoi riflessi, e suona. Qui ha scoperto che i campanelli sono l'unica fonte di musica consentita e allora lui suona, suona, e lo fa anche a ritmo sincopato tanto che mentre allerta le infermiere sembra che, con una sorta di alfabeto morse voglia comunicare che si annoia e si sente solo. Spera di sollecitarci ad accompagnarlo con i nostri campanelli, per suonare un ottimo concerto “da camera”. 

Mentre il sonno cerca di insinuarsi, nelle rare pause di silenzio, arriva l'assolo mozartiano di un signore che con voce gracchiante grida: “ Suoraa”. Al primo ululato tutte le camerate tacciono, anche il musicista del campanello si ferma, forse perché stupito di un tale assolo che neanche lui, nella sua temerarietà avrebbe osato inscenare. Mi giro nel letto, cercando ristoro nel sonno ma resto ghiacciata da un nuovo urlo: “Suoraaa” a cui questa volta fa eco un peto di un anziano che nel corridoio si trascina stancamente verso il bagno. Un peto di un intero minuto può essere considerata un'arma batteriologica? Forse questa è un'esercitazione, ho pensato ormai sconfitta dagli eventi.

Malati e malate ormai si sono svegliati dall'intenzione di addormentarsi e, mano ai telefonini, cercano qualcosa con cui passare il tempo. Finalmente un passatempo innocuo, si può pensare peccato che i più anziani e meno tecnologici non usano gli auricolari. Ecco allora che mentre trascinano stancamente il loro dito sullo schermo partono voci a un tale volume che fanno alzare in volo i piccioni posati sulla ringhiera del balcone.

Con un certo senso di rivalsa prendo anch'io il campanello per allertare l'infermiera che la mia flebo non cammina (come usano dire i malati). Si affaccia alla mia porta una signora di una certa età che con un fare rassicurante, mi dice: “Non si preoccupi, ci penso io”. Il sonno e la stanchezza non mi permettono però di dare il giusto peso a quel sorrisetto, appena accennato sotto i baffi.

Esce velocemente e torna con una siringa piena di soluzione fisiologica con cui si accinge a fare un semplice lavaggio di cannula. E' allora che colgo il suo sguardo da “Misery non deve morire”, ma è tardi, perché in quello stesso istante mi spara il liquido con una tale veemenza che la mia vena si spacca e mi si gonfia la mano. Grido furiosamente mentre lei riprende la porta disgustata dalla mia soglia di dolore così bassa. 

Se a questo punto pensate che un sonno ristoratore sia sceso a calmare i nostri animi, pensate male. Dalla camera vicina alla porta, un senzatetto, ricoverato la sera prima, inizia il suo tentativo di fuga. Lui è abituato a dormire sotto le stelle, a fumare e a chiacchierare anche nelle ore più improbabili e il silenzio immobile di una camerata inizia a stargli stretto. Sorpreso da un'infermiera, che tenta di fermarlo, si è difende cercando di guadagnare la porta tra urla, improperi e l'invocazione dei Carabinieri. Al coro si aggiunge il vocione di un signore che chiede silenzio imprecando. Un altro si lamenta perché con la febbre alta vuole dormire. Intanto l'anziano, nonostante un lungo soggiorno nei bagni, si ritrascina nel corridoio ammollando il suo peto da guinness dei primati. Fortunatamente albeggia un nuovo giorno.

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