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Roma
Rebibbia, caos dopo la rivolta di 1 anno fa: manca ancora il medico di base

di Andrea Catarci *

Da otto mesi negli istituti di pena romani di Rebibbia, dove alla data del 28 febbraio 2021 risultano recluse 2.045 persone, non c’è il medico di base. La mancanza di tale figura, abilitata a diagnosi, cure immediate e produzione dei certificati da inviare telematicamente all’Inps, comporta gravi conseguenze che impediscono nei fatti alla popolazione detenuta con problemi di salute di ricevere l’assistenza di diritto.

Succede così che nessuno abbia le competenze specialistiche per riconoscere eventuali sintomi in tempo reale. Passando unicamente attraverso la custodia e la sorveglianza prevale un atteggiamento di diffidenza e si dà credito alle richieste di soccorso solo quando il disagio è evidente, spesso in ritardo, presumendo che si esageri per ottenere un trattamento migliore. Infine, per effetto delle mancate comunicazioni all’Inps, c’è il blocco all’attività dei patronati: essi, non potendo aprire nuove pratiche riguardanti malattie, pensioni e invalidità né dare seguito a istanze di aggravamento per quelle in itinere, sono impossibilitati a compiere il proprio lavoro. Malgrado diverse sollecitazioni avanzate attraverso gli organismi di garanzia ancora non si è proceduto a colmare il vuoto, a conferma del livello estremamente basso della medicina penitenziaria.

Il sovraffollamento della “cittadella” di Rebibbia resta un ulteriore fattore di rischio e invivibilità, nonostante nel 2020 si sia registrato un incremento del flusso in uscita a seguito dei casi di positività e dell’impulso dato alla detenzione domiciliare “per causa covid”. Tuttavia continuano a starci troppi reclusi: 1.208 per 1.150 posti al “nuovo complesso”, 358 per 240 alla casa di reclusione, 308 per 260 alla casa circondariale femminile. La situazione cambia solo in “terza casa” - l’istituto a custodia attenuata per chi ha completato una riabilitazione terapeutica -, dove il problema sono al contrario gli sbarramenti all’ingresso: 81 presenze rispetto alle 163 potenziali.

Le condizioni del sistema carcerario sembra non interessino a nessuno, né alla politica e alle istituzioni né al sistema dell’informazione e dei media, con poche eccezioni. Una clamorosa conferma è arrivata in questi giorni quando, nel ricordare l’anniversario della pandemia, è stato omesso uno degli eventi più angosciosamente importanti: la morte di 13 persone nelle rivolte carcerarie del 7-10 marzo. A Salerno, Pavia, Napoli, Milano, Roma, Padova, Bologna, Modena, Rieti, Foggia, Santa Maria Capua Vetere e in molte altre città la rabbia per la cancellazione dei colloqui con i parenti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Essa si è mescolata alla paura per i contatti con le guardie carcerarie e l’assenza di dispositivi di protezione, sanificazioni, prevenzione. In più, aver demandato alle direzioni degli istituti le scelte su video-colloqui, destino dei semiliberi e decisioni legate allo stato di salute ha causato disparità e tensioni ulteriori. Scontri, incendi e tentate evasioni si sono chiusi con 13 morti e 69 ricoverati tra i reclusi, 107 feriti tra gli agenti.

Tornando a quelle giornate convulse resta innanzi tutto sgomento per il numero gigantesco delle vittime, 13, senza precedenti in Italia e in Europa, che riporta a tragedie di altre latitudini. Come ricordato da Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, un nome ce l’avevano tutti: Marco Boattini, 40 anni; Ante Culic, 41 anni; Carlos Samir Perez Alvarez, 28 anni; Haitem Kedri, 29 anni; Hafedh Chouchane, 37 anni; Erial Ahmadi, 36 anni; Slim Agrebi, 40 anni; Ali Bakili, 52 anni; Lofti Ben Mesmia, 40 anni; Abdellah Rouan, 34 anni; Artur Iuzu, 42 anni; Ghazi Hadidi, 36 anni; Salvatore Cuono Piscitelli, 40 anni.

In secondo luogo continua a suscitare perplessità la fretta con cui si è apposta l’etichetta di “suicidi per abuso di metadone”. Prima di trarre conclusioni definitive andrebbe perlomeno verificato se davvero gli intossicati, come sembra, siano stati trasferiti a bordo di mezzi di polizia e non di ambulanze; se corrisponde al vero, altra voce ricorrente, che non si sia utilizzato il Narcan - medicinale efficace contro l’abuso di narcotici, oppiacei e dello stesso metadone - come si fa in tali circostanze; per quali motivi parecchi periti di parte non abbiano potuto partecipare alle autopsie e perché siano state fatte poche perizie tossicologiche. Risulta evidente che, qualora sussistano alcuni dei comportamenti richiamati, si prefigurerebbe una colpa grave nell’assistenza.

Permane poi più di un dubbio, terzo elemento, sulla disinvoltura con cui si è ascritta la regia delle insurrezioni alla criminalità organizzata, non essendo stata fornita nessuna prova concreta al riguardo. Sicuramente indirizzando in tal modo le indagini parecchi profili di responsabilità possono sfuggire.

Infine, impressiona il muro di silenzio che ha avvolto la vicenda, che ha retto anche alle denunce di successivi pestaggi punitivi di massa e si è incrinato solo in presenza di inequivocabili riprese video, come a Santa Maria Capua Vetere dove 144 agenti sono finiti sotto accusa per la cosiddetta “mattanza della settimana santa”.

Il sistema carcerario riproduce meccanismi da istituzione totale ma neanche tali tragedie hanno imposto la questione nell’agenda politica. Eppure si tratta di un’emergenza democratica, perché civiltà e rispetto della dignità umana devono valere sia fuori che dentro le porte carraie. Insieme alla critica complessiva va rilanciata l’urgenza di provvedimenti di amnistia e liberazione anticipata, nonché la revisione di norme – tipo quelle su droghe e migranti - che creano artificialmente detenzione e riempiono le prigioni per reati immaginari. Il tempo è adesso, il governo Draghi batta un colpo.

* Andrea Catarci, coordinatore del Comitato scientifico di Liberare Roma

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