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Roma
Roma, i campi rom in mano ai criminali. Raggi perde la memoria con le Iene

di Andrea Augello

Le scene trasmesse martedì sera nel servizio delle Iene sui roghi tossici alla foce dell’Aniene non hanno molto da invidiare alle famose immagini della testata di Roberto Spada al giornalista Daniele Piervincenzi, costata sei anni di reclusione all’aggressore. Si deve solo alla maggior destrezza di Filippo Roma e della sua troupe il mancato contatto con tre poco ospitali giovanotti del campo, armati con una vanga e decisi ad usarla per scacciare i giornalisti da quello che considerano il loro territorio.

Tuttavia ad eccitare la loro ira non è stato un istinto etologico, ma la rabbia per le dichiarazioni spontanee che Filippo stava raccogliendo tra le famiglie dei baraccati stipati da anni tra il Tevere e l’Aniene, poco sotto la tangenziale, alle spalle di un deposito di sfasciacarrozze. I bellicosi difensori della privacy gitana sono però arrivati troppo tardi: per la prima volta, infatti, una donna esasperata dalla vessazioni dei locali capibanda, ha confessato davanti ad una telecamera, senza chiedere l’anonimato, di subire da anni l’estorsione di un “pizzo” mensile, sottraendosi alla quale si rischia come minimo il taglio della corrente elettrica e come massimo la pena corporale di un bel pestaggio dei morosi.

La famiglia “padrona” del campo - sempre secondo questa testimonianza - avrebbe però il suo core business nello smaltimento e nel traffico illecito dei rifiuti. Basta contattarla a uno dei tre diversi numeri cellulari di cui dispone, per annunciare quando arriveranno al campo l’autocarro o i furgoni stracolmi di rifiuti, in genere provenienti da cantieri o cantine ripulite: loro fanno depositare il carico presso una gigantesca discarica abusiva e, quando è possibile ricavarne rame o altri metalli commerciabili, appiccano il fuoco poco lontano dal campo, lasciando ampie tracce della loro attività, che del resto si svolge sotto gli occhi di tutti.

Raramente vengono disturbati dalle forze dell’ordine: sono stati beccati con le mani del sacco, cioè proprio mentre appiccavano il fuoco, solo una volta dalla Polizia, il 17 Luglio del 2017, e un’altra dai Carabinieri, il 30 Settembre del 2018. Quattro arresti in tutto negli ultimi cinque anni. Troppo poco per scoraggiare un fatturato illegale esentasse di decine di migliaia di euro l’anno, implementato da nuovi posti letto da “affittare” nel sottovia che dovrebbe consentire ai pedoni di attraversare la tangenziale. Il tunnel è ormai un dormitorio a pagamento nelle mani del clan familiare dominante . Il Gruppo della Polizia locale del secondo Municipio aggiorna accurate statistiche degli incidenti causati dal transito dei pedoni sulla tangenziale costretti ad avventurarsi in una problematica e spericolata traversata di un’arteria dove, quando non c’è traffico, le automobili e gli scooter sfrecciano a considerevole velocità. Qualche volta ci scappa un investimento, più spesso tamponamenti dovuti alle frenate improvvise di automobilisti che cercano di non travolgere i pedoni. Infine chi controlla il campo e il traffico dei rifiuti, arrotonda praticando anche l’usura.

La discarica è davvero gigantesca e i roghi vengono accesi regolarmente sotto il cavalcavia della ferrovia, ma anche sull’altra riva dell’Aniene, fino a cento metri dal parcheggio del nuovo centro commerciale sulla Via Salaria. Il disagio della stessa popolazione rom di fronte ai soprusi dei gruppi criminali non è certo circoscritto a questa situazione. Il caso più evidente è Castel Romano, dove da tempo criminali e balordi la fanno da padroni, tanto da indurre quasi la metà della popolazione del campo, esattamente il 49%, ad abbandonare la struttura. Stesso fenomeno a Salone dove si registra nell’ultimo anno un -40%. Non sono famiglie che abbandonano Roma, ma gente che preferisce ricollocarsi in contesti irregolari e abusivi piuttosto che sottostare ad ambienti criminali e brutali nei campi autorizzati o tollerati, dove fra l’altro sta crollando il numero dei bambini che frequentano la scuola.

Intervistata dalle Iene, Virginia Raggi è come sempre caduta dal pero, degnandosi almeno di inviare per dei controlli la Polizia locale nel campo incriminato. Ma quando Filippo Roma le ha chiesto conto del perché per diversi mesi la Giunta abbia ignorato una mozione di Fratelli d’Italia approvata all’unanimità in Campidoglio a Dicembre, che chiedeva che al nucleo della Polizia locale che si occupa di smantellare le baracche abusive vengano restituiti i mezzi dell’Ama, indispensabili a rimuovere i rifiuti limitrofi agli insediamenti, la Raggi ha superato sé stessa sostenendo che il problema non esiste e non è mai esistito visto che il nucleo in questione, il Pronto intervento centro storico ( PICS ), ha sempre operato al 100% della sua efficienza. Eppure esiste una mozione condivisa da tutto il Consiglio, che dice il contrario. Esiste una lettera della Questura del 9 Dicembre 2019, indirizzata al Sindaco, in cui si chiede di ripristinare il servizio del PICS per ragioni di ordine pubblico, esiste una corrispondenza protocollata tra il Dirigente dell’assessorato all’Ambiente e il PICS in cui si ordina la sospensione del servizio per un contenzioso con l’AMA riguardo il costo dei mezzi e del personale necessario a garantire il servizio. Non solo non si è ancora risolto il problema dell’Ama, ma con una determinazione dirigenziale dello scorso 8 Maggio, il nucleo della Polizia locale è stato ridotto da 50 a 31 unità. Ma davanti alla telecamera, la nostra Virginia, versione sempre più grottesca e malinconica della fata Smemorina, ha tentato di negare l’evidenza: da mesi a Roma non si sgomberano più gli insediamenti abusivi e di conseguenza fioriscono le baraccopoli e i dormitori di fortuna. Li possiamo vedere davanti alla stazione Tiburtina, in Via Marsala, sotto l’acquedotto in Via Statilia, sulle rive del Tevere, sotto ogni cavalcavia. Insomma, non solo sono fuori controllo i campi Rom autorizzati e tollerati, ma hanno ripreso a consolidarsi micro favelas improvvisate in tutta la città.

Per questo, nel silenzio e nella rassegnazione generale, questa denuncia a viso aperto di una rom ospite del campo visitato dalle Iene, dove senza mezzi termini si descrive una storia di ordinaria, quotidiana criminalità che si consuma nel cuore della città, mi ha colpito per la sua determinata e limpida chiarezza. Quando Filippo Roma le ha chiesto se non avesse paura di sfidare i capi clan del campo con la sua testimonianza, la signora ha testualmente risposto: “No, io c’ho paura solo di Dio. E poi noi siamo in Italia, gli italiani devono comandare qua, non noi. Noi siamo i rumeni...”. Pochi istanti dopo tre energumeni armati di sassi e di una vanga si scagliavano contro la troupe della Iene costringendola ad una tempestiva ritirata. Mi chiedo: ora si accenderà un faro su questa isola di illegalità? Lo Stato sarà in grado di tutelare una donna che ha avuto il coraggio di sfidare a viso aperto la violenta prepotenza del clan? Il Comune e l’Ente parco competente riusciranno a bonificare questa gigantesca discarica, spendendo almeno duo o tre milioni di euro, con qualche minima speranza che non si riformi nei mesi successivi nell’indifferenza generale? Non sono molto ottimista, perché a Roma sembra ormai smarrita la percezione stessa di qualsiasi indizio di governo del territorio e, in troppi quartieri, di ogni parvenza di legalità. Circostanze che sembrano contraddire l’assunto involontariamente sovranista della signora che vorrebbe ribellarsi alla piccola oligarchia criminale dominante tra le baracche sulla riva dell’Aniene,: perché la verità è che le istituzioni della nostra città, che rappresentano “gli italiani” che le hanno legittimate con il loro voto, , non sembrano tenerci affatto a “comandare”, nel senso più virtuoso del termine, che è, in questo caso, imporsi e imporre il rispetto della legge. Per questo siamo al paradosso che chi cerca sicurezza preferisce fuggire dai campi autorizzati e collocarsi in una baracca abusiva, mentre chi vuol fare affari illeciti spadroneggia a spese della pubblica amministrazione nelle strutture teoricamente sotto controllo pubblico.

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