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Roma
Rifiuti: “Grazie Cerroni”, firmato Pecoraro”. In udienza il Prefetto dimentica

di Alessandro Diddi *


Processo Cerroni e processo a 40 anni di storia dei rifiuti di Roma. L'ex prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro all'udienza dell'1 dicembre era stato convocato per riferire sulle presunte pressioni ricevute per boicottare la discarica di Corcolle e sentito, in qualità di ex commissario governativo per l’emergenza.

 


Secondo il PM, che ne aveva chiesto la citazione, il Prefetto Pecoraro a maggio del 2012, a pochi mesi dalla prevista chiusura della discarica di Malagrotta, avrebbe improvvisamente abbandonato il posto di comando dell’importante incarico nell’imminente apertura del nuovo sito perché sarebbe stato condizionato da qualcuno che, evidentemente, non altri avrebbe potuto essere, secondo l’ipotesi accusatoria, se non l’avvocato Manlio Cerroni.

Per comprendere la vicenda occorre tornare all’estate del 2011. In seguito ai procedimenti di infrazione aperti contro la Regione Lazio dall’Unione Europea, le istituzioni avevano ordinato la chiusura della discarica di Malagrotta entro il 31-12-2011 (termine, però, più volte prorogato fino alla data del 30-9-2013). Medio tempore, il Governo Berlusconi decretò lo stato di emergenza e la nomina del Prefetto Pecoraro quale commissario per la sua gestione con l’incarico di individuare uno o più siti in grado di ospitare, per un periodo di 36 mesi, la nuova discarica.
Ad ottobre, a seguito di una indagine tecnica condotta sui sette siti astrattamente idonei a poter essere destinati a discarica di rifiuti, il Prefetto Pecoraro ne individuò due: Quadro Alto, facente capo all’avvocato Cerroni e Corcolle, appunto, facente capo ad una società Svizzera i cui effettivi titolari non si sono mai completamente accertati. Gli altri cinque, infatti, secondo i pareri dei tecnici nominati dal Prefetto Pecoraro, avrebbero avuto controindicazioni che ne sconsigliavano l’impiego.
Nel corso dell’udienza, il prefetto Pecoraro ha spiegato che sui due siti sui quali era caduta la scelta, si intraprese immediatamente l’attività di progettazione affidata, per il sito di Corcolle, ad un’impresa privata e, per il sito di Pian dell’Olmo, al Provveditorato per le Opere Pubbliche.

A marzo, dopo che a dicembre 2011 il prefetto Pecoraro dovette ricorrere per l’ennesima volta all’organizzazione, alla disponibilità ed alle capacità delle società facenti capo all’avvocato Cerroni per impedire che la città fosse sommersa nei rifiuti, disponendo l’offerta di utilizzare uno spazio ancora esistente nella discarica di Malagrotta, intraprese la procedura per l’avvio delle necessarie autorizzazioni per l’apertura del nuovo sito. La disponibilità del Colari e dell’avvocato Cerroni fu oggetto anche di un pubblico ringraziamento in Prefettura da parte del Prefetto Commissario che nel corso di un incontro nel dicembre 2011 ringraziò pubblicamente la disponibilità del Gruppo di Cerroni. Ma questo episodio, confermato da numerosi testimoni, il Prefetto Pecoraro ha dichiarato di non ricordarlo. Non lo esclude …ma non lo ricorda.
Come dichiarato da Pecoraro, a primavere del 2012, le attività di progettazione affidate alla società privata si erano concluse e, quindi, si potette procedere alla convocazione della conferenza dei servizi nell’ambito della quale, però, il prefetto raccolse solo una serie di no.

Corcolle, infatti, era troppo vicino a Villa Adriana, sito riconosciuto patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco e tutti erano d’accordo sull’inopportunità di aprire una discarica in un luogo che, sebbene formalmente non rientrante in aree vincolate, difficilmente avrebbe potuto sopportare un così gravoso carico come quello che, presumibilmente, si sarebbe generato dal via vai di automezzi che necessariamente avrebbero dovuto attraversare le strade che sono utilizzate anche per raggiungere il noto monumento.
È in questo momento, che, secondo quanto il PM avrebbe inteso dimostrare, si sarebbero inserite le pseudo pressioni conto le iniziative del Commissario.

A dimostrazione di quanto assurde si siano rivelate le ipotesi formulate dal PM,  basti pensare che il prefetto Pecoraro ha dichiarato che, a fronte dei plurimi no raccolti in sede di conferenza di servizi, si recò dal Governo dal quale aveva ricevuto i poteri e la fiducia per cercare consensi e nuova forza per portare a termine i suoi progetti ma anche qui, per bocca del Ministero dell’Ambiente Clini e del Ministro dei Beni culturali Ornaghi, le sue scelte hanno trovato una sonora bocciatura.
È a questo punto che Pecoraro decise di rassegnare le sue dimissione perché venne meno quella fiducia sul suo operato senza che, sulle scelte del Governo, Manlio Cerroni abbia potuto fare alcunché.
Nonostante che, sul secondo sito da lui stesso scelto, la procedura autorizzativa fosse ancora in atto e che, per sua stessa ammissione, avrebbe potuto sopperire per un buon periodo di tempo (forse, con i lavori di ampliamento anche da sola) alle esigenze connesse al ciclo dei rifiuti, il prefetto Pecoraro ha preferito lasciare incompiuto il suo lavoro gettando la città, per l’ennesima volta, sull’orlo del baratro.
A domanda precisa della difesa, Pecoraro ha dovuto ammettere che la scelta di dimettersi dipese solo dalla mancanza di fiducia da parte del Governo per le sua scelta su Corcolle, all’evidenza preferita da Pecoraro anche rispetto all’altro sito prescelto, e non già a dalle inesistenti pressioni ricevute da Manlio Cerroni.
Fatto sta che, a causa di tale improvvisa decisione, Roma, che avrebbe finalmente potuto avere la sua discarica, si vede ancora oggi costretta a ricorrere ad una gestione del ciclo dei rifiuti del tutto inidonea e non degna di una città che costituisce meta di milioni di turisti l’anno.

È di pochi giorni fa, il triste risultato che la Capitale d’Italia ha raggiunto nella classifica delle città più vivibili, degradata di alcuni punti anche a cagione della sporcizia in cui si trova.
Ma il problema è molto più paradossale perché, non solo Roma, a causa di tutto questo è sempre più sporca, ma i cittadini sono costretti a sobbarcarsi i costi delle inettitudini di tutti coloro i quali, politici e tecnici, nel passato e nei tempi più recenti, hanno speculato, chi per un facile consenso politico chi per altri interessi, sui rifiuti di Roma credendo e facendo credere che l’unica soluzione dei problemi fosse la chiusura della discarica.
Purtroppo l’idea di un mondo senza rifiuti è del tutto irreale. Per quanto i cittadini siano virtuosi (e quelli romani non lo sono in maniera encomiabile) qualunque processo di trattamento dei rifiuti non potrà mai fare a meno di una discarica perché, tolta la carta e la plastica, separati il ferro, il vetro e  l’organico e quant’altro possa essere recuperato, resterà sempre un residuo che non potrà né essere riciclato né essere smaltito nei gassificatori e può essere smaltito solo in discarica.
Oggi, la discarica costituisce il bene più prezioso di un qualunque ciclo di smaltimento dei rifiuti perché gli impianti per la separazione dei rifiuti si possono costruire ma i siti richiedono caratteristiche naturali che non possono essere in alcun modo sostituire dall’opera dell’uomo.
Roma, in questi anni, cessata la discarica di Malagrotta, della cui chiusura –  ma non si sa davvero a che titolo –  ne vanno fieri molti rappresentanti delle istituzioni che in passato hanno spinto per questo risultato, ha potuto evitare l’emergenza solo ricorrendo al trasferimento degli stessi all’estero con un’esplosione di costi che,  per legge, devono essere distribuiti tra i residenti di quel territorio.
Così, tra una impuntatura di un Commissario che si ha candidamente di essersi dimesso perché il sito che aveva scelto non era aveva trovato il consenso delle istituzioni governative, ed una inchiesta giudiziaria che, come accade spesso in questi casi, produce l’effetto di gettare nell’immobilismo la pubblica amministrazione, i cittadini romani sono chiamati a pagare una tassa di smaltimento dei rifiuti tra le più onerose d’Italia senza che nessuno potrà mai risarcirli.

* Alessandro Diddi, avvocato penalista e componente del collegio difensivo di Manlio Cerroni

 

 

Processo Cerroni. Dal rito immediato alle calende greche. I “non ricordo”

Tags:
rifiutiprocesso cerronimalagrottagiuseppe pecoraroalessandro diddialberto galantiprocura roma
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