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Roma
Roma in vendita o in affitto. Coronavirus, il paradosso della periferia vivace

di Andrea Catarci *

A Roma i cartelli di locali commerciali in vendita e in affitto si moltiplicano, proporzionalmente al numero di attività in crisi e alle serrande definitivamente abbassate. Le strade semideserte completano l’inconsueto paesaggio urbano, meno spettrale di quello del primo lockdown ma quasi immobile allo stesso modo con riferimento agli scambi economici.

Il centro di Roma è particolarmente colpito dall'assenza dei visitatori, dallo smart working, dalle limitazioni agli spostamenti. Le associazioni datoriali di categoria stimano in 3.500 le attività commerciali che hanno chiuso i battenti da marzo 2020. Sono il 10% delle 35.000 complessive che registrano perdite medie del 70-80% rispetto all’anno precedente. A peggiorare la situazione ci sono i fenomeni che hanno progressivamente spogliato i rioni di abitanti e di attività per puntare su un’economia monofunzionale, incentrata sui flussi del turismo e gli affitti brevi. Il risultato è stata la creazione di lavori di scarsa qualità, legati più che altro alla gestione di una rendita, come nel caso di case-vacanza e b&b. Uscendo dal ristretto nucleo centrale e allargando lo sguardo oltre le mura Aureliane ci sono zone in cui il fenomeno si attenua, per il maggior numero di cittadini e la vita di quartiere, oltre che per gli affitti inferiori. La riduzione degli incassi resta comunque elevata, in media del 40-50%. Le previsioni future sono a tinte ancora più fosche: a fine 2021 rischiano di scomparire il 30-35% delle attività, con il 60-70% delle decine di migliaia di posti di lavoro collegati.

Non va meglio per il mondo artigiano. Nei primi anni ‘90 in città c’erano quasi 50.000 imprese con 100.000 operatori. Nel 1991 il censimento dell'Istat segnalava la presenza in centro di 5.000 botteghe, una densità straordinaria che restituiva l’immagine di vie operose oltre che attrattive per la loro bellezza. Dieci anni dopo si sarebbero ridotte a 2.000 e oggi sono meno di 1.000. Alcune tipologie di laboratori nel tempo hanno cessato l’attività perché vi si praticavano mestieri desueti, come i ferracocchi o i chiodaroli, mentre una parte consistente di lavoro artigiano è stata assorbita nell’industria, si pensi ai tornitori e ai fresatori. Falegnami, tappezzieri, elettricisti, idraulici e meccanici prima del covid 19 riuscivano a conservare un discreto volume d’affari ma molti dei mestieri del cosiddetto artigianato artistico, volti all’ideazione e alla realizzazione di prodotti di elevato valore estetico o ispirati a forme, modelli, decori, stili e tecniche tipici del patrimonio storico e culturale, erano già a rischio di estinzione. Essi sono stati sopraffatti dalla produzione industriale, dall'immissione sul mercato di prodotti provenienti da paesi in cui la manodopera costa pochissimo, dalla pressione fiscale. A tali processi si è aggiunto il colpo di grazia della pandemia, che ha fatto chiudere il 20% delle imprese artigiane e mina alle fondamenta il settore, tratto distintivo di Roma fin dalle origini.

Impedire la chiusura di negozi e aumentare le botteghe deve diventare un obiettivo da perseguire con politiche e azioni mirate, poiché ambedue sono fondamentali sul terreno della coesione sociale oltre che per l’attività economica svolta. I ristori sono stati importanti segnali di solidarietà, senza però nessuna capacità di coprire gli effetti della caduta vertiginosa dei ricavi: servono azioni specifiche di sostegno per l’affitto e il mantenimento dei livelli occupazionali, non generici sgravi fiscali e contributi. Per le botteghe va costruito un piano cittadino organizzato su base municipale, finalizzato a favorirne l’apertura e a reintrodurle nelle vie storiche, a partire dalla linea tracciata di sviluppare un distretto alla Città dell'Altra Economia di Testaccio.

Priorità assoluta è assicurare un decente sostegno al reddito per tutti, visto che anche negli altri comparti economici il quadro cittadino è lo stesso problematico, in particolare per quella consistente fetta di non lavoro e lavoro in forme diverse dalle tradizionali che resta sistematicamente esclusa dagli ammortizzatori.

Per il futuro la parola d’ordine è “programmazione”: patti, progetti e programmi per nuova impresa e occupazione di qualità, in cui sostanziare un nuovo welfare urbano con al centro la cura di territorio e popolazione; mobilitazione delle risorse esistenti puntando alla creazione di una rete tra i fattori della conoscenza e dell’innovazione; misure mirate di sostegno ai diversi comparti produttivi, in un contesto che ha visto la nascita di imprese per lo più con basso valore aggiunto; riordino e piani industriali per rilanciare le aziende pubbliche, Atac e Ama su tutte; riforma della macchina politico-amministrativa che è “infrastruttura” indispensabile, con il potenziamento graduale dell’attività di governo svolta dai municipi; condivisione degli assi per il rilancio con gli altri soggetti della filiera istituzionale, regione e governo nazionale.

A Roma serve un cambio di paradigma per contrastare vecchie crisi e nuovi cataclismi socio-sanitari. La giunta Raggi e il M5s non ne sono stati capaci, la coalizione democratica deve far propria tale sfida, con l’obiettivo di guidare la città fuori dalla palude attuale.

* Andrea Catarci, coordinatore del Comitato scientifico di Liberare Roma

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