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Roma
Roma, La Sapienza, 1990: nella “notte nera” è esplosa La Pantera. Il ricordo

di Andrea Catarci *

A La Sapienza prima del movimento del '90 c'erano state le campagne contro la gestione clientelare dei servizi da parte di Comunione e Liberazione, l'antifascismo da strada e l'occupazione di un vecchio padiglione nascosto e abbandonato di Chimica Biologica, che venne trasformato nel Laboratorio di comunicazione sociale antagonista "Rosa Luxemburg" e divenne punto di riferimento e motore dell'intervento dei Collettivi delle facoltà.

Fuori si era aperta già da qualche anno la stagione dei centri sociali e proseguivano le campagne antimilitariste e antinucleari, sulle ali dell'entusiasmo per la vittoria ottenuta in occasione del referendum del novembre 1987, con cui si sancì la chiusura delle centrali contro cui si erano incentivate gradualmente le azioni e i sabotaggi.

L’esplosione della Pantera

Speravamo nel contagio del vento di Palermo - dove le mobilitazioni erano già partite nel dicembre dell'89 - ma quello che venne da metà gennaio in poi ci colse comunque di sorpresa. Protagonismo di massa, riappropriazione degli spazi fisici attraverso l'occupazione, autogestione, confronto, scontro con le impostazioni più 'burocratiche', sforzo di acquisire profondità sociale e storico-politica, dialogo con gli altri atenei, relazioni con le altre realtà cittadine, questioni internazionali, cortei nella città universitaria, per le vie di Roma e in giro per l'Italia, produzione di materiali, comunicazione intesa come priorità e necessità, creatività, organizzazione, socialità, stanchezza, allegria, amicizia, amori, delusioni, rabbia, approfondimenti, incontri con docenti, gruppi di lavoro. L'obiettivo specifico era fermare la riforma Ruberti che permetteva agli interessi privati di indirizzare maggiormente i programmi di studio, quello generale era fare egemonia nella società e rimettere al centro i concetti di sapere critico e cittadinanza, il nome più appropriato era la Pantera, avendo l'ambizione di essere inafferrabili come il felino che si aggirava per le campagne romane e di diventare concreti come le organizzazioni dei neri d'America. Nel mucchio sempre consistente e in alcuni momenti imponente emersero alcune figure carismatiche, come Davidino e Anubi, in un tourbillion di eventi che si susseguirono freneticamente. Ricordo in particolare l'impegno meticoloso con cui preparammo l'iniziativa sugli anni '70. Sapendo che era materia incandescente provammo a prendere varie precauzioni ma non riuscimmo lo stesso a impedire l'aggressione mediatica, con Repubblica che l'indomani titolò "Scienze Politiche a lezione di lotta armata". C'erano leader e salti in avanti e indietro nel tempo ma a dominare era la dimensione collettiva del presente, con la voglia di esserci in ogni momento e di cambiare tutto e subito per cui diventò presto difficile persino staccare per i lavori e le incombenze irrinunciabili.

Vennero poi gli scontri del 9 maggio, quando già nelle facoltà si era chiusa la fase dell'occupazione permanente e si era concentrata l'attività in alcune aule per permettere la ripresa della didattica.

Dopo la Pantera

Non pensavamo di aver vinto ma ci sentivamo forti, soddisfatti di aver ripreso la parola dopo un decennio di silenzio, indifferenza e lavoro oscuro nei sottoboschi della società, di aver ripreso in mano il filo rosso della memoria dopo la sconfitta dell'autunno '80, di aver gettato le basi per una nuova stagione di lotte sociali.L'istituzione-università e il modello di istruzione gradualmente si allontanarono dall'ideale per cui ci battemmo.

Eppure l'anno successivo eravamo di nuovo in campo: vennero le battaglie per la pace in opposizione alla prima guerra del Golfo Persico seguita all'occupazione del Kuwait, la campagna storico-politica contro l'allora Presidente della Repubblica ed ex Ministro dell'Interno Francesco Cossiga che culminò con il corteo del 12 maggio, nel quattordicesimo anniversario dell'uccisione di Giorgiana Masi, le tante mobilitazioni cittadine di cui eravamo parte e a cui portavamo un importante contributo in termini di presenza ed energia. Il terreno che stavamo perdendo dentro l'università, dove si realizzava un'ondata di reazione classista che come studenti-lavoratori subivamo in modo particolare, eravamo convinti che lo avremmo presto riconquistato, in un complessivo avanzamento nelle nostre città e nel Paese intero. Poi venne il futuro e non è andata così bene: alla fine della contrapposizione in blocchi e dell'archiviazione definitiva del socialismo di Stato, trasformato da ideale di liberazione in incubo per milioni di persone, seguì l'affermazione del modello imperiale Usa e il dominio pervasivo di business community e organismi internazionali già negli anni '90, prima e dopo il movimento dei movimenti e i fatti del G8 di Genova 2001. Si era però inaugurata una nuova stagione di militanza, con tante soggettività singole e organizzate che restarono sul campo allora e negli anni successivi, decise a dare battaglia e a contrastare anche nel concreto di quartieri e università la tanto sbandierata "fine della storia".

Il mio è solo un piccolo ricordo soggettivo e di parte del movimento della Pantera, legato all'esperienza personale di studente-lavoratore e militante della galassia antagonista di quegli anni, scritto con una consapevolezza: che una delle cose più belle dei movimenti è che ci si sta dentro con anime e culture molto diverse - confrontandosi e scontrandosi senza cancellarsi - e che nella contaminazione ci si arricchisce al punto che dal giorno successivo non si è più uguali a sé stessi. Almeno questo è quanto accaduto a una parte di quella generazione, minoritaria prima e in parte dopo ma con la voglia e la determinazione di esserlo sempre meno. E questo è anche uno dei motivi principali per cui sono grato a tutte le persone che hanno costruito il trentennale della Pantera e per cui cercherò di trovare il tempo per partecipare il più possibile: abbiamo fatto percorsi molto diversi in tutti gli ambiti ma qualcosa da imparare da voi ce l’ho di sicuro… forza.La Pantera siamo noi

* Andrea Catarci, Movimento civico per Roma

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