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Senza ospedale è la rivolta. Amatrice: “Si vota la secessione”

Ok all’iter per il distaccamento dal Lazio è arrivato dal Consiglio comunale nella notte. Ad aprile il referendum nel paese del sugo col pomodoro più conosciuto al mondo. Il sindaco: “Zingaretti venga alla Sagra”

di Valentina Renzopaoli

Alla vigilia della sagra dello spaghetto più famoso al mondo, il comune di Amatrice, cittadina di duemilaseicento abitanti in provincia di Rieti ai piedi dei Monti della Laga, volta le spalle al Lazio e vota per il cambiamento. Mercoledì sera il consiglio comunale a maggioranza di centrodestra ha votato “sì “ad avviare l’iter per la secessione. Il referendum per il distaccamento dalla Regione Lazio dovrebbe avvenire tra aprile e giugno del prossimo anno. Il tempo tecnico per stendere il regolamento, modificare l’impegno di spesa nel bilancio e indire i comizi elettorali. La svolta era stata già minacciata diverse volte ma ora la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il decreto del governatore commissario alla sanità Nicola Zingaretti che ha stabilito la trasformazione dell’attuale ospedale Grifoni in una Casa della Salute, ossia in un presidio sanitario territoriale di moderna concezione. Ma gli amatriciani non ci stanno e lanciano la sfida, con il sindaco Sergio Pirozzi, ex allenatore di calcio di serie B, capofila della rivolta.
Sindaco cos’è che ha fatto esplodere la protesta?
“Il decreto della Regione di fatto riduce i servizi sanitari sul nostro territorio non riconoscendo lo status che era stato invece stabilito nel 2010 di “area disagiata”. E questo non lo possiamo permettere visto che lo stesso status è stato invece formalmente riconosciuto ad altri comuni come Monterotondo, Bracciano e Subiaco. Con tutto rispetto per loro, la cosa è assurda visto che Amatrice si trova a mille metri di altezza in zona sismica. E che senza l’ospedale Grifoni, quello più vicino darebbe a Rieti a 67 chilometri di distanza su territorio montano. Per raggiungerlo si impiega più di un’ora”.
Quali servizi sanitari possiede oggi Amatrice?
“Abbiamo un punto di primo intervento che, badate bene, non è la stessa cosa di un pronto soccorso. Due posti letto di osservazione breve intensiva, un laboratorio di analisi e radiologia per le emergenze e un piccolo reparto di medicina, che io avevo proposto di trasformare in posti letto di riabilitazione post acuzie, di cui è sprovvista anche Rieti”.
E quale risposta ha avuto?
“Hanno tergiversato, mi hanno detto di aspettare, poi più nulla”.
Non sarà per caso un questione politica?
“Non credo, la nostra vicenda è comune a quella di Acquapendente che ha il sindaco di centro sinistra. Piuttosto penso sia più una questione di numeri. E qui mi fermo”.
La vocazione secessionista di Amatrice in realtà non è cosa nuova ma ha radici antiche: perché secondo lei dovrebbe concretizzarsi proprio ora?
“In un processo di democrazia partecipata i cittadini devono interrogarsi e decidere cosa vogliono in base a fatti concreti. E i fatti dicono che non c’è rispetto per i territori marginali. Non possiamo accettare di farci prendere in giro, sarebbe uno schiaffo all’intelligenza e alla comunità”.
Nella prossima primavera il voto: cosa dovranno decidere i vostri cittadini?
“Domanderemo ai cittadini se vogliono rimanere nella regione Lazio. Anche se in realtà dovremmo chiederci se è il Lazio che ci vuole ancora”.
Cosa diranno i ristoratori di Amatrice che lavorano nelle cucine della Capitale?
“Non cambierà nulla: l’amatriciana non ha confini”.
A proposito, è tutto pronto per la prossima edizione della Sagra dell’Amatriciana?
“Certo, l’appuntamento è per il 30 e il 31 agosto: i nostri cuochi prepareranno come sempre intorno ai diecimila piatti di spaghetti con sugo e guanciale. E il presidente Zingaretti è invitato a partecipare. L’invito è stato spedito questa mattina: non vediamo l’ora di fargli assaggiare la nostra specialità”.