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Roma
Quando i sindaci andavano in guerra. Prospero Colonna e la trincea. Vera

di Lucio D'Ubaldo

Lasciò il Campidoglio e andò in guerra, a riprova della sua fede nella Patria. Altri tempi, altra condizione: sta di fatto che questa mirabile testimonianza personale, dai risvolti politici molto forti, rischia ora di perdersi nell'oblio proprio quando fervono le manifestazioni in memoria dell'impresa vittoriosa italiana nel conflitto mondiale del '15-18. Del resto siamo troppo abituati alla metafora del sindaco in trincea - ne danno conto, bene o male, le cronache di ogni giorno - da trascurare l'esperienza di chi davvero scelse, come primo cittadino di Roma, di  affiancarsi agli uomini del nostro esercito in trincea.
Prospero Colonna (1858-1937), napoletano di nascita, liberale moderato di formazione, fu più volte consigliere comunale e sindaco di Roma, nonché deputato e senatore. Godeva del titolo di principe e dunque apparteneva a quell'aristocrazia che intuì la necessità, nella fase di consolidamento del nuovo Regno e nel confronto anche aspro con la Santa Sede, di avvicinare le due sponde del Tevere. Seppe esercitare l'impegno pubblico con spirito di abnegazione e generosità, benché nell'ottica di un "governo dall'alto" delle crescenti istanze dei ceti popolari.
Guidò l'amministrazione capitolina prima e dopo Nathan, con capacità realizzatrici notevoli. Fu lui a sistemare la Piazza Esedra, ad acquisire al pubblico Villa Borghese, a realizzare il Traforo sotto al Quirinale. Alla sua amministrazione si lega la prima legge speciale su Roma del 1904. Nella circostanza, come ricorda Fiorella Bartoccini (v. Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 27, 1982), il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti ebbe a dire: "Roma è città sacra, cioè terribile. Non scherziamo con essa. Atterrati questi amministratori, ne troveremo di peggio". Erano parole che facevano trasparire il tradizionale sentimento dei "piemontesi", gli stessi che già all'indomani di Porta Pia, nella fase d'insediamento della burocrazia sabauda, i romani avevano sdegnosamente salutato con l'appellativo di "buzzurri".
Le grandi trasformazioni d'inizio Novecento, in stretta dipendenza del fenomeno dell'urbanesimo, obbligavano a interventi eccezionali in special modo nel campo dei servizi e dell'assistenza. Non fu esclusivo merito di Nathan se Roma conobbe in quegli anni lo sviluppo di nuove politiche sociali, dall'istruzione all'edilizia popolare, passando per importanti opere di bonifica e igiene pubblica nei quartieri malsani periferici (in primis Testaccio, oggi non proprio periferia).
Indubbiamente Prospero Colonna deve essere considerato l'antesignano di un concetto o di un modello di "sindaco politico" a tutto tondo, se si considera il ruolo da lui svolto in Campidoglio e al Senato come fautore e interprete di una tendenza liberal-nazionalista di destra, espressione di un'Italia sempre più inquieta e ambiziosa. Lo fu con ardore e senza risparmio di energie, dunque ponendo il suo prestigio al servizio di tale imperativo patriottico.
Accolse D'Annunzio, il 17 maggio del 1915, quando il Vate rivolse dalla "ringhiera" del Campidoglio a una piazza in delirio parole infuocate contro la posizione neutralista di Giolitti (in realtà i giochi erano fatti, avendo il giorno prima Re Vittorio Emanuele III rinviato Salandra alle Camere con l'obiettivo di ottenere i pieni poteri); si recò a Parigi, sempre a maggio, a rappresentare la svolta dell'Italia al fianco di Francia e Gran Bretagna; prese infine la decisione, all'entrata in guerra il 25 maggio, di partire volontario. Un gesto clamoroso, ma nella sostanza coerente con il modo d'intendere l'azione amministrativa e l'impegno politico da parte di un fervente assertore del nuovo mito della nazione.
A Roma, tuttavia, fu richiamato molto presto. Troppe erano le emergenze e al sindaco, non a caso, si chiedeva di prendere in mano la situazione. Bisognava occuparsi dei problemi che l'entrata in guerra comportava, con l'aggiunta della faticosa e ancora lunga opera di accoglienza delle vittime del terremoto della Marsica. Poteva il sindaco abbandonare i doveri del suo ufficio? Evidentemente no, non poteva. Per questo dal comando generale di Udine fece ritorno in Campidoglio, sollecitato a far fronte - un altro, ma non meno importante fronte - ai cosiddetti "servizi di guerra". La sua avventura militare era finita.
Questo accadeva un secolo fa e giustamente, in linea con lo spirito delle celebrazioni del centenario della Grande Guerra, dobbiamo farne oggetto di corretta e serena valutazione. La nostra sensibilità è diversa, ovviamente nessuna forma di patriottismo oggi assume tratti di ostentato afflato militarista. Ciò non toglie che il gesto di Prospero Colonna, anche agli occhi di chi osserva da lontano e con occhio critico l'empito nazionalista di quel tempo, costituisca un esempio di virtuosa aderenza a una politica fortemente intrisa di passioni e ideali.

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