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Roma
Raggi, gli ambulanti e De Vito: una prova di forza che nasconde la crisi M5S

di Cristina Grancio *

La scorsa settimana in Aula Giulio Cesare, aperta in seconda convocazione con soli 16 presenti, è stata approvata dalle opposizioni una mozione che chiede che il comune utilizzi la proroga voluta dal Governo all’applicazione della Direttiva Bolkestein, ma con una gestione dell’aula da parte del Presidente De Vito diciamo poco elegante.

A Roma i venditori ambulanti, ma non solo a Roma, hanno licenze che vengono spesso ereditate in famiglia o vendute dal titolare ad un nuovo commerciante. Questa modalità di gestione delle licenze è sicuramente da migliorare, perché trattasi di licenze su aree pubbliche, credo sia necessario incentivare l’apertura ed un maggior dinamismo del mercato all’ingresso di nuove imprese, ma sull’impegno a come riuscire a contrastare la Direttiva Bolkestein si muove giustamente tutta l’Italia delle istituzioni comunali.

Roma più di altre città si trova sotto il profilo commerciale e turistico in una situazione di disastro lavorativo causa la chiusura del turismo per le note vicende Covid, chiedere alle imprese dl settore di adeguarsi ad una nuova procedura per l’ottenimento delle licenze, in questo particolare momento storico, in cui gli stessi versano in una evidente lotta per sopravvivere a questa quotidianità surreale, è una richiesta priva di umanità e di ogni logica.

Il sindaco, nonostante la proroga voluta dal governo ha reputato, invece, che fosse il momento giusto per sbandierare il nuovo slogan: “sarà una vera rivoluzione per il settore”, ma il punto non è questo.

La questione non investe solo gli aspetti sostanziali della vicenda, ma anche quelli di forma. Lo svolgimento della seduta dell’Aula presieduta dal Presidente Marcello De Vito si è trasformata di fatto solo in una dimostrazione di forza che probabilmente, anche solo per un senso di rivalsa, porterà la maggioranza a rivedere l’esito di questa mozione ovvero a non tenerne conto.

L’antefatto: l’assessore Coia due giorni prima aveva dichiarato che avrebbe concesso le proroghe fino a giugno e poi tutti a bando, ma la verità è che a giugno i giochi di questa amministrazione sono chiusi e quindi se ne sarebbe riparlato con la prossima amministrazione.

Sulla base di queste premesse che si inserisce la direzione dell’Aula del Presidente De Vito, il quale presenta una mozione urgente a sua firma, sostenuta da tutta l’opposizione, avente ad oggetto proprio la proroga delle licenze degli ambulanti.

Opportuno a fronte di una mozione a firma del Presidente dell’Aula che la seduta fosse presieduta dal suo Vice. Se non questione di regolamento, quanto meno questione di stile.

L’aula viene presieduta dallo stesso De Vito, il quale non retrocede di un passo anche di fronte alla sua mozione, ma ciò che è opportuno rilevare è evidenziare il diverso modo di fronteggiare il presidente dell’aula un’occupazione della stessa per mano dell’opposizione ed una, questa volta, posta in essere dalla stessa maggioranza.

In quest’ultimo caso, verificatosi venerdì scorso, con l’occupazione dello scranno del presidente non si è proceduto nemmeno alla tradizionale, consueta sospensione dell’aula al fine di ritrovare quella dovuta compostezza istituzionale che permettesse al presidente di sedersi sul suo scranno, ma De Vito ha preferito proseguire dritto verso la votazione, addirittura per chiamata personale (sulla procedura ha addirittura esitato il Segretario Generale), volendo dimostrare di voler stravincere e rimarcare la debolezza della maggioranza, non solo numerica di quel momento.

La stessa maggioranza, che non ha avuto la forza di sfiduciare un presidente arrestato prima e rinviato a giudizio per gravi reati contro la pubblica amministrazione, si ritrova ad essere non solo battuta ai voti, ma mortificata. Perché questa maggioranza è cosi debole nei confronti del Presidente De Vito? Cosa ha De Vito per essere così forte a fronte della sua maggioranza?

Perché, invece, hanno trovato la forza di dimettersi, senza apparente motivazione, come un fulmine a ciel sereno, i Presidenti della Commissioni Urbanistica e Bilancio nell’agosto scorso, ma non di dimettere il presidente d’aula?

Fa effetto vedere Paolo Ferrara, quello che giorno dopo l’approvazione della delibera dello stadio, nel famoso giugno, esultava in foto insieme a De Vito, per un meritato riposo in Puglia, dopo le fatiche capitoline e venerdì, invece, vederlo invano che tentava di contrastare il suo Presidente, per poi uscire di scena dichiarando di avere un malore accasciato sotto lo scranno del presidente.

Venerdì in aula Giulio Cesare si è consumata una scena che, se vista oltre il grigiore istituzionale, ha mostrato le sembianze di una sfinge dal volto impassibile. Un Presidente d’aula, con un ruolo super partes, che è solito richiamare con puntualità i vari articoli del Regolamento, perché è apparso così distratto da non farsi sostituire in occasione della sua mozione? Perché non ha sospeso i lavori per ripristinare l’ordine? Perché una volta perso il controllo dell’aula non ha lasciato presiedere al suo Vice, tra l’altro presente in aula? L’esito della mozione con la presidenza di Figliomeni sarebbe stato diverso? Ed ancora perché mostrare i muscoli con la sua maggioranza? Perché forse è saltato l’ordine precostituito.

* Cristina Grancio, capogruppo Psi

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