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Roma
Servillo, Marcorè, Placido, Magalli e Rossi. Le voci del capolavoro Libro della giungla

di Marco Zonetti


La Disney ha creato un altro capolavoro: Il libro della giungla in versione live-action diretto dal regista Jon Favreau (Cowboys & Aliens) è un film riuscito sotto tutti i punti di vista, non da ultimo nell’adattamento italiano, che di solito (a parte il gigantesco e indimenticato Gigi Proietti di Aladdin e qualche altro caso) perde sempre almeno un poco rispetto alla versione originale. In questo caso, no, anzi tutt’altro, come vedremo.
La storia, tratta dai racconti di Rudyard Kipling, ricalca più il film di animazione Disney del 1967, che l’opera dello scrittore britannico nato in India, ma è una ricostruzione di gran pregio che non lesina sull’introspezione psicologica dei personaggi: Mowgli (il giovanissimo e talentuoso Neel Sethi, unico interprete umano del film e per la prima volta sullo schermo), cucciolo d’uomo rimasto orfano e allevato dai lupi nella giungla indiana che si sente diverso e fuori posto nel branco; Bagheera (cui presta la voce italiana Toni Servillo), il nobile maschio di pantera che gli fa da mentore; la madre adottiva Raksha (Violante Placido), una lupa protettiva e preoccupata per le sofferenze del cucciolo che ha cresciuto come suo; l’orso Baloo (Neri Marcorè), smargiasso e cialtrone ma di buon cuore; Kaa (Giovanna Mezzogiorno), gigantesco serpente dal fascino ipnotico e letale; il re delle scimmie Louie (Giancarlo Magalli), sorta di “padrino” in versione primate che vuol sfruttare Mowgli per ottenere il “fiore rosso”, ovvero il fuoco, strumento demoniaco che permette di governare la giungla in quanto distruttivo e spaventoso. Quello stesso fiore rosso che, per mano del padre di Mowgli, ha sfigurato Shere Khan (Alessandro Rossi), perfida e rancorosa tigre del Bengala intenzionata a uccidere il cucciolo d’uomo per vendetta.
La metafora prometeica contenuta nel libro di Kipling resta presente nella pellicola, e il “fiore rosso” diviene a sua volta un personaggio del film nonché il mezzo grazie al quale Mowgli riesce finalmente ad accettarsi in quanto uomo provvisto di capacità che lo rendono “l’animale” più letale di tutti, comprendendo tuttavia che la sua diversità è un elemento di forza in grado di contribuire al bene collettivo. La dicotomia animale-uomo, usando le parole della poetessa Livia Bidoli, permea tutto il film, che sa alternare i momenti adrenalinici a quelli più profondi e commoventi, fino allo straordinario show-down tra il cucciolo d’uomo e la tigre, “che arde intensamente nella foresta della notte” (omaggio a William Blake?). Ovvero tra l’essere umano e le sue paure più recondite.
Ineccepibile il doppiaggio italiano del film: Servillo, Marcorè, Placido, Magalli e Rossi non fanno rimpiangere gli illustri doppiatori americani (Ben Kingsley su tutti), e si mettono al totale servizio dei personaggi donando loro nuova profondità, senza ridondare bensì lavorando di cesello. È il talento, bellezza. Su tutti spicca Giovanna Mezzogiorno nella parte del gigantesco serpente Kaa. Come lei stessa spiega in conferenza stampa, Kaa rappresenta la seduzione ma anche il rapporto intimo e perturbante con la “madre” (rapporto che in certi casi finisce appunto per stritolare). Malgrado la piccola parte che interpreta (una sorta di dark lady “rettilesca”), la Mezzogiorno lascia il segno e la sua suadente voce ipnotica è da brivido. Bravissimo anche il piccolo Luca Tesei nella parte di Mowgli. Che l’adattamento italiano sia tornato a essere – finalmente – un valore aggiunto a una pellicola di tal pregio non può che renderci felici e orgogliosi dei nostri attori.
Quanto all’impatto visivo del film, la fantasmagorica animazione in 3D curata nei minimi particolari dai supervisori degli effetti speciali Robert Legato (Titanic) e Dan Lemmon (Avatar) cattura lo spettatore fino all’ultima scintilla di fuoco, all’ultima foglia imperlata di rugiada, all’ultima fessura nell’intrico scultoreo dei tronchi d’albero. Mentre la colonna sonora di John Debney (La Passione di Cristo) ci accompagna sapientemente per mano nei cento minuti che corrono via veloci come Mowgli sugli alberi.
Corse a perdifiato che arriviamo quasi a rimpiangere nel momento in cui il film termina. Sì, per noi abituati alle sfide della giungla metropolitana, immergerci nella fantasmagorica realtà virtuale del Libro della Giungla, benché altrettanto densa d’insidie, di pericoli, di rivalità, di vendette, è decisamente un toccasana per il cuore e lo spirito. E scoprendo, a fine proiezione, di aver voglia di leggere o rileggere con entusiasmo il libro di Kipling, arricchendo di conseguenza la nostra cultura personale, abbiamo la conferma che, anche in questo caso, facendo sbocciare dentro di noi il fiore rosso della curiosità, il film ha fatto ulteriormente centro. Da non perdere.

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