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Roma
Roma psicodramma. Da Mafia Capitale allo Stadio: la politica è impazzita

di Patrizio J. Macci


Malore Raggi, Stadio della Roma, Olimpiadi No, Mafia Capitale, Raggi sindaco, Giachetti candidato a perdere, Bertolaso sindaco, no Meloni sindaco di Roma. Anzi, Marchini sindaco e Ignazio Marino dimissionato dal Pd. Vince Raggi, vince Grillo.

 

Roma è prigioniera di uno psicodramma collettivo. Almeno dal 2 dicembre 2014, giorno dell’esplosione di Mafia Capitale, quando la città scopriva che nel retro di una pompa di benzina Massimo Carminati non aspettava il cambio dell’olio e neanche il pieno all’automobile ma impartiva ordini e dirigeva i suoi uomini come un consumato direttore d’orchestra del crimine. Dopo è stato solo un aggiungersi progressivo di personaggi sul palcoscenico.

Un copione irrestistibile
Messi in fila gli attori farebbero il tutto esaurito nei teatri di Roma per un anno intero. Il copione è il mero racconto degli eventi. Il Sindaco Marino dimissionato dal notaio, Marcello De Vito quasi candidato pentastellato scavalcato a gomitate al fotofinish, Marchini che “ruba" voti a Giorgia Meloni, Roberto Giachetti candidato sbiadito del PD: qualcuno insinua subito che sia un candidato perdente in partenza per far vincere il Partito di Beppe Grillo e lasciarlo schiantare contro i problemi della Capitale. La vittoria della Raggi arriva a furor di popolo. Il primo atto che si ricorda è il primo no a Cinque Stelle: le Olimpiadi bocciate senza appello “è irresponsabile dire di sì a queste olimpiadi” proclama il sindaco. Intanto ci sono gli scontrini sospetti del ristorante di Marino sciorinati in un’aula di giustizia per i quali viene assolto. Si inaugura la Nuvola di Fuksas: “Bella, ma costi lievitati in maniera eccessiva” dichiara il Sindaco Raggi polemica.

Le nomine di Raggi
Il balletto delle nomine in Campidoglio tra dimissioni e ripensamenti, Raffaele Marra arrestato, le polizze assicurative a insaputa del Sindaco Virginia Raggi, Paolo Berdini assessore all’Urbanistica se ne va sbattendo la porta: lo Stadio, secondo lui, è un regalo ai costruttori che non può avallare. Lo Stadio a Tor di Valle impegna ogni angolo delle realtà scritta e orale da un mese: “tassinari” che hanno votato Grillo ma che vorrebbero lo stadio, improvvisati urbanisti leoni da tastiera che organizzano rivolte virtuali su facebook, comitati di quartiere che lanciano previsioni catastrofiche neanche Tor di Valle e il Tevere fossero in Vajont. Per ultimo la sindaca alla quale si schiantano i nervi per la stanchezza, costretta a correre in ospedale.

Il martellamento mediatico
Neanche un mago riuscirebbe a uscire da una situazione così imbrogliata. Le radio sportive martellano ventiquattro ore su ventiquattro, Roma monta come una maionese impazzita. Arrivati a questo punto la vertigine impone di fermarsi. Sembra che tutto si debba schiantare sulla decisione di fare o non fare l’opera: stadio bocciato, minacce di smembrare la squadra da parte del presidente Pallotta, investigatori stranieri in fuga oppure via libera allo stadio catastrofe urbanistica, colata di cemento e traffico impazzito. Tutti contro tutti allegramente.

Lo psicodramma del conflitto su qualsiasi tema o scelta nella Capitale è divenuto un karma. Roma’s Karma.

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