di Valentina Renzopaoli
La sua vita scorre tra nuvole di chiffon e rotoli di seta e georgette. Nell’atelier sulla Salita De Crescenzi, in un antico palazzo affacciato sul Pantheon, tra bozzetti, cartavelina, fotografie e macchine da cucire da collezione, nascono abiti che ogni donna ha sognato almeno una volta di indossare. Insegnante per missione, creativa per vocazione, Emy Fabbri ha lavorato con i nomi più illustri della moda italiana, da Lancetti a Valentino a Barocco. Il suo mestiere è creare l’eleganza. Oggi forma le nuove leve nella sua Accademia di moda e da circa un mese è stata nominata presidente di Federmoda della Cna di Roma.
Cosa rappresenta oggi la moda?
“Mi dispiace dirlo ma oggi la moda è vittima del qualunquismo, perlopiù ci si copre ma coprirsi non vuol dire vestirsi. Gli abiti in serie e a poco prezzo sono funzionali ma non sono moda. La moda è costruirsi un piccolo guardaroba che rispecchi le caratteristiche del proprio corpo, tutto il contrario rispetto all’abitudine sempre più frequente di indossare capi di tendenza senza tener conto delle proprie forme. Prendiamo l’esempio dei leggins o degli stivali alti: articoli divertenti ma inflazionati e non per tutti. Possibile che le persone non si guardano allo specchio prima di uscire da casa?”
Cos’è la bellezza?
“La bellezza è armonia: ha presente un cerchio? Da ogni lato esprime un messaggio armonico”.
Quando ha iniziato ad amare questo lavoro?
“Ho cominciato a giocare con le stoffe all’età di otto o nove anni, mi sono sempre piaciute le cose belle e per potermi comprare l’abito che mi piaceva dovevo attendere almeno un paio di stagioni. Il primo capo che ho acquistato da sola è stato un jeans all’età di sedici anni. In realtà detestavo fare shopping con le mie sorelle”.
La sua era una famiglia numerosa?
“Sono la quinta di nove figli, quattro fratelli e cinque sorelle. In famiglia siamo quasi tutti dei creativi. Mio padre, di origine romagnola, restaurava mobili antichi, era un vero artigiano professionista; una persona discreta, molto esigente, con un forte senso critico. Credo che il mio perfezionismo derivi dalla necessità che ho sempre sentito di avere la sua approvazione”.
E sua madre?
“Mia madre era una persona straordinaria, prima di tutto veniva il marito poi tutti i figli”.
E’ legata ancora oggi ai suoi fratelli?
“Sì, quando ci vediamo tutti insieme siamo un esercito: venti nipoti e quattordici pronipoti. Di tanto in tanto ci riuniamo nel casale di mio fratello Luigi a Magliano Sabina e mangiamo su un lunghissimo tavolo di legno”.
Come è iniziato il suo percorso professionale?
“Dopo aver frequentato l’Accademia di Moda a Torino sono tornata a Roma e ho iniziato a lavorare da Bellini a via Condotti come assistente modellista di un tagliatore bravissimo. E’ stato lui ha introdurmi nell’ambiente e ha insegnarmi il mestiere. Dopo la giornata di lavoro mi dava dei bozzetti da sviluppare a casa, di notte, e il giorno dopo controllava. Erano la fine degli anni Settanta: si stava creando il pret-à-porter e la moda unisex. Dopo l’esperienza da Bellini ho iniziato a collaborare con lo studio Zola a via Borgognona, gestito da due giovani esplosivi e all’avanguardia. Ero molto affascinata dalle idee originali, dalla ricerca e dalla sperimentazione. E’ stato il trampolino di lancio, grazie ad un passa parola sono arrivata ai grandi stilisti”.
Con chi la lavorato?
“Con Barocco, Valentino, Lancetti: io realizzavo i prototipi, ossia i primi modelli sui disegni degli stilisti. Negli anni Ottanta ho iniziato a viaggiare tra Roma, Milano, Bari. Ho rifiutato un lavoro sicuro nell’atelier di Lancetti e nel 1985 ho aperto il mio primo studio sulla Salita de Crescenzi al numero civico 30”.
Come mai questa scelta?
“Ho sempre preferito rimanere indipendente, rinunciare alla sicurezza economica ma conservare la mia libertà. Per dare il massimo devo sentirmi libera, nonostante questo comporti un prezzo molto alto da pagare. Sa, la mia è stata una scelta coraggiosa: sono stata una mamma single che ha cresciuto da sola una figlia”.
E’ stato difficile?
“E’ stata dura: la mia indipendenza economica e il mio successo professionale sono stati i mezzi per fare accettare nella società e nel mio ambiente il fatto che fossi sola e separata. Erano altri tempi”.
Non si è più risposata?
“Ho avuto diversi amori ma ho sempre tenuto alla mia libertà. Nonostante la paura di rimanere di nuovo delusa e di riprovare dolore ho continuato a credere nell’amore: per una donna è importante avere accanto un uomo che le dia sicurezza. Oggi mi sentirei di dare questo consiglio: tre mariti o anche quattro, ma mai sole”.
Torniamo alla moda: come nasce un abito?
“Molto spesso l’abito nasce dal tessuto che si sceglie: è la stoffa a ispirare un’idea e posso dire con certezza che il 50% della bellezza di un abito è dato dal tessuto. Oppure un vestito può nascere dalla volontà di ispirarsi ad un’epoca o ad uno stile del passato e di rivisitarlo. In ogni caso l’idea che scaturisce dalla mente deve sapere vestire le forme di una donna: dentro il vestito c’è sempre un corpo”.
Qual è il tessuto che preferisce?
“Li amo tutti, il tessuto è una cosa viva. Certo, rimango letteralmente ammaliata dallo chiffon, dal georgette, dal raso. Ma ci sono anche delle lane e dei lini meravigliosi”.
Chi sono le sue clienti?
“Donne dai cinque ai novant’anni ma in particolare la fascia di professioniste o manager che cercano un bel cappotto, un bel tailleur, un abito classico con dettagli particolari. Poi c’è una cosiddetta “nicchia della sera”, donne frequentano la mondanità. Sono conosciuta particolarmente nell’ambiente ebreo: la loro comunità è molto vivace, organizzano spesso feste e cerimonie in famiglia e tra amici. Le giovani ragazze sono molto eleganti e meravigliosamente vanitose”.
Lei è anche un’insegnante.
“Ho iniziato ad insegnare allo Ied, l’Istituto Europero di Design nel 1984 come modellista e tagliatrice e sono rimasta fino a quattro anni fa. E’ stata un’esperienza entusiasmante, mi sono resa conto di avere la capacità di trasferire le mie conoscenze e di far scattare nei giovani la molla della passione. E’ importante riuscire a scoprire le caratteristiche di ciascuno per capire in quale direzione si vuole andare. L’ultimo lavoro a cui ho partecipato allo Ied è stata la sfilata di alta moda nel carcere di Rebibbia. Favoloso”.
Quattro anni fa ha deciso di aprire una sua scuola, il Centro Studi Moda: cos’ha di diverso dagli altri?
“Il Centro Studi Moda non è una scuola dove si fa teoria ma un luogo dove posso trasmettere la mia passione e la mia esperienza pratica. I nostri sono corsi personalizzati e individuali che danno ad ogni allieva la possibilità di costruire un proprio percorso. Le allieve imparano a realizzare abiti direttamente sul tavolo da lavoro di un atelier, con gli strumenti e i mezzi di una sartoria di alta moda che fa abiti su misura”.
Da pochi mesi è stata nominata presidente della Federmoda Cna: quali sono i vostri obiettivi?
“Mi piacerebbe che la Cna diventasse un soggetto capace di aiutare a formare altri artigiani. Sono molti i giovani che stanno tornando a impegnarsi nell’artigianato. Con la Cna mi piacerebbe riuscire a pianificare in modo strutturato dei luoghi di incontro tra l’artigianato e i professionisti che possono trasferire una esperienza pratica, concreta, reale”.

